La prima volta… in corriera

«Final­mente non sare­mo più costret­ti a viag­gia­re in pesan­ti e guasti car­roz­zoni, tirati su a sten­to per l’er­ta via dai cele­bri ronzi­ni di Spre­cacenere, e nei quali per lunghe ore più inten­so si sof­fri­va il fred­do e più ardente la cani­co­la ci opprime­va: e spe­cial­mente tu, passeg­giero, che torni dal­la lon­tana Amer­i­ca, sen­ti­rai meno penose le ore del viag­gio e più presto giungerai al foco­lare domes­ti­co a riab­brac­cia­re i cari figli­uoli»: si trat­ta dell’incip­it dell’articolo scrit­to da Pietro Vas­sali per il gior­nale Ter­ra di Lavoro (22 mar­zo 1914. Anno XVIII, n. 12), dal quale sono trat­te anche le citazioni che seguono, sull’inizio dei col­lega­men­ti auto­mo­bilis­ti­ci tra Cassi­no e Sora, per Ati­na, San Dona­to Val di Comi­no e Alvi­to.

Era il 16 mar­zo 1914 e l’iniziativa era da ascriver­si alla Soci­età Anon­i­ma “Sac­sa”, che sta per Sora, Ati­na, Cassi­no, San Dona­to, Alvi­to, i cui espo­nen­ti di spic­co era­no il cav. Vin­cen­zo Mazzen­ga, l’ing. Alfre­do Visoc­chi e l’avv. Pietro Mar­ti­ni, «gio­vani energie che», scrive Vas­sal­li, «non poche dif­fi­coltà han dovu­to super­are per rag­giun­gere lo scopo» ma tut­tavia «volu­to ed attua­to in tem­po rel­a­ti­va­mente breve».

Si trat­ta di un impor­tante servizio che copre una «este­sa, popo­la­ta e fer­tile con­tra­da del­l’al­ta Cam­pa­nia», per una lunghez­za di cir­ca ses­san­ta chilometri, che «a valle ha Cassi­no sul­la Roma-Napoli men­tre all’altra estrem­ità è Sora sul­la Roc­casec­ca-Avez­zano.»

Una inizia­ti­va decisa­mente inno­v­a­ti­va nel set­tore dei trasporti che scon­volge abi­tu­di­ni rad­i­cate nel tem­po e appe­na scal­fite dai mezzi trainati da ani­mali, gen­eral­mente a ben­efi­cio solo di chi se lo pote­va per­me­t­tere se appe­na una trenti­na di anni pri­ma, nel 1884, i “veicoli” pre­sen­ti in Valle di Comi­no, sec­on­do uno stu­dio di Loren­zo Arnone Sipari (Élite locale e infra­strut­ture: il caso del­la fer­rovia Cassi­no-Ati­na-Sora (1883–1914). In (Sil­vana CASMIRRI, a cura di) Lo Sta­to in per­ife­ria. Élites, isti­tuzioni e poteri locali nel Lazio merid­ionale tra Otto­cen­to e Nove­cen­to. Uni­ver­sità degli Stu­di di Cassi­no. Cassi­no, 2003), super­a­vano le cinquan­ta unità: 55, per l’esattezza, di cui appe­na otto, però, era­no le “car­rozze da nolo”.

Ma tor­ni­amo a quel 16 mar­zo. Sono le undi­ci quan­do si parte dal­la stazione fer­roviaria di Cassi­no. Dopo alcu­ni cen­ni stori­ci su ques­ta cit­tà, l’autore ci infor­ma sui mezzi uti­liz­za­ti: «due delle quat­tro solide ed ele­gan­ti vet­ture, costru­ite dal­la Casa Sauer (Svizzera), capaci di con­tenere comodamente15 per­sone». La des­ti­nazione è Ati­na, dove avrà luo­go l’in­au­gu­razione uffi­ciale.

Chi c’è? «Pren­dono pos­to: l’on. Achille Visoc­chi, che ne ha las­ci­a­ta la soluzione del­la crisi all’am­i­co Salan­dra; l’on. Simon­cel­li, giun­to egli pure da Roma; il cav. Curzio, pres­i­dente del Tri­bunale di Cassi­no; il cav. Licen­ziati, sos­ti­tu­to procu­ra­tore del Re; il cav. Pinchera, sin­da­co di Cassi­no, con asses­sori cav. De Vivo ed avv. Del­i­ca­to; il comm. Orazio Visoc­chi, dep­u­ta­to provin­ciale, l’avv. Mar­raz­za e qualche altro.»

L’avvio del­la cor­sa crea emozioni e sti­mo­la con­sid­er­azioni: «dinanzi vedi­amo erg­er­si maestosa la cele­bre Badia, nel­la quale Benedet­to da Nor­cia, sol­can­do col vomero la ter­ra vi git­tò il seme del­la futu­ra econo­mia polit­i­ca; e din­torno osservi­amo la vas­ta pia­nu­ra, che ha anche la sua sto­ria», sin­te­tiz­za­ta dall’articolista con accen­ni ai Saraceni, a Cham­pi­onnet ed a Gioacchi­no Murat. Intan­to «pas­si­amo affi­an­co ad estese vigne, una vol­ta aride, ghi­aiose terre, e poi ecco­ci alla sali­ta, che pri­ma non ave­va fine. Incom­in­cia la stra­da tut­ta inca­va­ta nel­la roc­cia det­ta Sfer­ra­cav­al­li — ‘Per­ché qui ogni cav­al­lo ben fer­ra­to / Pel trop­po calpes­tar las­ci­a­va i fer­ri / E zop­po pros­egui­va il suo cam­mi­no – [che] fu costru­i­ta con la mano d’opera di tut­ti i Comu­ni inter­es­sati ed aper­ta al pub­bli­co nel 1824.»

Pochi minu­ti dopo mez­zo­giorno si giunge ad Ati­na, in piaz­za Garibal­di. «La ridente cit­tad­i­na, che Silio Ital­i­co ricor­da per la sua forte posizione tra i con­traf­for­ti degli Appen­ni­ni, è tut­ta imbandier­a­ta. Il con­cer­to civi­co ci accoglie con la mar­cia reale. Vedi­amo il sin­da­co comm. Giuseppe Visoc­chi, l’asses­sore avv. Ama­to, l’avv. Mar­ti­ni, il sig. Mario Bat­tista, il seg­re­tario capo del Munici­pio sig. Car­lo Tutinel­li; tut­ti sono in movi­men­to fin dal­la mat­ti­na per rice­vere le numerose rap­p­re­sen­tanze dei Comu­ni, che si ser­vono del­la lin­ea, e tut­ti dispon­gono per la rius­ci­ta del­la fes­ta. Qui noti­amo: il cav. Mazzen­ga e l’avv. Zin­cone, con­siglieri provin­ciali, il cav. Cas­truc­ci, sin­da­co di Alvi­to, l’avv. Musil­li, asses­sore del­e­ga­to di S. Dona­to, l’avv. Fion­da, sin­da­co di San­t’Elia, il cav. Meruc­ci, sin­da­co di Bel­monte, il sig. Grameg­na, sin­da­co di Set­te­frati, il sig. Cel­li, sin­da­co dì Vicalvi, il dott. Bernar­do Arcari, mag­giore medico del­la ris­er­va, sin­da­co di Picinis­co, i rap­p­re­sen­tan­ti di Fontechiari, Pos­ta Fibreno e Gal­li­naro.

«Nel­l’ampia piaz­za, in mez­zo a cinque auto­mo­bili, sono allineate le quat­tro belle vet­ture del­la Sac­sa con bandier­ine tri­col­ori, ed aspet­tano la benedi­zione. Il clero si avan­za. Il par­ro­co, prof. Cor­si, asperge le vet­ture con la puris­si­ma acqua di Chiusi, e benedice. A ques­ta cer­i­mo­nia gli chauf­feurs sor­ri­dono alquan­to, per­ché san­no come a scon­giu­rare i peri­coli ci vuole la loro abil­ità e la loro pru­den­za. Al Munici­pio cor­dialis­si­mo il rice­vi­men­to con ric­co rin­fres­co, paste, ver­mouth e liquori pre­li­bati, offer­to dai sig­nori Visoc­chi. Nel­la gran sala del Con­siglio osservi­amo lo stem­ma di Ati­na, due colonne sor­rette da una coro­na con la scrit­ta Ati­na Civ­i­tas Sat­urni Latio, e lo stem­ma di Veroli, cit­tà con­fed­er­ate.

«Qui prende la paro­la l’asses­sore avv. Ama­to: ringrazia i con­venu­ti ed invo­ca la con­cor­dia di tutte le Autorità pre­sen­ti, affinché la tan­to sospi­ra­ta fer­rovia pos­sa essere tra non molto un fat­to com­pi­u­to. Di poi l’on. Simon­cel­li è lieto di trovar­si alla inau­gu­razione di questo servizio, che stringe viep­più amichevoli i rap­por­ti dei due lim­itrofi Col­le­gi politi­ci (Cassi­no e Sora, nda), e dichiara che egli cam­mi­na sem­pre dirit­to per la stes­sa via del­l’on. Visoc­chi ed è con­corde con lui quan­do si trat­ta di fare gli inter­es­si dei pae­si che rap­p­re­sen­ta. Il cav. Mazzen­ga fa notare che la Soci­età non è sor­ta a scopo di lucro, ma per il bene del­la con­tra­da: fa una mer­i­ta­ta lode all’ing. Alfre­do Visoc­chi, che vera­mente è sta­to il deus che ha prop­ug­na­to questo più celere e più como­do mez­zo di trasporto. Infine l’on. Visoc­chi promette di adop­er­are ogni sua ener­gia per dare a ques­ta con­tra­da quel­lo che le spet­ta, la tan­to atte­sa fer­rovia. È molto applau­di­to.»

Si riparte che sono ormai le due del pomerig­gio. «Ognuno prende il pos­to asseg­na­to dal mae­stro di cer­i­monie, dal lau­to sol­erte asses­sore sig. Mario Bat­tista. Sal­go­no nel­la pri­ma vet­tura tra gli altri: la sig­no­ra Manci­ni, la sig­no­ra Vec­chione; tra le sig­norine, le colte e molto dis­tinte figli­uole del comm. Orazio Visoc­chi. E subito via. Usci­amo da Ati­na, salu­tati dal­la musi­ca ed accla­mati dal­la buona popo­lazione. Attra­ver­si­amo, dopo qualche min­u­to, in disce­sa tor­tu­osa, la via dei Vir­i­las­si», e «poco dopo ci tro­vi­amo su un ponte in sol­i­da muratu­ra a quat­tro luci. Qui le impetu­ose acque del Mol­lar­i­no si unis­cono a quelle del Melfa, nascono dal­la valle di Can­neto e, ‘… con sonan­ti spume / Oro e salute appor­tano alle gen­ti’.

«Le vet­ture ral­len­tano un po’ la cor­sa: a destra scor­giamo i comigno­li degli alti cami­ni del­la Cartiera Visoc­chi, ele­van­ti super­ba­mente al cielo, con­tin­uo, cen­erog­no­lo fumo. Ques­ta Cartiera, che portò con la ric­chez­za di una casa la pros­per­ità del­la con­tra­da, fu costru­i­ta ed atti­va­ta con gravi sac­ri­fi­ci nel 1844 dal­l’il­lus­tre agronomo Pasquale Visoc­chi, padre del­l’at­tuale Sin­da­co di Ali­na.

«Poco dopo a sin­is­tra pas­si­amo vici­no alla fer­ri­era, un grandioso sta­bil­i­men­to siderur­gi­co, costru­ito sot­to il Bor­bone nel 1854, atto a con­tenere tre alti forni per la lavo­razione del­la ghisa.

«Qui l’oc­chio si spazia lon­tano in un bel panora­ma: di fronte è Picinis­co, patria del­l’il­lus­tre astronomo Ernesto Capoc­ci e del testé com­pianto romanziere Giusti­no L. Fer­ri, e poi ecco il pic­co­lo Comune di Set­te­frati, super­bo di aver dato i natali ad Alberi­co il Vision­ario, che offrì a Dante l’idea del­la Div­ina Com­me­dia.

«Più lon­tano anco­ra immense vergi­ni Foreste di fag­gio ed un’este­sa cate­na di mon­ti tra i quali sovras­ta in nuda roc­cia il monte Meta (2241 m.).

«Alle ore 14,40 ecco­ci alla evo­lu­ta S. Dona­to Val di Comi­no. Il sin­da­co cav. Grancas­sa, l’avv. Cel­luc­ci, l’avv. Colet­ti, molte nota­bil­ità del paese, varie Asso­ci­azioni ci ricevono al suon di musi­ca, Ver­mouth, paste ed aleati­co squisi­to. In una piaz­za ci fer­mi­amo a leg­gere una lapi­de che ricor­da un prode dec­o­ra­to al val­ore, mor­to in Lib­ia. Qui vide la luce il prof. Giusti­no Quadrari, inter­prete dei papiri ercolanei ricorda­to dal De Cesare.

«Par­ti­amo alle ore 15 in mez­zo alla popo­lazione fes­tante, las­cian­do indi­etro l’an­ti­ca Comini­um che fu l’ul­ti­ma resisten­za del­la poten­za san­nit­i­ca, vin­ta dopo aspro com­bat­ti­men­to dal con­sole Carvilio.

«La via che mena ad Alvi­to non è ampia e como­da […].» Tut­tavia, nel giro di una mezz’ora, si giunge in ques­ta «graziosa, gen­tile cit­tad­i­na, ada­gia­ta civet­tu­osa­mente sul declive di un colle tut­to cir­conda­to di bel­li oliveti. Fu con­tea del Can­tel­mi e la sua sto­ria è sta­ta scrit­ta, non è molto, dal­la dot­ta pen­na di uno dei migliori suoi figli, dal prof. Domeni­co San­toro, pre­side del Regio Isti­tu­to Tec­ni­co di Fog­gia. Ci ricevono le Autorità, la musi­ca, parec­chie Asso­ci­azioni, il Con­vit­to Musi­cale diret­to dal prof. Chi­appe, ed una fol­la entu­si­as­ta e plau­dente, men­tre dalle finestre e dai bal­coni si river­sano su noi vio­le ed olez­zan­ti fiori. L’e­gre­gio cav. Mazzen­ga ha tut­to dis­pos­to per un otti­mo rin­fres­co, dol­ci locali non cer­to infe­ri­ori a quel­li di Caflich (impren­di­toresvizze­ro, cui è lega­ta la sto­ria del­la pas­tic­ce­ria napo­le­tana a cav­al­lo tra il XIX e il XX sec­o­lo, nda), finis­si­mi liquori e cham­pagne vera­mente a pro­fu­sione. La splen­di­da ampia sala con­sil­iare, ove ha luo­go il rice­vi­men­to, fa parte del­la super­ba res­i­den­za dei Gal­lio; in ques­ta ammiri­amo quat­tro gran­di tele che rap­p­re­sen­tano ‘Tobia’, ‘Olin­do e Sofro­nia’, ‘Endimione e Diana’, ‘Armi­da e Rinal­do’. Gli onori di casa si fan­no con mol­ta corte­sia dal cav. Mazzen­ga, dal cav. Cas­truc­ci, dal neo cav. avv. Maset­ti, dal prof. Di Fazio. Alle ore 16 la parten­za. Sot­to i nos­tri occhi si pre­sen­ta la vas­ta, uber­tosa pia­nu­ra, dove si accam­parono le truppe di Car­lo III, che si bat­tet­tero a Vel­letri. Dopo cir­ca mez­z’o­ra la pri­ma vet­tura si fer­ma, scen­dono le sig­nore, scen­di­amo tut­ti. Dalle siepi del­la via viene subito a noi il soave, pen­e­trante pro­fu­mo delle vio­le. Siamo al biv­io di Fontechiari. Il sin­da­co not. Panet­ta con breve dis­cor­so inneg­gia al nuo­vo servizio. Di poi si corre velo­ce­mente per la via ampia e piana; alle ore 17 siamo a Sora, dove al Munici­pio altro rice­vi­men­to con altro rin­fres­co di otti­mo gela­to e di cham­pagne» cui parte­ci­pano «il sot­to­prefet­to cav. Vallerà, il regio com­mis­sario cav. Ingar­ri­ga, il cav. Mancinel­li, il cav. De Caria, il dott. Senese, il cav. Lau­ri, l’ing. Tron­cone, l’avv. Zuc­cari e molti altri.» 

Sicu­ra­mente «la gita è rius­ci­ta bel­la ed indi­men­ti­ca­bile», com­men­ta l’articolista. Ma per la valle di Comi­no «l’au­to­mo­bile è trop­po poca cosa; […] per­ciò è il da augu­rar­si che tan­to entu­si­as­mo non fac­cia arrestare le pratiche per avere la recla­ma­ta fer­rovia, tan­to vagheg­gia­ta e prop­ug­na­ta dal com­pianto sen­a­tore Alfon­so Visoc­chi» e, in mer­i­to alla quale, si riman­da al richiam­a­to sag­gio di Loren­zo Arnone Sipari

«Per il ritorno ad Ati­na», scrive Vas­sal­li, «pren­di­amo la via più breve e più como­da. Giun­giamo in trenta minu­ti, men­tre piovig­gi­na, sull’imbrunire». E nonos­tante l’essere sta­ti tes­ti­moni e pro­tag­o­nisti di una mem­o­ra­bile gior­na­ta, gius­to in tem­po, comunque, «per andare al cin­e­matografo». Che dire? Una vital­ità d’altri tem­pi.

© Costan­ti­no Jadeco­la, 2017.

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Galeazzo Florimonte,il Vescovo di Aquino che ‘ispirò’ il Galateo.

Il per­son­ag­gio è noto a chi è molto adden­tro le cose eccle­si­as­tiche per essere sta­to colui che, al Con­cilio di Tren­to (1545–1563), al fine di porre rime­dio ad alcune stor­ture pre­sen­ti nel­la chiesa del tem­po, spe­cial­mente per il dis­in­volto uso dei ben­efi­ci, affer­mò l’illiceità di cer­ti com­por­ta­men­ti qual­i­f­i­can­doli addirit­tura alla stregua del­la simo­nia. 

Era sta­to «Pao­lo III, che lo ave­va elet­to per Vesco­vo, e Gov­er­na­tore», scrive Pasquale Cay­ro, a vol­er «per la sua gran dot­t­ri­na des­ti­narlo per uno de’ quat­tro Giu­di­ci del Con­cilio di Tren­to, e già egre­gia­mente si con­dusse in tutte le con­tro­ver­sie, e dis­pute insorte in mate­ria di Dog­ma, e di rifor­ma, com’osservar si può negl’Atti dell’istesso Con­cilio. Anzi è deg­na di ess­er let­ta una sua cir­co­lare, scrit­ta da Tren­to a ven­ti Mag­gio mille cinque­cen­to­quar­an­ta­sei, diret­ta ai mag­nifi­ci Elet­ti, ed Uffiziali del­la sua Dio­ce­si d’Aquino, chia­man­doli fratel­li, e figli­uoli in Cristo dilet­tis­si­mi, dan­do con­to del Con­cilio tenu­to sin’a quel tem­po, e del modo, col quale tenevan­si le Ses­sioni, facen­do pre­sente ad essi i doc­u­men­ti di vita Spir­i­tuale, descriven­do i decreti fat­ti fin dal pri­mo Mag­gio»[1].

Durante quel Con­cilio, infat­ti, mons. Galeaz­zo Flo­ri­monte, queste le gen­er­al­ità del per­son­ag­gio, fu tra i più attivi tra i rifor­ma­tori essendo forte­mente con­vin­to che i chieri­ci dovessero vivere solo del­la car­ità del popo­lo, ovvero, come scrive Dona­to Pia­cen­ti­ni, che «non dove­vano essere legati ai ben­efi­ci trascu­ran­do o dimen­ti­can­do del tut­to il servizio pas­torale»[2]. Tale atteggia­men­to inevitabil­mente lo pose con­tro la posizione dom­i­nante con la con­seguen­za di essere costret­to a rasseg­nare le dimis­sioni dal­la com­mis­sione di car­di­nali e vescovi incar­i­ca­ta di avan­zare pro­poste inno­va­tri­ci per la rifor­ma del­la chiesa, las­cia­re i lavori del Con­cilio e far ritorno a Roma.

E fu pro­prio durante questo sog­giorno romano, da inquadrar­si in un arco di tem­po com­pre­so tra il 1550 e il 1552, che Galeaz­zo Flo­ri­monte sug­gerì a mons. Gio­van­ni Del­la Casa[3] di dedi­car­si allo scrit­to di un trat­ta­to sulle buone maniere, for­nen­dogli per­al­tro alcu­ni appun­ti sull’argomento che lui stes­so ave­va anno­ta­to in un suo Libro de le inetie. Il sug­ger­i­men­to non andò dis­at­te­so e negli anni suc­ces­sivi l’impegno venne por­ta­to a ter­mine da mons. Del­la Casa anche se il lavoro avrebbe vis­to la luce solo nel 1558, cioè dopo la morte del suo autore, con il tito­lo Gala­teo overo de’ cos­tu­mi, dal lati­no Galatheus, con chiaro rifer­i­men­to al nome di colui che ne era sta­to l’ispiratore, appun­to Galeaz­zo Flo­ri­monte.

Ma chi era cos­tui? Figlio nat­u­rale del notaio Mar­co Fer­ra­monte e di Anton­i­na Castel­lo (o Zitel­lo), Galeaz­zo era nato il 27 aprile1484  a Ses­sa Aurun­ca dove ave­va com­pi­u­to i pri­mi stu­di aven­do tra i suoi maestri il filoso­fo con­ter­ra­neo Agosti­no Nifo

«Egli appli­cos­si nel­la sua gioven­tù», scrive anco­ra Pasquale Cay­ro, «alla Filosofia, Med­i­c­i­na, Teolo­gia, ed anche alla lin­gua gre­ca. Prof­ittò molto nelle Scien­ze, e fu abile, e pron­to in risol­vere affari di som­ma impor­tan­za»[4] tan­to che, «sul prin­ci­pio», lo prese per suo con­sigliere Alfon­so III d’Avalos, march­ese del Vas­to[5], men­tre suc­ces­si­va­mente fu a Roma, come medico, pres­so Mar­co Anto­nio Colon­na.

Dopo un lun­go sog­giorno a Pari­gi tra il 1520 e il 1527, sostò a Verona forse per via dei buoni rap­por­ti con il vesco­vo di quel­la dio­ce­si Gian Mat­teo Gib­er­ti[6], che ave­va dato vita ad un cena­co­lo di let­terati nel cui con­testo per alcu­ni anni Flo­ri­monte avrebbe mat­u­ra­to nuove espe­rien­ze e miglio­ra­to la pro­pria preparazione dot­tri­nale. E, sem­pre a Verona, fu per cir­ca un anno pre­cet­tore pres­so la famiglia Serego, men­tre com­in­ci­a­va a mat­u­rare quel­la vocazione reli­giosa che sarebbe infine sfo­ci­a­ta nel sac­er­dozio, even­to cui si ritiene dover­si col­lo­care il cam­bi­a­men­to del pro­prio cog­nome da Fer­ra­monte in Flo­ri­monte.

Nel 1537, dopo un breve sog­giorno a Roma, ritornò a Ses­sa, dove fu ammin­is­tra­tore del­la men­sa vescov­ile, per ritornare di nuo­vo a Roma tra giug­no e set­tem­bre del 1539 a fare il pre­cet­tore del fratel­lo minore del defun­to vesco­vo di Fano, Fil­ip­po Cosi­mo Gheri. 

Nom­i­na­to nel 1540 guardiano del­la San­ta Casa di Lore­to con il com­pi­to di rimet­tere ordine nei con­ti del san­tu­ario e «cor­reg­gere la rilas­satez­za del clero locale», anco­ra Alfon­so d’Avalos, che era ora gov­er­na­tore di Milano, lo volle l’anno dopo suo con­sigliere spir­i­tuale.

Con­sacra­to il 4 mag­gio 1543 a Bologna vesco­vo di Aquino, fu il mese suc­ces­si­vo al segui­to di Pao­lo III Far­nese nell’incontro che il 21 giug­no 1543  il Papa ebbe a Bus­set­to con l’imperatore Car­lo V e almeno fino a luglio si trat­tenne, forse ospite di Ludovi­co Bec­ca­del­li, nel­la vil­la di questi a Pradal­bi­no, pres­so Bologna. 

Cos­ic­ché fu solo a set­tem­bre che poté final­mente rag­giun­gere la sede del­la dio­ce­si che gli era sta­ta asseg­na­ta dove il suo sog­giorno, però, durò appe­na un anno dal momen­to che il 25 set­tem­bre 1544  anco­ra Pao­lo III lo incar­icò dap­pri­ma del­la cura spir­i­tuale del­la Chiesa napo­le­tana per con­to del nipote minorenne Ranuc­cio Far­nese, e poi, il 18 novem­bre, anche di quel­la tem­po­rale. 

Alla fine del 1545  fu a Roma per essere soll­e­va­to dal­l’uf­fi­cio e pot­er final­mente tornare nel­la sua dio­ce­si. Essendosi, però, appe­na aper­ti i lavori del con­cilio di Tren­to fu invi­a­to in ques­ta local­ità dove giunse il 12 dicem­bre e dove cer­cò subito di far valere il pro­prio pun­to di vista. Quan­do nel mar­zo dell’anno seguente si votò il decre­to di traslazione fu tra i con­trari ma, uni­co tra i vescovi rimasti a Tren­to, si spostò a Bologna e parte­cipò alle due ses­sioni ivi tenute­si tra aprile e mag­gio.

«Ripren­den­do un prog­et­to inizia­to negli anni del sog­giorno ses­sano, durante il quale ave­va fre­quen­ta­to la bib­liote­ca di Mon­te­cassi­no, il Flo­ri­monte si face­va inter­prete dell’orientamento dei set­tori più zelan­ti del­la rifor­ma cat­toli­ca, sen­si­bili alla neces­sità di creare un genere di esor­tazione in vol­gare diret­to alla parte meno istru­i­ta del clero nonché ai laici desiderosi di for­mar­si un’educazione reli­giosa»[7].

Las­ciò Bologna per la sua dio­ce­si il 3 set­tem­bre 1548  ma un paio di anni dopo, a feb­braio del 1550, il nuo­vo papa, Giulio III, lo richi­amò in Curia dove, dal 13 agos­to, divise con Romo­lo Quiri­no Amaseo l’ufficio di seg­re­tario ai bre­vi del defun­to Blo­sio Pal­la­dio sem­pre tor­men­ta­to, però, dal con­flit­to tra il dovere del­la res­i­den­za in dio­ce­si, di cui era sta­to intran­si­gente pal­adi­no nel con­cilio e l’importante incar­i­co in Curia.

Rimase a Roma fino alla nom­i­na a vesco­vo di Ses­sa da parte di Papa Giulio III (22 otto­bre 1552), sta­bilen­dosi quin­di nel­la nuo­va dio­ce­si dove, negli anni suc­ces­sivi, si dedicò «con fer­vore» all’amministrazione.

Nel 1556 fu richiam­a­to a Roma da Pao­lo IV che, volen­do rifor­mare la Curia Romana, «eleg­gè una Con­gregazione di Car­di­nali, di Prelati e di per­sone let­ter­ate», tra cui appun­to mons. Flo­ri­monte, «il quale fe conoscere il suo zelo, ed in mate­ria di Simo­nia la sua opin­ione fu una delle tre che divise quell’assemblea»[8]. In par­ti­co­lare, «si seg­nalò per l’attacco agli abusi nel­la riscos­sione delle tasse sul­la bol­la di nom­i­na sac­er­do­tale».

Tornò in dio­ce­si nel giugno1556. Quan­do il con­cilio fu final­mente indet­to da Pio IV nel gen­naio 1562, fu invi­ta­to ai lavori ma stan­co e afflit­to dagli acciac­chi dell’età, ottenne la dis­pen­sa a parte­ci­parvi. Ciò non gli impedì, tut­tavia, di essere costan­te­mente aggior­na­to sull’evolversi dei lavori gra­zie ad una fit­ta cor­rispon­den­za con Ludovi­co Bec­ca­rdel­li. Insom­ma, «rin­un­zian­do a qualunque ono­ra­to pos­to, ritirossi nel­la sua Chiesa, dove morì di anni ottan­ta­nove nel mille cinque­cen­to ses­san­tasette[9].

«Risplendé la sua dot­t­ri­na ne’ Ragion­a­men­ti sopra l’Etica d’Aristotele, ed in varj ser­moni di Sant’Agostino, e di altri Cat­toli­ci Dot­tori da lui vol­gar­iz­za­ti, e mes­si insieme; e le sue let­tere dirette a varj Prin­cipi , ed illus­tri Per­son­ag­gi in diverse rac­colte stam­pate si leg­gono, e fu egli cagione,  che Mon­sign­or del­la Casa com­ponesse il Gala­teo e col suo nome l’intitolasse. Fu in gran sti­ma pres­so i Prin­cipi Cris­tiani, e Fil­ip­po Re di Spagna, lo des­tinò Arcivesco­vo di Brin­disi, e non volle accettare»[10].

© Costan­ti­no Jadeco­la, 2017.


[1] Pasquale CAYROSto­ria sacra e pro­fana di Aquino e sua Dio­ce­si. Vol­ume II. Napoli, pres­so Vin­cen­zo Orsi­no. 1811, pp. 255–256.

[2] Dona­to PIACENTINI, La soci­età vio­len­ta e il brig­an­tag­gio cinque­cen­tesco nel­la Dio­ce­si di Sora. Sora. 2011, p. 231.

[3]Bor­go San Loren­zo, 28 giug­no 1503- Roma, 14 novem­bre 1556).

[4] Pasquale CAYROop. cit., p. 255

[5] (Ischia, 1502-Vigevano, 1546) Dis­cen­dente di Inni­co I d’Avalos e Antonel­la d’Aquino e mar­i­to di Maria d’Aragona, pro­tet­trice di let­terati ed artisti.

[6] (Paler­mo, 1495-Verona, 30 dicem­bre 1543).

[7] Fran­co PIGNATTIFlo­ri­monte, Galeaz­zo. In Dizionario Biografi­co deli Ital­iani Trec­ca­ni. Vol­ume 48. 1997.

[8] Pasquale CAYROop. cit., p. 256.

[9] Altre fonti indi­cano, come data del­la sua morte, gli inizi di mag­gio del 1565.

[10] Pasquale CAYROop. cit., pp. 256–257.

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Una stazione per Piedimonte San Germano

Era il 5 set­tem­bre 1889 quan­do il Sin­da­co di Pied­i­monte «Sanger­mano», (forse) Giuseppe Di Mona­co, pregò il Prefet­to di Caser­ta, provin­cia  — la mit­i­ca Ter­ra di Lavoro — dal­la quale all’epoca Pied­i­monte dipen­de­va, di vol­er­si cortese­mente inter­es­sare pres­so il com­pe­tente Min­is­tero, per «ottenere una stazione fer­roviaria» sul­la Roma-Napoli, deside­rio con­di­vi­so con Terelle e Vil­la San­ta Lucia ed uffi­cial­iz­za­to da una delib­era dei rispet­tivi con­sigli comu­nali i.

Con suc­ces­si­va nota del 15 mag­gio 1890, il Sin­da­co del tem­po, comm. Lui­gi Ace­to[1], pre­cisa al sot­to­prefet­to di Sora, che la richi­es­ta stazione dovrebbe essere ubi­ca­ta al «chilometro 141,378» del­la lin­ea in ques­tione quale «pun­to inter­me­dio tra Cassi­no e Aquino» cos­ic­ché essa «rius­cirebbe di mas­si­ma util­ità anche ai Comu­ni di Vil­la e Terelle ed ai comu­ni così det­ti di mari­na che per la costruzione del­la stra­da con­sor­tile Pied­i­monte-San Gior­gio in poco tem­po e comoda­mente potreb­bero pren­dere il treno qui anziché a Cassi­no ove dis­tano un’ora e più di cam­mi­no».

Evi­den­te­mente la richi­es­ta com­pie il suo cor­so se il 27 giug­no 1890 il Regio Ispet­tora­to Cen­trale delle Stra­da Fer­rate si esprime in mer­i­to scriven­do alla Prefet­tura del­la Provin­cia di Ter­ra di Lavoro che, «impiantan­dosi una nuo­va stazione al km. 141, ne con­seguirebbe che i Comu­ni di Pied­i­monte e di S. Lucia ver­reb­bero ad essere dis­tan­ti da ques­ta km 3 e quel­lo di Terelle km. 9 con una stra­da di comu­ni­cazione in cat­ti­vo sta­to ed assai dis­as­trosa impe­r­oc­ché non potrebbe valer­si del­la stra­da comu­nale che attual­mente l’allaccia a Cassi­no gia­cen­do ques­ta nel ver­sante oppos­to e pre­cisa­mente ove svilup­pasi la fer­rovia. Del bene­fizio quin­di di una nuo­va stazione godreb­bero soltan­to i due pri­mi citati Comu­ni del­la com­p­lessi­va popo­lazione di 4.200 abi­tan­ti nel­la  mas­si­ma parte agri­coltori.

«Con­sid­er­a­to inoltre che i prodot­ti di quelle popo­lazioni sono esclu­si­va­mente agri­coli e si lim­i­tano ai cere­ali e alle patate ed in una quan­tità poco con­sid­erev­ole e tale da non cos­ti­tuire un trasporto remu­ner­a­ti­vo e ritenu­ta anche che assai scar­so sarebbe il con­cor­so dei passeg­geri per­ché quel­la popo­lazione preferirebbe sem­pre di scen­dere a Cassi­no ove ha sede il Tri­bunale e dove si ten­gono i mer­cati», l’Ispettorato di fat­to resp­inge la richi­es­ta.

Pas­sano molti anni pri­ma di imbat­ter­si in una ulte­ri­ore doc­u­men­tazione in gra­do di fornire infor­mazioni sull’evolversi del­la vicen­da. Arriv­i­amo, in prat­i­ca, al tem­po del­la Grande guer­ra. O, meglio, a qualche mese dal­la sua con­clu­sione. È, infat­ti, il 15 agos­to del 1918 quan­do l’argomento viene ripreso dal Con­siglio comu­nale[2] di Pied­i­monte che si riu­nisce sot­to la pres­i­den­za del Cav. Uff. Pasquale Pela­gal­li. 

Intan­to, ci sono dei fat­ti nuovi: il sito des­ti­na­to ad ospitare la stazione non è più al km. 141,378 ma al km. 130,588 del­la Roma-Napoli, si par­la poi del­la isti­tuzione di un pos­to telegrafi­co e, cosa più impor­tante, che il Comune dovrà con­tribuire alle spese di impianto del­la nuo­va stazione con un con­trib­u­to pari a 12.500 lire da rac­coglier­si «con oblazioni spon­ta­nee e volon­tarie tra tut­ti i cit­ta­di­ni del Comune», sec­on­do una deci­sione pre­sa in prece­den­za.

Si sup­pone che l’argomento sia un tema ricor­rente nel chi­ac­chier­ic­cio locale dal momen­to che alla sedu­ta in ques­tione  «assistono moltissi­mi cit­ta­di­ni del paese ai quali il pres­i­dente riv­olge un cal­do inci­ta­men­to a con­cor­rere con oblazioni spon­ta­nee alla creazione del fon­do».

Appe­na, dopo, però, c’è qua­si un colpo di sce­na: «i cit­ta­di­ni non ver­reb­bero mai meno alla fidu­cia ripos­ta in loro dagli ammin­is­tra­tori comu­nali», fa notare il con­sigliere Pietro Fer­di­nan­di che, poi, a nome del paese tut­to, «riv­olge un cal­do appel­lo al Comm. Ace­to (…) per­ché voglia con la sua noto­ria e prover­biale gen­erosità levare dall’imbarazzo l’Amministrazione comu­nale ed i cit­ta­di­ni che nell’ora attuale risentono i gravi ed impres­sio­n­an­ti dis­a­gi del­la vita  eco­nom­i­ca».

Nel repli­care all’invito, il comm. Lui­gi Ace­to dopo aver ringrazi­a­to Fer­di­nan­di «per aver­gli dato agio di pot­er esternare i sen­ti­men­ti dell’animo suo» riper­corre la lun­ga sto­ria «per il con­segui­men­to di una fer­ma­ta fer­roviaria», di cui egli stes­so si fece pro­mo­tore sin dal 1891, le varie inizia­tive suc­ces­sive, tra cui quel­la «sot­to il sin­da­ca­to del Sig. Tom­ma­so Di Nal­lo», quan­do lui stes­so «provocò anche il voto favorev­ole del Con­siglio Provin­ciale di Caser­ta», ma la doman­da non ebbe il bene­plac­ito del­la Direzione Gen­erale delle Fer­rovie «la quale promise di pren­der­la in benevola con­sid­er­azione dopo l’apertura dell’esercizio del­la Diret­tis­si­ma Roma-Napoli (via Formia, nda)».

Poi, «final­mente», dice anco­ra Ace­to, «dopo l’installazione di un servizio telegrafi­co inter­me­dio  tra le stazioni di Aquino e Cassi­no, sot­to l’attuale Ammin­is­trazione, mer­cé gli autorevoli uffi­ci di S. E. Visoc­chi, la Direzione Gen­erale delle Fer­rovie è venu­ta nel­la deter­mi­nazione di con­cedere la fer­ma­ta al km. 130,588 per il sevizio viag­gia­tori e bagagli, dietro con­cor­so del Comune».

Quin­di, nel rispon­dere all’appello di Fer­di­nan­di, Ace­to dice: «Fran­ca­mente devo  dichiarare che sono sta­to pavi­do a farvi una mia pro­pos­ta, temen­do che la medes­i­ma potesse urtare i del­i­cati sen­ti­men­to delle migliori famiglie del paese, spe­cial­mente quelle rispet­ta­bilis­sime dei Sigg. Marsel­la e Pela­gal­li, nos­tri col­leghi pre­sen­ti alla sedu­ta, ma se questi sig­nori e voi tut­ti me lo per­me­t­tete col vostro com­ple­to assen­so e benev­olen­za, io final­mente dichiaro di sup­port­are, anche a nome del­la mia Sig­no­ra Rosa Ace­to-Car­done tut­ta la spe­sa delle lire 12.500 nonché quelle per il con­trat­to, occor­rente per l’impianto ed eser­cizio del­la fer­ma­ta anzidet­ta, liberan­do il Comune ed i cit­ta­di­ni di qual­sivoglia onere ed aggravio».

Inevitabil­mente, «nel­la sala dell’adunanze si fa una cal­da, unanime ovazione all’indirizzo del comm. Ace­to» cui fan­no segui­to le parole di ringrazi­a­men­to del Sin­da­co Pela­gal­li. Quin­di, il Con­siglio comu­nale «unanime­mente» delib­era la disponi­bil­ità del Comune a «sop­portare» le spese per l’impianto del­la fer­ma­ta al km. 130,592 e del­e­ga il comm. Lui­gi Ace­to a stip­u­lare per con­to del­lo stes­so Comune la rel­a­ti­va con­ven­zione.

Arti­co­la­ta in più pun­ti, ques­ta, tra l’altro, prevede che l’Amministrazione delle Fer­rovie si obbli­ga ad impiantare una fer­ma­ta abil­i­ta­ta al servizio viag­gia­tori e bagagli «eseguen­do a sua cura e spese l’espropriazione del ter­reno occor­rente ed i lavori all’uopo nec­es­sari», ivi com­pre­so il trasporto e la sis­temazione di due barac­che in leg­no costru­ite lun­go la lin­ea dopo il ter­re­mo­to del 13 gen­naio 1915, adat­tan­dole a sala d’aspetto, uffi­ci ed allog­gi per gli imp­ie­gati, oltre alla sis­temazione dell’area inter­es­sa­ta al servizio. Solo «la manuten­zione del piaz­za­let­to ester­no pos­to fra la stra­da comu­nale e la barac­ca con­te­nente la sala d’aspetto ver­rà fat­ta a cura e spese del Comune».

La  stazione, oper­a­ti­va, pare, dal 1923, con­cluse la sua sto­ria il 15 otto­bre del 2000 con il trasfer­i­men­to nel­la nuo­va strut­tura ubi­ca­ta all’altezza del km. 128,988 che, oltre quel­la di “Pied­i­monte San Ger­mano-Vil­la San­ta Lucia”, inglobò anche quel­la di “Aquino-Cas­tro­cielo-Pon­tecor­vo” la cui isti­tuzione risali­va all’epoca dell’apertura al traf­fi­co del­la fer­rovia, il 25 feb­braio 1863.

© Costan­ti­no Jadeco­la, aprile 2020.


[1] Sin­da­co dal 1891 al 1906, con­sigliere provin­ciale, oltre che comu­nale, il comm. Lui­gi Ace­to a quel tem­po si era già reso disponi­bile per l’istituzione in loco di un asi­lo infan­tile a pro­tezione del­la infanzia abban­do­na­ta real­iz­za­to con il patrocinio delle nobil­donne Rosa Car­done, Rosa Cavacece ed altre nonché des­ti­nan­do la con­sid­erev­ole som­ma di 1.500 lire del tem­po, qual­cosa in più di 5.000 euro odierni, a favore sia delle vedove o dei gen­i­tori dei sol­dati mor­ti in guer­ra. Nonos­tante tut­to ciò, il comm. Lui­gi Ace­to non si è mer­i­ta­to dal suo paese nem­meno l’intitolazione non dico di una stra­da o di una piaz­za ma di un modesto vico­lo, sec­on­do l’antico e mai smen­ti­to ada­gio che nes­suno è pro­fe­ta nel­la pro­pria patria.

[2] Ne fan­no parte il Comm. Lui­gi Ace­to, il Cav. Lui­gi Fed­eri­ci, Anto­nio Saba­ti­ni, Bernar­do Marsel­la, Pasquale Pec­chia, Pietro ed Emilio Anto­nio Fer­di­nan­di.

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A.G.Bracaglia vs T. Landolfi: una polemica che fece epoca

Si è ripro­pos­ta alla mia atten­zione in questi tem­pi di “domi­cil­iari c/v” una polem­i­ca gior­nal­is­ti­ca che negli anni Cinquan­ta del scor­so in un cer­to sen­so viva­ciz­zò quan­to meno la provin­cia di Frosi­none anche per lo spes­sore dei suoi pro­tag­o­nisti: Tom­ma­so Lan­dolfi, il grande scrit­tore di Pico, e Anton Giulio Bracaglia,  reg­ista e criti­co cin­e­matografi­co di Frosi­none. Il tut­to, per un arti­co­lo che Lan­dolfi ave­va pub­bli­ca­to su il set­ti­manale Il Mon­do ed il cui con­tenu­to non era sta­to per niente gra­di­to da Bra­gaglia che ne fece ogget­to di una let­tera ind­i­riz­za­ta al diret­tore del­la Gazzetta Cio­cia­ra, Giulio Cel­let­ti, cui, ovvi­a­mente, fece segui­to la repli­ca di Lan­dolfi, anch’essa in for­ma di let­tera ind­i­riz­za­ta, però, a Mario Pan­nun­zio, diret­tore de Il Mon­do. Insom­ma, una polem­i­ca a un cer­to liv­el­lo che, pro­prio per questo, mi è sem­bra­to oppor­tuno ripro­porre in questo sito cer­to di far cosa gra­di­ta sia a chi la ques­tione era già nota sia a chi la igno­ra­va (c.j.).

I CONTRAFFORTI DI FROSINONE

 di Tommaso Landolfi

Non è che a Roma ci sia penuria di luoghi squalli­di e sof­fusi di ciò che appun­to si chia­ma il «gial­let­to romano», tutt’altro. Ma nes­suno forse eguaglia quel gran viale romana­mente nom­i­na­to, da certe ca­serme di duemi­la anni fa e di oggi, Cas­tro Pre­to­rio. Qui, oltre a tut­to, stan­no fian­co a fian­co in inter­minabili file quegli igno­bili veicoli che dicono «cor­riere», e che assi­cu­ra­no il trasporto dei passeg­geri ver­so non meno squallide province; qui da un lato si aprono le bigli­et­terie con pen­sili­na d’una grande impre­sa di codesti trasporti; di innanzi a cui parte ogni tan­to una di codeste cor­riere, tra risonare di tetre e slen­tate favelle. Con sussiego e gre­ca al berret­to un imp­ie­ga­to dell’impresa si pone davan­ti al car­roz­zone par­tente e fa la chia­ma dei numeri, la­sciando a mano a mano salire i passeg­geri; quan­to ai ritar­datari, alle ce­ste di schia­maz­zan­ti pol­li, ai faz­zo­let­ti a quadri gon­fi di ortaglie, alle lat­te d’olio che stiller­an­no sulle spalle o sulle scarpe dei viag­gia­tori, tro­vi­no poi il loro pos­to come pos­sono e se pos­sono. «A signò, dove andi­amo?», chiede il fat­tori­no a un’ultima gras­sona che accorre trasci­nando una vali­gia lega­ta col­lo spa­go. «Ten­go da andà a Fer­enti­no» ri­sponde quel­la sen­za fia­to. «Va bè, salire davan­ti». E così ci si avvia tra­bal­lan­do per strade sen­za volto, per sot­topas­sag­gi da sui­cidio e, come effet­to del movi­men­to, uman­ità e ani­mal­ità com­in­ciano a sis­temar­si (o, con locuzione da gallofi­lo, a “tas­sar­si») sul fon­do del­la cor­ri­era. Ma a Por­ta Mag­giore, fer­ma­ta e nuo­vo assalto.

Final­mente, ecco che il car­roz­zone corre fuor di cit­tà, gareg­gian­do coi tran­vai delle vic­i­nali e attra­ver­san­do chissà che Bor­ga­ta Finoc­chio o che Tufel­lo; ecco che i man­gia­tori di aran­ci impren­dono la loro ap­piccicosa bisogna sputan­do semi dap­per­tut­to; ed ecco che il pri­mo bam­bi­no, sgranan­do gli occhi e diven­tan­do verde, prin­cip­ia a vomi­tare, s’intende tra le gambe dei viag­gia­tori com­pas­sio­n­an­ti, tosto imi­tato da qualche dama di stin­co peloso. Finché una ripic­chi­a­ta professo­ressa di scuole medie con servet­ti­na a lato non salti su a redar­guire il per­son­ale e le vom­i­tan­ti stesse: «Care mie, se vi fa male la macchi­na, per­ché non pren­dete il treno? » (il vom­i­to con­tin­ua allo­ra dal fine­strino).

E così alla men peg­gio si rag­giunge la cit­tà che con felice eufemi­smo è sta­ta defini­ta la cap­i­tale del­la Cio­cia­ria; dove per oggi ci fer­mer­e­mo un momen­to. Con felice eufemis­mo, per­ché non è intan­to chi non veda che ha un brut­to nome: Frosi­none. I suoi par­ti­giani mede­simi devono con­fes­sare la sgrade­v­ole impres­sione indot­ta da questo fal­so accresc­i­ti­vo (per tenere il lin­guag­gio degli enim­misti). Frosi­none! Cer­to bisogna fare appel­lo al pro­prio sen­so filo­logi­co e alla pro­pria dot­t­ri­na (gen­er­a­tori, ognuno lo sa, di com­postez­za spir­i­tuale) per non sen­tir­si respin­ti da un tal nome, che par fat­to appos­ta per evo­care fac­ce aduste e camuse di pac­chi­ane con rel­a­ti­vo faz­zo­let­to da capo (come in cer­ti pit­tori del­la realtà), insom­ma tut­to quan­to si dà di uggioso, declam­a­to­rio e cieco; in par­ti­co­lare occorre richia­mar­si alla eru­dita memo­ria che esso nome sarà forse, invece, un anti­co abla­ti­vo, e il bel­la­tor Frusi­no d’un altret­tan­to anti­co scrit­tore. Per­al­tro, nel­la eufe­mistica per­ifrasi non è con­tenu­to un nome mag­a­ri più brut­to di quel­lo da evitare? E del resto il sen­so filo­logi­co va uni­to a quel­lo stori­co, sic­ché come dimen­ti­care che nel teatro popo­lare romanesco, quel­lo da per­ife­ria, c’era sem­pre, pri­ma che il fas­cis­mo attribuisse a ques­ta cit­tà gra­do di capolu­o­go, qualche per­son­ag­gio che per far sghig­naz­zare gli spet­ta­tori e coprire un altro di ridi­co­lo gli chiede­va se fos­se di Frosi­none?

O mura di Volter­ra, o mura pelas­giche e ciclopiche, o spalti di Ni­nive e di Tebe, roc­che del deser­to, che siete voi appet­to a questi po­tenti con­traf­for­ti che sosten­gono una gial­la casuc­cia in «stile nove­cento» o un ges­soso palaz­zot­to pub­bli­co in lit­to­rio? Giac­ché Frosi­none è pos­ta in cima a una col­li­na che stra­pi­om­ba da tutte le par­ti (del­la sua incan­tev­ole posizione mi sarà gra­to infor­mare più oltre) e anche per costru­ire un ves­pasiano c’è bisog­no di erigere pri­ma una mas­s­ic­cia muraglia. E ben vero che da qualche anno la cit­tà si va espan­den­do anche a piè del­la col­li­na, ver­so un luo­go nel cui nome la vol­gare paro­la «oste­ria» biz­zarra­mente si allea a un nobile casato, con dovizia di acche e di dit­tonghi alla lati­na; e che in ogni caso queste im­ponenti costruzioni son peg­ni edi­f­i­can­ti del­la umana oper­osità.

Tut­tavia, tan­ti con­traf­for­ti e con­troscarpe e sper­oni si può ben dire che sostengano il mero nul­la. È dif­fi­cile trovare in Italia una cit­tà che non offra alcu­na tes­ti­mo­ni­an­za dei suoi glo­riosi pas­sati, che non si adorni di ves­ti­gia romane o etr­usche od osche o mar­rucine, o almeno di una bic­oc­ca, di una mod­es­ta casipo­la medio­e­vale; dif­fi­cile ma, come la nos­tra Frosi­none dimostra, non impos­si­bile. E dunque tut­ta la sua sto­ria dov’è anda­ta a finire? Fra l’altro non sono qui nati (sal­vo errore) un cer­to san­to Ormis­da, forse un papa Sil­ve­rio e, in tem­pi recen­ti, quel gran patri­o­ta dal cui cog­nome Garibal­di che è Garibal­di trasse il nome di bat­tes­i­mo d’un suo figli­uo­lo, inten­do il Ric­ciot­ti? E, nei tem­pi calami­tosi, i bravi frosi­none­si (par­don: frusi­nati) si saran­no pure dife­si dagli assalti di tutte le sol­dataglie che scor­re­vano la loro valle: e dov’è allo­ra quel bric­ci­co di castel­lo o di fortez­za, alle brutte quel rud­ere crol­lante che l’ultimo paesino ital­iano gelosa­mente cus­todisce? Ahimè, a Frosi­none tro­verete, lun­go quel budelli­no di stra­da che va su e giù per la cit­tà inabis­san­dosi e impen­nan­dosi, mag­a­ri belle bot­teghe con tutte le novità del­la cap­i­tale, mag­a­ri bei caf­fè, sen­za con­tare tutte le va­rietà dell’architettura con­tem­po­ranea, ma mai un pez­zo di muro che vi ricor­di tem­pi meno tristi e for­nisca argo­men­to alla vos­tra pen­sosità. Lo stes­so Bertarel­li (o i con­tin­u­a­tori del­la sua opera), sem­pre tan­to pieno di buona volon­tà, giun­to a Frosi­none non tro­va nul­la da vedere, sal­vo (per la ver­ità) prete­si avanzi romani­ci del cam­panile. «Frosi­none… è cen­tro agri­co­lo e mer­ca­to di bes­ti­ame impor­tante… », così press’a poco se la cava la Gui­da Breve. E però da dire che io sto trascri­vendo dall’edizione del ’39 (XVII): chissà che nel frat­tem­po la cit­tà non si sia inno­bili­ta con effet­to retroat­ti­vo? Per esem­pio, a Frosi­none si attribuisce oggi non so che pre­mio di pit­tura, di cui il malau­gu­ra­to viag­gia­tore scorge gli annun­zi su striscioni tesi tra casa e casa, e inoltre si pub­bli­ca una gazzetta cio­cia­ra o del­la Cio­cia­ria che ha perfi­no qual­cosa come una terza pag­i­na.

Eppure, sec­on­do anco­ra dice il Bertarel­li o il bertarelle­sco, Frosi­none davvero giace «in splen­di­da posizione panoram­i­ca»: con meravi­gliosa vista su una piana d’oro, su dol­ci e fronzu­ti col­li che qua e là ram­men­tano i toscani, di fronte agli ardi­ti e azzur­ri Lep­i­ni. Ma per­ché poi ten­to di rubare il mestiere ad altri meglio qual­i­fi­cati? Una sem­plice quar­ti­na ne dirà più di quan­to io potrei fare. Ne fu a suo tem­po autore un gio­vane avvo­ca­to del pos­to, in segui­to pas­sato alla polit­i­ca e da ul­timo più o men forzata­mente tor­na­to alla sua avvo­catu­ra; l’intera com­posizione fu pre­mi­a­ta in un con­cor­so, ben a ragione. Ma ecco sen­za più la quar­ti­na: «Ogni sera gliu sole alloc’ a balle (cioè: lag­giù) ‑Pri­ma de s’addurmì ce benedice — D’ore doven­ta tut­ta ches­ta valle — E gli cel­litte (aliasgli uccelli­ni) can­tane felice… ». (Si avver­ta però che cito a memo­ria e che non ho mol­ta prat­i­ca di queste grafie né di ques­ta lin­gua). Quar­ti­na che ho ripor­ta­to volen­tieri, qua­si a scusar­mi di qualche asprez­za che può essere vedu­ta nel pre­sente arti­co­lo, per­ché bene lumeg­gia la con­vivi­al­ità, la larghez­za di cuore, infine il sen­so di poe­sia di questi abi­tan­ti, che taluno si osti­na a tenere per rozzi.

E con ques­ta benigna immag­ine las­ci­amo in pace la povera Frosi­none: la nos­tra cor­ri­era, ancor più car­i­ca di efflu­vi, ancor più ron­zante di tetre cala­ture, riprende ormai il suo viag­gio. E sta­ta fer­ma un quar­to d’ora in un piaz­za­le, e il ven­di­tore di gazose non ha man­ca­to di salirvi rumor­osa­mente, invi­tan­do tut­ti a rin­fres­car­si, prote­s­tando che non fos­se nec­es­sario pagar subito, che egli avrebbe fat­to cred­i­to a chicches­sia, e salu­tan­do i conoscen­ti con degli affet­tu­osi «te possi­no» o, in caso di conoscen­za inti­ma, «te possi­no ammaz­zà». Quan­to a me, sono sce­so per sgranchir­mi le gambe e, inseg­na­to il pae­sag­gio urbano, ho det­to alla mia com­pagna di viag­gio: «Pare pro­prio un quartiere di Roma» sor­pren­den­do negli occhi di un pas­sante un lam­po d’orgoglio.

Fra poco dunque rag­giun­ger­e­mo Cepra­no sul Liri (il Verde di Dante), cui la sorte coni­u­gale di un per­son­ag­gio del Rigo­let­to, ogget­to dei lazzi appun­to del pro­tag­o­nista, ha fat­to una dis­grazi­a­ta nomea. Ma Cepra­no era stazione con­fi­nar­ia al tem­po del Bor­bone di benedet­ta memo­ria, e qui per­tan­to il Reg­no di Napoli ci apre le sue brac­cia, col calore del­la sua aria, il suo verde un che più inten­so, la sua ter­ra più ar­dente, la sua lin­gua più vivace. Siamo insom­ma a casa nos­tra. Già si pro­fi­lano all’orizzonte le biz­zarre e pos­sen­ti sagome degli Aurun­ci (dietro cui è il mare di Formia e di Gae­ta, i quartieri set­ten­tri­on­ali del­la cit­tà di Napoli), ferite dagli appresta­men­ti e dal cor­so di un dan­nato acque­dot­to, già si intravede quel pic­co­lo monte Pote che get­ta nondi­meno un’ombra immane sul­la mia casa.

Si. Che col­pa ha un infe­lice dei capric­ci di un regime tiran­ni­co o delle mene di alcu­ni intri­g­an­ti? Voglio dire che uno o due dei miei let­tori, cioè in sostan­za uno o due car­i­tat­evoli ami­ci, pos­sono aver udi­to del mio luo­go d’origine e che esso fa attual­mente parte del­la provin­cia di Frosi­none; ebbene, fig­uri­amo­ci se codesti si ter­ran­no dal commen­tare che, come non si dà pro­fe­ta in patria, così non c’è patria che stia bene ai suoi figli. Eh no: oppure dovrei credere che i det­ti ami­ci siano di col­oro che d’ogni cosa non vedono se non l’aspetto ammin­is­tra­ti­vo? Sen­za dub­bio il mio paese, che era sem­pre sta­to nel­la provin­cia di Ca­serta, è attual­mente nel­la provin­cia di Frosi­none. Ma che per­ciò? Né la sua lin­gua, pri­ma che il triste even­to si pro­ducesse, né le sue tradizioni ebbero mai nul­la a che vedere con ciò che anco­ra qualche vec­chio chia­ma «lo sta­to romano»: di qua Lon­go­b­ar­di, Nor­man­ni, Angioi­ni, di là papi e loro accol­i­ti; di qua una lin­gua di tipo napo­le­tano-abbruz­zese, di là una specie di romanesco sub­ur­bano; a non ten­er con­to poi di tut­to il resto. Si inten­da comunque: io non sto ponen­do qui una ques­tione più o meno per­son­ale, ma pren­den­do le par­ti di tut­ti quei pae­si e di tut­ti quel­li che un dis­senna­to potere ha strap­pa­to o allonta­nato dal loro cen­tro nat­u­rale. Che poi questi pae­si abban­do­nati al ne­mico vadano sposan­do, per la bes­tiale insen­si­bil­ità di molti loro abi­tanti, i cos­tu­mi dell’attuale capolu­o­go, è altro dis­cor­so: tut­to si perde a questo mon­do, «tut­to svanisce come bru­ma o sog­no».

Ma non la pren­di­amo così sul tragi­co. Se non che, per finire, io vor­rei anco­ra che i miei sia pur benevoli detrat­tori, col­oro che si diver­tono a qual­i­fi­care me o altri miei com­pag­ni d’esilio di cio­cia­ri, rispon­dessero a ques­ta  trip­lice doman­da: che col­pa, dac­capo, ha un pover’uomo se, ammin­is­tra­ti­va­mente par­lan­do, il suo paese appar­tiene alla provin­cia di Frosi­none? Un po’ di lealtà vi si chiede, ami­ci miei, e soprat­tut­to un po’ di car­ità (Da “Il Mon­do”. A. VI, n. 31, 3 agos­to 1954)

I “FURORIDI UN CIOCIAROIMPARIGINITO

di Anton Giulio Bracaglia

…Tom­ma­so Lan­dolfi, invece, si ver­gogna se, sor­ri­den­do, gli dan­no del «cio­cia­ro». Questo Lan­dolfi, che io non ave­vo mai sen­ti­to men­zionare, è cio­cia­ro di sette pel­li, giac­ché tu mi dici che è nati­vo di Pico, per la ra­gione che la Cio­cia­ria arri­va fino agli Aurun­ci e si con­ser­va orig­i­nale coi pro­pri carat­teri soprat­tut­to nelle mon­tagne. Questo Lan­dolfi si ver­gogna di essere cio­cia­ro come se fos­se gob­bo o figlio di N.N. Egli si ribel­la al crite­rio gen­erale e sostiene Cam­pa­nia la natia Pico.  Qui la polem­i­ca non avrebbe fine se la ricom­in­ci­as­si­mo dopo le con­tese tra De Libero cio­cia­ro di Fon­di e patri­o­ta fanati­co e Michele Bian­cale cio­cia­ro di Sora, tra­di­tore del­la Patria. Senonché questo gior­nal­ista Lan­dolfi che non ono­ra la Pa­tria cio­cia­ra come fa Vit­to­rio Zin­cone, vive avve­le­na­to a causa del­la sua orig­ine rus­ti­ca; e non si limi­ta a rin­negar­si, ma spu­ta su tut­to il nos­tro paese! Dovrebbe bas­tar­gli l’esempio di Bian­cale, benché sud­di­to ribelle, che res­ta innamora­to di tutte le varie terre e mon­tagne, nos­tal­gi­co di tutte le varie spi­ag­gie e coste del­la Cio­cia­ria Marit­ti­ma. Dob­bi­amo credere al­l’evidenza! La nos­tra Maga Circe si diverte, anco­ra, a mutar gli uomi­ni in ani­mali! Questo Lan­dolfi cova un ran­core che diven­ta odio velenoso, ras­somiglian­do­lo a quei figli di con­ta­di­ni che dis­prez­zano il pro­prio padre a causa delle «ves­ti­gia ruris». Io sono cio­cia­ro e non ho pau­ra di sem­brare un cafone, giac­ché sono, invece, un ele­gan­tone impa­r­ig­ini­to fin dal prin­ci­pio del sec­o­lo, così sicuro del mio chic spir­i­tuale e mate­ri­ale, da po­ter scri­vere di Cio­cia­ria come se par­las­si di Ver­sailles.  Il Lan­dolfi, al con­trario, si sente la coda di paglia, sporca di strame, nel patir la qual­i­fi­ca di cio­cia­ro, qua­si fos­se un mar­chio di infamia; e schiz­za fiele, piglian­dosela persi­no con due papi di Frosi­none, e chia­man­do un «cer­to S. Ormis­da» il pro­tet­tore del­la cit­tà rinascente. Lan­dolfi pas­sa per l’Osteria det­ta De Matthaeis, in zona già feu­do di questo con­te e per­ciò così denom­i­na­ta, chieden­dosi, con scioc­co sar­cas­mo, per­ché mai un’osteria por­ti un nome con acche e dit­tonghi. Miran­do a provar­ci di non essere cio­cia­ro, questo cio­cia­ro «fa l’inglese al paese suo». Ma guar­da che tipo da farsa alla Cekoff può diventare un «pae­sano di Pico», che si mette a fare il forestiero, turi­sta per la pro­pria regione, snoban­dola come se non l’avesse mai vista. Ciò che riconosco è la sua igno­ran­za del­la sto­ria locale. E un pec­ca­to ve­niale. Ma non lo osten­ti come una qual­ità! […] Caro Cel­let­ti, non ti offend­ere per il dis­prez­zo espres­so alla tua mod­es­ta gazzetta, lumi­ci­no di spir­i­tu­al­ità nel buio cul­tur­ale cio­cia­ro (locale). Tu ti con­for­ti con firme ben autorevoli, e sono una venti­na, tutte nazional­mente più note di quel­la del Lan­dolfi: alcune inter­nazion­ali. Questo picone, pichi­no, o pich­ese, è un cio­cia­ro nel vero sen­so satiri­co. Provin­cialis­si­mo in fon­do, teme di es­serlo. Potrem­mo dire che ci dà la pro­va di cio­cia­r­ità, pro­prio col fat­to d’esser uno di quei tipi nos­trani, bar­bari­ci e sel­vati­ci, che non si civiliz­zano nem­meno andan­do all’estero. La Cio­cia­ria ne pro­duce anco­ra, pur­troppo! Uno è lui (Da La Gazzetta Cio­cia­ra. A. III, n. 18. 25 novem­bre 1955 )

LA CONTROREPLICA 

di Tommaso Landolfi

Caro Pan­nun­zio, per rispon­dere al mio arti­co­lo che tu inti­to­lasti I con­traf­for­ti di Frosi­none (Mon­do del 25 ot­tobre) il diret­tore del­la Gazzetta cio­cia­ra (nel numero del 25 novem­bre) cede la paro­la al suo «illus­tre concit­tadi­no scrit­tore e reg­ista Anton Giulio Bra­gaglia». Al quale rib­at­tere nel mer­i­to sarebbe in ogni caso dif­fi­cile, vi­sto che il suo scrit­to, a parte alcune dotte pre­messe, un mer­i­to vero e pro­prio non ha, e che se l’ha è con­trad­dit­to­rio, e che del resto l’autore sem­bra aver let­to male il mio arti­co­lo. Esso scrit­to si riduce insom­ma (come poi era da aspet­tar­si) a una serqua più o meno nutri­ta e più o meno ben distri­buita di con­tu­melie. Ora, tu inten­di cer­to che non si trat­ta qui di incro­ciare spade di leg­no e che io potrei ten­er­mi pago di aver fat­to stiz­za ai cio­ciari (il gior­nale assi­cu­ra infat­ti di aver avu­to «tante e tante proteste da ogni parte del­la Provin­cia e fuori – sic»). Se di ques­ta sto­ri­u­co­la non si potesse dopo tut­to fare un caset­to di cos­tume. Nar­ra un ami­co che acca­den­dogli, in un pub­bli­co caf­fè e ad alta voce, di dir cor­na e vitu­pe­rio dei toscani, con sbig­ot­ti­men­to vide un gagliar­do gio­vane levar­si da altro ta­volo e venir­gli addos­so. Ma per escla­mare: «Io son toscano: Lei l’ha pro­prio ragione». Né c’è bisog­no di andar­la a cer­care tan­to lon­tano, un po’ di civiltà: Libero de Libero (che pro­prio nel­lo scrit­to in paro­la è defini­to «cio­cia­ro di Fon­di e patri­o­ta fanati­co») scriven­do­mi di recente col soli­to affet­to, sog­giunge­va «Il tuo arti­co­lo su Frosi­none mi ha diver­ti­to enorme­mente». Ebbene, a mio giudizio quel­la di codesti due, se mai, è vera e anche prof­ittev­ole car­ità di patria. Lad­dove le sman­ie dell’ «illus­tre concit­tadino, ecc. » non fan­no che con­fer­mare me e i let­tori ben­nati in quan­to nel mio arti­co­lo era (e me ne pen­to) appe­na implic­i­to. E con ciò ti rin­grazio dell’ospitalità e per con­to mio dichiaro defin­i­ti­va­mente chiu­so l’in­cidentino, qualunque altra con­tu­melia al mio ind­i­riz­zo dovesse pren­der for­ma in mente o in gazzetta cio­cia­re (Da Il Mon­do. A. VII, n. 51. 20 dicem­bre 1955).

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CALENDIMAGGIO” A PASTENA

 Le com­po­nen­ti han­no evi­den­ti lega­mi con antichissi­mi riti propizia­tori anche se, tem­po dopo tem­po, da quel­li orig­i­nari, pro­pri delle prim­i­tive comu­nità agro-pas­torali, la rit­u­al­ità del­la fes­ta è sta­ta ritoc­ca­ta qua e là con le vari­anti del caso, sino a quelle, rad­i­cali, imposte dal cris­tianes­i­mo: si par­la di quel­la che, forse, una vol­ta — tan­to, tan­to tem­po fa — anche a Pas­te­na era la fes­ta del­la pri­mav­era, una sor­ta di Cal­endimag­gio, ma che poi, nel­l’e­volver­si delle cose, è diven­ta­ta la fes­ta del­la SS. Croce.

 Non si trat­ta, sia chiaro, del­la soli­ta fes­ta che si esaurisce in un paio di giorni: qui le cose, infat­ti, van­no avan­ti per un mese ed oltre, cioè da quan­do, il pri­mo giorno di aprile, il «mas­tro di fes­ta», figu­ra in cui qual­cuno intravede il sac­er­dote-stre­gone delle antiche comu­nità agro-pas­torali, con­duce sul sagra­to del­la chiesa una gioven­ca sul­la cui fronte, quale seg­no di riconosci­men­to, con un nas­tro rosso è sta­ta anco­ra­ta una croce di met­al­lo. Rice­vu­ta la benedi­zione dal par­ro­co, l’an­i­male viene las­ci­a­to libero di andare dove vuole: se dove pas­sa potrà pas­co­lare, il rac­colto sarà fer­tile; ci sarà ben poco da sper­are, invece, per chi ne osta­col­erà i movi­men­ti.

 A metà aprile, poi, men­tre inizia la preparazione dei vari tipi di dol­ci che all’oc­cor­ren­za avran­no il com­pi­to di sod­dis­fare i moltissi­mi palati che in cir­costanze del genere offrono sem­pre la mas­si­ma disponi­bil­ità, il «mas­tro di fes­ta», coa­d­i­u­va­to per la cir­costan­za da una com­mis­sione di «sag­gi», va alla ricer­ca del «mag­gio», ovvero del­l’al­bero più drit­to, più alto e più «anziano» del ter­ri­to­rio (pare che il nome gli derivi da «major», cioè «mag­giore»), che potrà essere, indif­fer­ente­mente, una quer­cia, un castag­no o un cipres­so: una vol­ta «indi­vid­u­a­to», per­ché il suo ruo­lo sia noto, il «mas­tro» incide una croce sul­la cortec­cia.

 Si arri­va, così, all’ul­ti­mo giorno di aprile, quan­do, cioè, si approssi­ma il momen­to, è il caso di dire, del red­de rationem sia per il «mag­gio» che per la gioven­ca: infat­ti, una vol­ta recu­per­a­ta, ques­ta viene por­ta­ta a pre­sen­ziare al taglio  del «mag­gio», siamo al pri­mo mag­gio, dopo che l’al­bero prescel­to è sta­to rifer­i­men­to di preghiere e di «devozione» — non esclusi spari di vario genere — pro­prio per quel suo sim­bo­leg­gia­re la Croce.

 Abbat­tuto e spoglia­to dei rami, ma non del­la cima, il «mag­gio» viene trasci­na­to ver­so Pas­te­na da cop­pie di buoi che si alter­nano nel com­pi­to — ora il loro numero è lim­i­ta­to ma si dice che un tem­po si siano arrivate a con­tare ben oltre cen­to cop­pie — i cui pro­pri­etari si riten­gono ono­rati e for­tu­nati di pot­er parte­ci­pare al trasporto: pro­prio per questo moti­vo si era soli­ti fare la «con­ta» per sorteggia­re le tre cop­pie di buoi che avreb­bero avu­to il priv­i­le­gio di com­piere la pri­ma e l’ul­ti­ma parte del tragit­to nel cor­so del quale, comunque, tut­ti i buoi pre­sen­ti ben­e­fi­ci­a­vano del priv­i­le­gio del traino, sia pure per pochi metri; và da sè che allo sposta­men­to del «mag­gio», oltre alla gioven­ca, parte­cipi una molti­tu­dine di gente la quale, per­al­tro, col­lab­o­ra anch’es­sa al trasporto del tron­co.

 Una sos­ta è d’ob­bli­go nei pres­si del cimitero non solo per­ché è qui che il «mas­tro di fes­ta» dis­tribuisce pani­ni, dol­ci e bevande ai pre­sen­ti ma anche per­ché il tron­co non può giun­gere in paese, a por­ta Napoli, pri­ma di mez­zo­giorno. E’ notte inoltra­ta, invece, quan­do si com­pie il rito dell’«abbusso»: una pro­ces­sione, pre­ce­du­ta da una Croce in cui è incas­to­na­ta una reliquia di quel­la di Cristo, rag­giunge dal­la chiesa la casa del «mas­tro» alla cui por­ta il sac­er­dote bus­sa con la stes­sa Croce. Un colpo, due colpi, e, final­mente, al ter­zo, ma solo dopo il ter­zo «abbus­so», dal­l’in­ter­no del­la casa il «mas­tro» chiede chi sia: avu­ta rispos­ta che si trat­ta del­la SS. Croce, la por­ta viene final­mente aper­ta per con­sen­tir­le l’ac­ces­so, acces­so che viene salu­ta­to sia dal­l’ac­cen­sione delle luci, tenute sino ad allo­ra rig­orosa­mente spente, sia da man­i­fes­tazioni di gioia la cui por­ta­ta è facil­mente intu­ibile. In sostan­za, aven­do accetta­to di dare ospi­tal­ità alla reliquia del­la Croce, si è pas­sati dalle tene­bre alla luce: un even­to cui sia «il mas­tro» che i suoi famil­iari annet­tono grande impor­tan­za tan­to da fes­teggia­r­lo come meri­ta, ovvero anche con cibarie e bevande varie, ed al quale il coin­vol­gi­men­to di quan­ti han­no piacere a parte­ci­parvi non neces­si­ta cer­to di essere sol­lecita­to.

 Intan­to, a mez­zan­otte in pun­to è tem­po di spostare il tron­co: le tre cop­pie di buoi che il sorteg­gio ha priv­i­le­gia­to lo trasci­nano in piaz­za, dove sarà rip­uli­to del­la cortec­cia e levi­ga­to. Ma ques­ta oper­azione avviene solo il mat­ti­no suc­ces­si­vo quan­do, dopo che sul­la sua som­mità sarà sta­ta col­lo­ca­ta una croce tra fas­ci di ginestre, a mez­zo­giorno in pun­to il «mag­gio» ver­rà issato per restarvi fino all’ul­ti­ma domeni­ca di set­tem­bre, giorno del­la fes­ta di San Sin­foro. Ma col toc­co di mez­zo­giorno si com­pie anche il des­ti­no del­la gioven­ca. Ossia tor­na a ripro­por­si, con questo rito sac­ri­f­i­cale, un altro sim­bolis­mo tipi­co di epoche lon­tane. 

 Il 3 mag­gio, si noti anche la ricor­ren­za di questo numero, sacro per eccel­len­za (3 cop­pie di buoi, 3 «abbus­si», 3 mag­gio), la con­clu­sione: al mat­ti­no si svolge la grande pro­ces­sione con le stat­ue di San­t’E­le­na e di San Sin­foro e i loro troni baroc­chi — si dice che fino ad alcu­ni anni or sono le stat­ue parte­ci­pan­ti arriva­vano anche a quindi­ci — ma chi è ono­ra­ta di un ruo­lo di pri­mo piamo è nat­u­ral­mente la SS. Croce, altro ele­men­to ricor­rente. Com­pi­u­to il con­sue­to giro per le strade e le viuzze del paese e dopo una sos­ta in piaz­za, le stat­ue fan­no il loro rien­tro in chiesa, ma a ritroso, per far sì che sia pro­prio la SS. Croce l’ul­ti­ma ad entrare. 

 Esauri­to così l’aspet­to reli­gioso del­la fes­ta, nel pomerig­gio prevale l’al­tro, quel­lo popo­lare, con l’asce­sa al «mag­gio» per la con­quista dei pre­mi: un albero del­la cuccagna in piena rego­la. Ma non è fini­ta. Res­ta, infat­ti, anco­ra qual­cosa da fare: il ritiro del­la reliquia dal­la casa del «mas­tro» — che in pro­ces­sione viene ripor­ta­ta in chiesa — e la «cel­e­brazione» del rito del «pos­ses­so», ovvero il «cam­bio del­la guardia» fra il «mas­tro» in car­i­ca e colui il quale avrà l’onore di pren­dere il suo pos­to il prossi­mo anno: si trat­ta di un incar­i­co molto ambito nonos­tante che, come si è vis­to, fra feste e fes­tic­ci­ole, dol­ci e bevande varie, com­por­ti anche un non indif­fer­ente onere finanziario. Ma tan­t’è. Evi­den­te­mente a con­fer­ma del fat­to che “dove c’è gus­to non c’è per­den­za”. 

© Costan­ti­no Jadeco­la, 1997.

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Con le zampogne di San Biagio Saracinisco alla conquista della Siberia

Inevitabil­mente, in ques­ta sta­gione di domi­cil­iari, che alla fine ti decidessi a met­tere mano alle tante carte accu­mu­late negli anni era, in un cer­to sen­so, nell’ordine delle cose. E così è sta­to. Con il risul­ta­to non solo di incre­mentare la rac­col­ta di quel­la des­ti­na­ta al macero ma anche di sco­vare ritagli di gior­nali o appun­ti accan­to­nati in epoche lon­tane pen­san­do che un giorno, forse, ti sareb­bero tor­nati utili.

Ipote­si, però, tal­vol­ta rimaste tali con la con­seguen­za che per quelle carte che ora ripas­sano tra le tue mani una deci­sione la devi comunque pren­dere: o get­tar­le nel ces­ti­no o uti­liz­zarle in qualche modo. Soluzione, quest’ultima, che mi è par­so oppor­tuno priv­i­le­gia­re quan­do ho trova­to un ritaglio di gior­nale, anzi de Il Gior­nale, di ven­erdì 26 gen­naio 1990, che all’epoca misi da parte per­ché in esso si parla­va del ‘Don Otel­lo’, cin­e­ma cio­cia­ro a Irkut­sk, che è una cit­tà del­la Rus­sia siberi­ana cen­trale, capolu­o­go del­l’Oblast, sit­u­a­ta, si fa per dire, a un tiro di schiop­po da Mosca: appe­na 5.185 km.

A riferire la (per cer­ti ver­si) sen­sazionale notizia era Lino Pel­le­gri­ni, fir­ma pres­ti­giosa del gior­nal­is­mo ital­iano, il quale, appun­to, nel suo girova­gare per il mon­do, a San Bia­gio Saracinis­co, si era imbat­tuto «con un ‘laziale-siberi­ano’» i cui non­ni, ex zam­pog­nari, ave­vano aper­to ben otto sale cin­e­matogra­fiche tra Siberia e Man­ci­uria.

Quan­do Pel­le­gri­ni lo incon­trò, questo ‘laziale-siberi­ano’, che si chia­ma­va Adol­fo Donatel­la, ave­va già «una rag­guarde­v­ole età»: nato in Siberia e vis­su­to soprat­tut­to in Man­ci­uria, alla fine ave­va prefer­i­to ritornare nel bor­go natio dal quale moltissi­mi anni pri­ma era­no par­ti­ti i suoi bis­non­ni. Zam­pog­nari, nat­u­ral­mente, «migrati in Siberia» dove, dal ramo zam­pogne era­no poi pas­sati al ramo giostre.

Adol­fo rac­con­ta: «In due gen­er­azioni i Donatel­la salirono di liv­el­lo sociale tan­to da creare fra Siberia e Man­ci­uria, ben otto cin­e­matografi. Si chia­ma­vano, quei locali, non già ‘Donatel­la’ ma ‘Don Otel­lo’ in modo da dar nell’occhio».

Mem­o­re di ques­ta chi­ac­chier­a­ta, quan­do capi­ta a Irkut­sk, Lino Pel­le­gri­ni non può fare a meno di chiedere alla sua «accom­pa­g­na­trice buri­a­ta (una lin­gua mon­goli­ca par­la­ta in Cina, Mon­go­lia e Rus­sia, nda) se per caso, nonos­tante il tem­po trascor­so, lei sap­pia di un cin­e­ma ‘Don Otel­lo’. Risponde elet­triz­zante: “è quel­lo lì. Oggi si chia­ma ‘Khroni­ka’, ma tut­ti san­no che il suo pri­mo nome era sta­to ‘Don Otel­lo’”. E poi si tro­va pro­prio nel cen­tro di Irkut­sk».

Ho chiesto di Adol­fo a Clau­dio Vettese, atten­to osser­va­tore del­la sto­ria del suo paese, il quale mi ha con­fer­ma­to, con mag­giori det­tagli, nat­u­ral­mente, quan­to scrit­to da Pel­le­gri­ni: innanzi tut­to, sul­la sua nasci­ta avvenu­ta a Čita, o Chi­ta, capolu­o­go del­la Trans­ba­jkalia, regione del­la Siberia merid­ionale, nel 1911 e, poi, il suo ritorno a San Bia­gio sul finire degli anni Cinquan­ta del sec­o­lo scor­so, dove poi sareb­bero tor­nati anche i suoi gen­i­tori e dove sarebbe mor­to il 30 mag­gio 1989. Clau­dio mi ha det­to anco­ra che Adol­fo avrebbe avu­to altri cinque fratel­li, tra cui una sorel­la far­ma­cista, trasfer­i­tasi in Cina, e che la mente del­la ‘for­tu­na’ dei Donatel­la sarebbe sta­to un suo zio, Anto­nio, che oltre ad aprire e gestire le diverse sale, avrebbe oper­a­to anche in altri set­tori dell’industria cin­e­matografi­ca.

Aven­do la for­tu­na di pot­er fruire di un sup­por­to come Google Earth ho volu­to local­iz­zare Irkut­sk. Ebbene, devo dire che il map­pa­mon­do ci ha mes­so un po’ pri­ma di sof­fer­mar­si sul­la local­ità richi­es­ta se si tiene pre­sente che tra San Bia­gio Saracinis­co e Irkut­sk cor­rono qua­si 8.500 chilometri ed un migli­aio in più se si vuole rag­giun­gere Čita. 

Se rap­por­ti­amo il tut­to ad un paio di sec­oli or sono, ven­gono i bri­v­i­di. Bri­v­i­di di ammi­razione per quel­li come i Donatel­la di San Bia­gio che ebbero il cor­ag­gio di com­piere un’avventura del genere con tut­ti gli annes­si e con­nes­si e facen­do affi­da­men­to solo sulle pro­prie forze. 

Ma ques­ta, nat­u­ral­mente, non è l’unica sto­ria di emi­grazione che nasce in questo carat­ter­is­ti­co scor­cio del­la Valle di Comi­no. E Clau­dio Vettese si sta ded­i­can­do pro­prio ad esse per poi rac­con­tar­le in un libro.

A me sarebbe piaci­u­to rac­con­tarne una in par­ti­co­lare. Solo che, mi è sta­to det­to da fonti bene infor­mate, la sua pro­tag­o­nista pare dis­deg­ni far sapere in giro di queste sue ascen­den­ze san­bi­a­ge­si tant’è che nelle sue biografie si par­la di una nasci­ta avvenu­ta sulle rive del­la Sen­na il 14 gen­naio 1931. Come dire: noblesse oblige!

Purtrop­po anche dalle par­ti di San Bia­gio la Sec­on­da guer­ra mon­di­ale ha fat­to quel­lo che ha fat­to. E, fra l’altro, ha manda­to dis­perse quelle carte che avreb­bero potu­to chiarire il tut­to, ammes­so che ques­ta fac­cen­da avesse avu­to una diver­sa valen­za. Ma, gra­zie a Dio, così non è. E, allo­ra, di che pre­oc­cu­par­si? In fon­do, chi non apprez­za non meri­ta. 

© Costan­ti­no Jadeco­la, aprile 2020.

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Affinità elettive” fra Terelle e Terracina

 Prob­a­bil­mente non fu il pri­mo ad emi­grare da Terelle però è sicu­ra­mente il pri­mo emi­grante di cui, oltre la pro­fes­sione, si conosca l’i­den­tità, anche se lim­i­ta­ta al solo cog­nome: il pas­tore Bianchi.

 Si rac­con­ta che oltre tre sec­oli or sono l’iso­la di Pon­za fos­se com­ple­ta­mente dis­abi­ta­ta e che gli uni­ci a fre­quen­tar­la fos­sero i pesca­tori che vi si reca­vano da Ischia. Insom­ma, la situ­azione era tale che rius­ci­va persi­no dif­fi­cile trovare qual­cuno disponi­bile ad assumere l’in­car­i­co di “tor­riere”, ovvero di cus­tode del­la torre. Tut­to ciò fino a quan­do, agli inizi del 1700, non si offrirono per tale incomben­za il Bianchi di cui si dice­va ed un cer­to Mat­tia di Ter­raci­na. Sem­bra che i due non si lim­i­tassero a svol­gere il com­pi­to loro affida­to ma si pre­oc­cu­passero anche, con l’ausilio di volpi da essi stes­si introdotte sul­l’iso­la, di ster­minare i moltissi­mi conigli sel­vati­ci che la infes­ta­vano, dis­truggen­do ogni cul­tura. Poi, quan­do Pon­za prese a ripopo­lar­si, Mat­tia tornò a Ter­raci­na men­tre Bianchi rimase sul­l’iso­la.

 Una doman­da è d’ob­bli­go: come mai un pas­tore di Terelle finisce su un’iso­la?

 E’ una sto­ria anti­ca, anti­ca quan­to lo è la pas­tor­izia, e, dunque, la tran­suman­za, di cui mons. Roc­co Bonan­ni nel­la sua Mono­grafie storiche ci offre ques­ta tes­ti­mo­ni­an­za: “A Terelle spes­so l’in­ver­no per lunghi giorni la neve prende sta­bile dimo­ra! Quel­la popo­lazione, fat­ti­va quan­to mai, non sapen­do ved­er­si in una inerzia pro­l­un­ga­ta e non poten­do atten­dere ai lavori agri­coli ed alla pas­tor­izia a causa del fred­do e del gelo ecces­si­vo, emi­gra sui pri­mi di set­tem­bre a Ter­raci­na per ritornare a pri­mav­era a Terelle! Infat­ti buona parte delle famiglie di con­ta­di­ni, dopo sem­i­na­to, nel­la sec­on­da quindic­i­na di agos­to, il gra­no nel­la regione dei fag­gi e cel­e­bra­ta la fes­ta del Pro­tet­tore S. Egidio abate (1° set­tem­bre) prende la via di Ter­raci­na. Oggi però ques­ta emi­grazione tem­po­ranea è dimi­nui­ta di molto, sia per­ché diver­si emi­gra­no in Amer­i­ca ed in Fran­cia; sia per­ché alcune famiglie han­no pre­sa sta­bile dimo­ra a Ter­raci­na, costru­en­dosi case e com­pran­do ter­reni. Fino a pochi anni addi­etro i terelle­si for­ma­vano sul­la riva del mare, in quel­la ridente cit­tà, una colo­nia sep­a­ra­ta, che vive­va in numerose capanne fat­te di paglia. Un incen­dio le dis­trusse qua­si tutte e furono ricostru­ite in muratu­ra”.

 Ma per­ché andar via da Terelle se Pasquale Cay­ro nel­la sua Sto­ria sacra e pro­fana di Aquino e sua Dio­ce­si assi­cu­ra che, ma ciò almeno agli inizi del sec­o­lo scor­so, “vi si res­pi­ra aria sana, ed il suo ter­ri­to­rio, ancorché mon­tu­oso, pro­duce in abbon­dan­za gra­no, otti­mi legu­mi, gra­n­odin­dia, gus­tose castagne, e vi sono altresì quer­cie e fag­gi e buoni pas­coli per gli armen­ti; ma delle frutte le sole gel­sa more e fragole nel mese d’Agos­to si rac­col­go­no”?

 Se la migrazione sta­gionale, o tran­suman­za che dir si voglia, è un fenom­e­no qua­si nat­u­rale, il fat­to nuo­vo, tragi­co, des­ti­na­to anch’es­so a diventare una con­sue­tu­dine, è l’em­i­grazione: esplode quan­do ci si rende con­to sul­la pro­pria pelle che aria sana, gra­no, legu­mi e quan­t’al­tro la ter­ra offre, ma qua­si con avarizia, non bas­ta più per vivere; quan­do si ha la sen­sazione che al di là di monte Cairo le cose forse van­no un tan­ti­no meglio.

 Poi, le due guerre mon­di­ali pla­cano il fenom­e­no. C’è, anzi, un’on­da­ta di ritorno: 1.871 abi­tan­ti nel 1911, 2.221 nel 1921; 2.062 nel 1936, 2.278 nel 1951. Appe­na dopo, però, inizia di nuo­vo la disce­sa e se nel 1961 gli abi­tan­ti sono 1.723 calano a 1.077 nel 1971 ed a 947 nel 1981. Ma ques­ta è un’al­tra sto­ria.

 Ciò che di con­cre­to res­ta di quan­to si è det­to è quel­la che, forse impro­pri­a­mente, potremo definire “affinità elet­ti­va” fra Terelle e Ter­raci­na, affinità di cui in qualche misura ci si pote­va ren­dere con­to quan­do, sino ad alcu­ni anni or sono, le province di Frosi­none e di Lati­na era­no abbinate nel­lo stes­so elen­co tele­fon­i­co. Al di là del­la con­se­quen­zial­ità alfa­bet­i­ca delle due local­ità, era inter­es­sante vedere, e la cosa face­va anche un cer­to effet­to, come buona parte dei nomi di Terelle si ripetessero nel­l’e­len­co di Ter­raci­na — devo pre­cis­are che ques­ta ricer­ca “tele­fon­i­ca” venne a suo tem­po ese­gui­ta da mia figlia Fed­er­i­ca — con le inevitabili vari­azioni sul tema dovute prob­a­bil­mente ad errate trascrizioni ma forse anche ad una non esat­ta conoscen­za del pro­prio cog­nome: si va, infat­ti, da Azzoli con derivazioni Azzo­la, Azzoli­na e Azzoli­ni a Bianchi (Bian­co, Bian­chi­ni), da Bion­di a Cece (Ceci), da Del Duca a Di Man­no, da Gazzel­lone (Gazzelli­ni, Gazzel­loni) a Ian­nel­li, da Ian­nuc­ci (Ian­nuzzi) a Mar­i­ani (Mari, Mar­i­ano), da Palom­bo (Palom­bi, Palum­bo) a Paolel­la, da Parisel­li (Parisel­la) a Patri­ar­ca, da Savel­li (Saveri) a Tari; poi, anco­ra, Caprio, Cavar­ra, Cic­cone (Cic­coni), Cor­reale (Cor­i­ca, Corel­li), D’Aguan­no, Di Man­no, Di Tom­ma­so, Di Vizio, Falo­vo (Falo­va, Fal­vo), Grossi, Iun­ni (Iur­lo), Leone (Leo, Leoni, Leonet­ti), Mar­roc­co (Mar­roc­ca), Mele (Meli), Nota, Panzi­ni, Papa (Papi), Pec­chia (Pec­chi­ni, Pec­ci) Reale (Reali, Rea), Risi, San­to, Spina, Tesa (Tes­ta), Vet­traino e Vocel­la.

 Quan­to ai cog­no­mi più “pro­lifi­ci”, stan­do sem­pre ad uno degli elenchi tele­foni­ci di cui si è det­to, tra gli abbon­ati di Ter­raci­na Grossi risul­ta­va ben 50 volte segui­to da Ceci (45), Di Man­no e Parisel­la (43), Del Duca (42), Pec­chia (41), Mari (32), nat­u­ral­mente Bianchi (28) e via via tut­ti gli altri.

 L’in­ter­es­sante a questo pun­to sarebbe sapere se tra gli “omon­i­mi” che anco­ra vivono sulle pen­di­ci del monte Cairo e quel­li che da qualche gen­er­azione sono ormai cit­ta­di­ni a tut­ti gli effet­ti del­la cit­tà tir­reni­ca ci sono anco­ra oggi delle relazioni umane oltre che di par­entela sem­mai con ris­volti tali da mer­itare la gius­ta atten­zione per “appro­fondire” ancor più questo rap­por­to, sicu­ra­mente orig­i­nale, fra le due comu­nità. 

© Costan­ti­no Jadeco­la, 1997.

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Coluche. Anzi, Colucci. E, di nome, Michele Gerardo.

La stu­pid­ità dell’incidente: un camion che esce da un cantiere ed investe la moto diver­si metri più lon­tani e tut­to quel­lo che ne deri­va. Le radio a lut­to, le tele­vi­sioni in lut­to, i france­si che escono dal lavoro e che ven­gono investi­ti in pieno dal­la notizia che Coluche è mor­to. Mor­to sul colpo su una pic­co­la stra­da vici­no a Grasse non lon­tano dal­la vil­la dove ave­va deciso di riti­rar­si per sei mesi per scri­vere un nuo­vo spet­ta­co­lo. Ave­va deciso di offrir­ci il suo ritorno nel prossi­mo mese di set­tem­bre, l’amico Coluche…”: questo l’amaro avvio di uno dei moltissi­mi arti­coli che si inter­es­sarono alla morte di Coluche, all’indomani di quel tragi­co 19 giug­no 1986 in cui il famoso comi­co perse la vita in sel­la alla sua moto.

Per la Fran­cia quel­la morte fu qual­cosa di molto doloroso se è vero che tut­ti i gior­nali france­si, e non solo quel­li popo­lari, riem­pirono le loro cop­er­tine e le loro prime pagine con il rubi­con­do fac­cione del comi­co insieme a pagine e pagine di arti­coli: oltre tut­to, era mor­to come era mor­to ma era mor­to, soprat­tut­to, ad appe­na 41 anni di età quan­do, indub­bi­a­mente, ave­va già dato molto ma, prob­a­bil­mente, molto altro anco­ra avrebbe potu­to dare.

Qui da noi, di lui, di Coluche, non è che se ne sia par­la­to molto. 

Eppure era uno di noi, uno del­la nos­tra ter­ra: dell’alta Ter­ra di Lavoro. Suo padre, infat­ti, Ono­rio Coluc­ci, per­ché Coluche altro non è che un nor­male Coluc­ci france­siz­za­to, era par­ti­to negli anni Ven­ti dell’altro sec­o­lo con i suoi da Casalvieri per andare a cer­care al di là delle Alpi una vita meno gra­ma di quel­la che avreb­bero vis­su­to nel pae­sel­lo natio.

Si fer­mano a Mon­troughe, alla per­ife­ria sud di Pari­gi, dove Ono­rio, che face­va l’imbianchino, nel 1944 sposa una fio­ra­ia del luo­go, Mathilde Rouy­er. Coluche arri­va quel­lo stes­so anno, il 28 otto­bre. Per l’anagrafe è Michele Ger­ar­do Coluc­ci. 

Nel 1947, a tren­tuno anni appe­na di età, muore il padre cos­ic­ché tut­to il peso del­la famiglia cade sulle spalle di mam­ma Mathilde, un peso gra­va­to da inim­mag­in­abili ristret­tezze eco­nomiche e vis­su­to in una squall­i­da, mod­es­ta stan­za divisa con Michele ed l’altra figlia più pic­co­la. Nonos­tante ciò, rac­con­terà Coluche, sua madre “vol­e­va che si fos­se vesti­ti impec­ca­bil­mente. Una carat­ter­is­ti­ca dei poveri. Come quel­la di avere delle gran­di idee”.

Le idee, lui, se le tro­va in stra­da più che a scuo­la con la quale ha un rap­por­to a dir poco “bur­ras­coso”: a 14 anni, boc­cia­to agli esa­mi, non tralas­cia nes­suno dei mestieri che gli cap­i­tano a por­ta­ta di mano: lava­pi­at­ti, cameriere, telegrafista, frut­tiven­do­lo, ven­di­tore di gior­nali por­ta a por­ta, fio­raio, fotografo, fat­tori­no, gelataio e via di segui­to.

A 15 anni, rac­con­terà, “mi sono chiesto che cosa avrei fat­to nel­la vita: alcu­ni pen­sa­vano a diventare ladri; altri com­mer­cianti. Io ragion­a­vo al con­trario. Antic­i­pare la chia­ma­ta alle armi, sposare al più presto una ragaz­za e possedere un frig­orif­ero…”. 

Al ritorno dal servizio mil­itare decide di fare l’artista: si allon­tana da Mon­troughe, affit­ta una cam­era nel quartiere Lati­no, si com­pra una chi­tar­ra e diven­ta can­tante di stra­da con una pref­eren­za per  quelle del­la “rive gouche”.

La svol­ta, invece, arri­va quel­la sera in cui decide di entrare da “Bernan­dette” per incas­sare qualche man­cia. Finisce, però, col dover lavare i piat­ti. Ma Michele non se la prende più di tan­to: “ho fat­to le pulizie e poi, sic­come c’era un cabaret e nes­suno che vol­e­va com­in­cia­re, sono sta­to io che ho inizia­to lo spet­ta­co­lo can­tan­do due can­zoni di Bruand”.

E fu pro­prio allo­ra, rac­con­tano i biografi, che Coluc­ci divenne Coluche.

Nel 1968 incon­tra Romain Bouteil ed insieme a lui ed anche alla col­lab­o­razione del­la sua ragaz­za, Syl­vette Héry, aprirà in “rue d’Odessa” un locale, “Le Café de la Gare”, des­ti­na­to non solo a diventare nel giro di qualche tem­po il cabaret più alla moda di tut­ta Pari­gi ma anche a riv­e­lare, oltre a Coluche ed a Miou-Miou (Syl­vette Héry), artisti come Depar­dieù, Dewaere, Rufus ed altri anco­ra.

Insom­ma, è anda­ta. E Coluche entra in orbi­ta.

Nel 1970 si sep­a­ra dal grup­po. Nei dieci anni a venire polver­iz­za tut­ti i record di ascolto, di ven­di­ta e di guadag­no e nel 1981 dà l’addio al “music hall”: “ora”, dice, “ho final­mente il tem­po di spendere il mio denaro” e acquista due bat­tel­li che nav­igano nei Cara­bi, anco­ra un sog­no d’infanzia, e com­pra tre case a Guadalupe che però esploder­an­no in alcu­ni atten­tati.

Intan­to nel 1975 sposa una gior­nal­ista, Véronique Kan­tor, che gli darà due figli; nel set­tem­bre del 1985, invece, con la sua moto, la sua grande pas­sione, bat­te il record mon­di­ale di veloc­ità sul chilometro lan­ci­a­to (252.087 km/h).

Ma chi era Coluche? E’ opin­ione dif­fusa che fos­se irri­guar­doso ver­so tut­ti e ver­so tut­to. In realtà non accetta­va i com­pro­mes­si. Forse era, piut­tosto, una specie di Zor­ro che imper­son­a­va la riv­inci­ta del­la gente comune nei con­fron­ti del potere. “E far rid­ere”, dice­va, “è il modo migliore per andare il più lon­tano pos­si­bile”. 

Arri­va addirit­tura ad ipo­tiz­zare una pro­pria can­di­datu­ra alle pres­i­den­ziali del 1981: “Se sarò elet­to? Sarà una cat­a­strofe!”

I sondag­gi lo dan­no al 16 per cen­to e la polit­i­ca ha i suoi buoni motivi per temere le con­seguen­ze di un suo non improb­a­bile suc­ces­so elet­torale. Né più né meno come oggi sta acca­den­do con Beppe Gril­lo con il quale, per­al­tro, Coluche ave­va lavo­ra­to insieme nel film Sce­mo di guer­ra (1985) di Dino Risi, film ambi­en­ta­to durante la sec­on­da guer­ra mon­di­ale fra le truppe ital­iane di stan­za in Africa set­ten­tri­onale ed ispi­ra­to ai diari di Mario Tobi­no Il deser­to del­la Lib­ia dai quali, una venti­na d’an­ni più tar­di, Mario Mon­i­cel­li avrebbe trat­to il suo ulti­mo film, Le rose del deser­to.

Gio­co­forza, si pren­dono le con­tro­misure. Il suo pas­sato è sot­to­pos­to ad un meti­coloso scan­daglio. È sogget­to a ped­i­na­men­ti e des­ti­natario di tele­fonate anon­ime e minac­ce di morte. Il suo brac­cio destro, René Gor­lin, viene ucciso: all’origine, un movente pas­sion­ale ma sus­sistono molti dub­bi in tal sen­so.

Insom­ma, lo scom­piglio è grande tant’è che il soci­ol­o­go Bour­dieu arri­va a definire l’ipotizzata can­di­datu­ra di Coluche come “la cosa più impor­tante accadu­ta in Fran­cia dopo la dichiarazione dei dirit­ti dell’uomo.”

Anche altri impor­tan­ti intel­let­tuali, tra cui lo psi­canal­ista Félix Guat­tari, il soci­ol­o­go Alain Touraine e il filoso­fo Gilles Deleuze, sosten­gono Coluche a favore del quale fir­mano una petizione su Les nou­velles lit­téraires. Il comi­co, tut­tavia, mantiene le dis­tanze e a chi gli doman­da cosa pen­sasse di quell’appoggio risponde: “Quel­li sono dei malati”. Conian­do, tra altri, questo slo­gan: “Pri­ma di me la Fran­cia era divisa in due, con me si sarà pie­ga­ta in quat­tro dal rid­ere”.

Ma il nome di Coluche res­ta soprat­tut­to lega­ta ad una inizia­ti­va benefi­ca che in Fran­cia ha fat­to epoca: i “restos du cœur”, i ris­toran­ti del cuore. L’idea di Coluche, alla quale di sicuro non è estra­neo il ricor­do del­la infanzia vis­su­ta a Mon­troughe tra mille pri­vazioni, è quel­la di dis­tribuire gra­tuita­mente nelle più impor­tan­ti cit­tà france­si dei pasti cal­di ai dis­ere­dati, agli emar­ginati, ai bisog­nosi.

Per ques­ta idea, non solo i suoi ami­ci ma la Fran­cia intera si mobili­ta ed in tut­to il paese nell’inverno tra il 1985 e il 1986 nascono ben 600 ris­toran­ti del cuore che arrivano a dis­tribuire cir­ca 2 mila pasti al giorno sul­la base di un menù uni­co: un pri­mo piat­to e poi legu­mi, for­mag­gio e frut­ta.

Di lì a qualche mese, Il 19 giug­no 1986, la trag­i­ca fine per un inci­dente in moto, men­tre per­cor­re­va la stra­da da Cannes a Opio: “la sua pas­sione per la moto l’ha por­ta­to via. Stu­p­ida­mente, su una stra­da al sole”. A 41 anni appe­na.

Pari­gi non lo dimen­ti­ca e nel ven­tes­i­mo anniver­sario del­la scom­parsa gli inti­to­la una piaz­za tra il 13.o e il 14.o arrondisse­ments , tra i quartieri  del­la Mai­son-Blanche e del Parc Montsouris.

© Costan­ti­no Jadeco­la, aprile 2012.

P.S. — Questo inter­esse per Coluche nasce oltre trent’anni or sono, all’epoca di un mio ‘sog­giorno’ in un ospedale di Pari­gi dove ebbi occa­sione di conoscere una sig­no­ra, anch’essa ospite del­la strut­tura, figlia di emi­granti ital­iani orig­i­nari di Casalvieri. Si par­lò, ovvi­a­mente, del più e del meno e, fra le altre cose, mi rac­con­tò di essere cug­i­na di Coluche, un attore che a quel tem­po in Fran­cia gode­va di grande popo­lar­ità non solo per l’attività artis­ti­ca e l’esperienza polit­i­ca — la can­di­datu­ra alle pres­i­den­ziali — ma soprat­tut­to per i Ris­toran­ti del cuore, una sua inizia­ti­va final­iz­za­ta alla dis­tribuzione di pasti a per­sone bisog­nose che era sta­ta avvi­a­ta poco tem­po pri­ma del tragi­co inci­dente in cui l’attore ave­va per­so la vita. Il pri­mo ris­torante, infat­ti, era sta­to aper­to a Pari­gi il 21 dicem­bre 1985. 

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FACCETTA NERA, BELLA CIOCIARA

 

Giuseppe Miche­li

La notizia, pub­bli­ca­ta sul cal­en­dario Ripi dei non­ni del 1999 tra le curiosità del mese di mag­gio, riferi­va che in quel­la cit­tad­i­na il 12 novem­bre 1888 era nato Giuseppe Miche­li, pre­cisan­do che si trat­ta­va di un «illus­tre autore di testi di can­zoni di suc­ces­so». Appren­dere che fra di esse si annover­a­va Fac­cetta nera e, poi, tra le molte, La roman­i­na (la ricor­date? «Las­ci­atela passare/ la bel­la roman­i­na / che tut­ti fa incantare / intan­to che cam­mi­na…») mi spinse ad appro­fondire l’argomento sul quale, però, a Ripi non se ne sape­va più di tan­to e nem­meno più di tan­to ne sape­va il mio com­pianto ami­co Nico­la Per­sichilli che pur era una delle mem­o­rie storiche locali.

L’indagine, allo­ra, si spostò a Roma. Attra­ver­so l’elenco tele­fon­i­co, tra i Miche­li pre­sen­ti, il caso volle che la mia scelta si ori­en­tasse su Enzo, Enzo Miche­li, aven­do così la for­tu­na di imbat­ter­mi pro­prio in uno dei figli, il più pic­co­lo dei figli di Giuseppe, il quale fu ben lieto di quel­la tele­fona­ta tan­to che nel giro di qualche giorno mi spedì diverse notizie su suo padre e, poi, in prosieguo di tem­po, altro mate­ri­ale anco­ra tra cui lo spar­ti­to musi­cale di Viva la Cio­cia­ria, un lunghissi­mo bra­no, “testo alla romana e musi­ca alla cio­cia­ra”, ded­i­ca­to dall’autore “a tut­ti gli ami­ci del­la Cio­cia­ria».

L’ultima vol­ta che mi sen­tii con Enzo era l’autunno del 2004. Si sta­va cer­can­do di pro­gram­mare un ricor­do del padre nel­la natia Ripi che dove­va cos­ti­tuire anche l’occasione per la nos­tra conoscen­za per­son­ale. Infat­ti, mi ave­va det­to, era ormai diven­ta­ta una con­sue­tu­dine dedi­care una gior­na­ta alla can­zone romana e spe­cial­mente a Giuseppe Miche­li, cui, per­al­tro, Roma ha inti­to­la­to una stra­da, pro­prio nel­la ricor­ren­za del­la sua nasci­ta. Quell’anno, allo­ra, per­ché non far­la a Ripi? L’ultima vol­ta, nel 2003, si era svol­ta pres­so la bib­liote­ca Rugan­ti­no, a Roma, ed era sta­ta ani­ma­ta da alcu­ni degli ami­ci di sem­pre tra cui, per citare i nomi più noti, il can­tante e chi­tar­rista Rino Salviati, il “roman­ista” Ugo Ono­rati, sin­da­co di Mari­no, e Gior­gio Ono­ra­to, altri­men­ti noto come la “voce di Roma”, gli stes­si che, molto prob­a­bil­mente, sareb­bero venu­ti a Ripi per la cir­costan­za. Cir­costan­za che, però, “sfumò” per via dei soli­ti bilan­ci comu­nali che diven­tano oltremo­do defici­tarii quan­do si trat­ta di inve­stire in cul­tura, pur trat­tan­dosi di una cifra che, molto prob­a­bil­mente, non avrebbe super­a­to qualche deci­na di euro. 

Alla tele­fona­ta suc­ces­si­va a quel­la con la quale gli ave­vo comu­ni­ca­to che quel suo deside­rio purtrop­po non pote­va con­cretiz­zarsi, non vi fu rispos­ta alcu­na. Ne rispos­ta vi fu alle altre che seguirono nei giorni imme­di­ata­mente suc­ces­sivi: era accadu­to, infat­ti, come avrei saputo dopo un’indagine non sem­plice, che Enzo era mor­to agli inizi di dicem­bre.

Non essendosi così potu­to con­cretiz­zare il ricor­do di Giuseppe Miche­li nel suo paese di nasci­ta, sarà il caso, allo­ra, di accennare alla sua figu­ra ed alla sua opera uti­liz­zan­do la doc­u­men­tazione invi­ata­mi dal figlio Enzo dal­la quale emerge, innanzi tut­to, che ci tro­vi­amo al cospet­to di un per­son­ag­gio poliedri­co che, per di più, si è fat­to da solo.

Quan­do nasce, la sua famiglia abi­ta in via la Fos­sa, una stra­da di cui a Ripi non si ha più trac­cia. Il padre, come il figlio di nome Giuseppe, ha 26 anni e fa il cal­zo­laio; la madre, Filom­e­na Crescen­zi, è casalin­ga. Insom­ma, come si legge in una sua biografia, «una famiglia pro­le­taria, tal­mente pro­le­taria da non rius­cire a man­dare a scuo­la il ragaz­zo oltre la quin­ta ele­mentare.” Non a caso, «com­piu­ti 11 anni i gen­i­tori si vedono costret­ti a imp­ie­gar­lo in un tipografia romana”: anche lui, in buona sostan­za, deve con­tribuire al sos­ten­ta­men­to del­la famiglia che, intan­to, si è trasferi­ta nel­la cap­i­tale las­cian­do per sem­pre Ripi.

Pro­prio in ques­ta tipografia, dove tra l’altro si stam­pa Il Rugan­ti­no, gior­nale diret­to da un illus­tre roman­ista, Gigi Zanaz­zo, che annovera tra gli altri suoi col­lab­o­ra­tori Trilus­sa, Giuseppe com­in­cia ad appas­sion­ar­si alla poe­sia ed al dialet­to romano tant’è che nel 1906, quan­do ha appe­na 18 anni, pub­bli­ca la sua pri­ma rac­col­ta in ver­si, Spasi­mi, ed anche la sua pri­ma can­zone, Fes­ta de rose, che si mette in evi­den­za nel­la fes­ta di S. Gio­van­ni di quell’anno. Poi, nel giro di qualche anno, il 4 dicem­bre 1910, con­vola a giuste nozze con Bice Dio­ci­aiu­ti che, oltre ad essere sua val­i­da «col­lab­o­ra­trice nell’evocazione di vec­chie can­zoni romane”, gli darà quat­tro figli: Rena­to, Cor­ra­do, e Tri­este, tut­ti più o meno impeg­nati nel cam­po del­la poe­sia e delle can­zone romana, e poi Enzo, il più pic­co­lo.

Gli inter­es­si di Giuseppe Miche­li, infat­ti, osciller­an­no tra la poe­sia e la can­zone in ver­na­co­lo — nel 1935 fonderà anche una casa editrice, la “Edi­zioni musi­cali Miche­li” con sede in largo Chi­gi — oltre a svol­gere, ben­in­te­so, incar­ichi oper­a­tivi e di respon­s­abil­ità in ambito tipografi­co ed una inten­sa attiv­ità sin­da­cale sia pri­ma che dopo la sec­on­da guer­ra mon­di­ale, mer­i­tan­do addirit­tura l’attenzione di Giuseppe Di Vit­to­rio.

Ma è nat­u­ral­mente l’attività cul­tur­ale a dar­gli noto­ri­età.

La sua pro­duzione è a dir poco notev­ole e spazia tra volu­mi in ver­si, poemet­ti, testi di can­zoni, riv­iste musi­cali sag­gi ed altro anco­ra. Sarà il caso di ricor­dare, tra gli altri lavori, Qui Rugan­ti­no fu, una Sto­ria del­la Can­zone Romana, ripub­bli­ca­ta or è qualche anno, che cos­ti­tu­isce ormai un clas­si­co e per la quale nel 1966 ottenne il pre­mio del­la cul­tura dal­la Pres­i­den­za del Con­siglio dei Min­istri, Romana, un’antologia crono­log­i­ca delle can­zoni di Roma dal 1268 al 1950, e poi un sag­gio su Beat­rice Cen­ci, una Vita di Cola di Rien­zo, pub­bli­ca­to pos­tu­mo, una biografia di Ettore Petroli­ni, poi traspos­ta in com­me­dia musi­cale con il tito­lo L’uomo che face­va rid­ere, il roman­zo L’uomo che non ricor­da; la com­me­dia Letizia; la com­me­dia satiri­co-musi­cale E’ arriva­to WoronofLa pic­co­la sto­ria del Sor Capan­na. Ma sarà anche il caso di aggiun­gere che Giuseppe Miche­li fondò peri­od­i­ci come il set­ti­manale Ghetanac­cio, diret­to insieme a Leone Ciprel­li ed al quale col­lab­o­rarono i più illus­tri roman­isti dell’epoca, tra cui Ettore Petroli­ni, e Ponenti­no romano

«Fon­da­men­tale prodot­to miche­liano», fu, però, si legge in un’altra biografia, «la poe­t­iz­zazione musi­cale dell’impresa etiopi­ca» sia con Solda­to del Lavoro ma soprat­tut­to con Fac­cetta nera, ambedue musi­cate da Mario Ruc­cione.

Ritenu­ta dai più come un prodot­to fat­to con­fezionare dal regime, la sto­ria di Fac­cetta nera ha, invece, tutt’altra orig­ine e tutt’altra sto­ria: nasce, infat­ti, come can­zone tipi­ca­mente romana ed è lo stes­so Giuseppe Miche­li, a tes­ti­mo­ni­are come andarono le cose.

«In una domeni­ca dell’aprile 1935, men­tre ozi­a­vo in casa atten­den­do la visi­ta di un ami­co, mi tornò alla mente il sun­to di un arti­co­lo che ave­vo let­to il giorno pri­ma su un quo­tid­i­ano di Roma: in esso, con tut­ta la cautela pos­si­bile, si sparla­va del­la Soci­età delle Nazioni riguar­do ad una nos­tra even­tuale espan­sione e, nel­lo stes­so tem­po, si aus­pi­ca­va un nos­tro inter­ven­to in ter­ra d’Africa per porre fine alla schi­av­itù di intere famiglie, di cui sem­bra si vendessero sul mer­ca­to le gio­vani figli­ole.

«Mi raf­fig­u­rai allo­ra una di queste povere fan­ci­ulle che i nos­tri sol­dati avreb­bero dovu­to lib­er­are ed affi­dare, ideal­mente, insieme a tutte le altre, all’Italia, divenu­ta patria comune, e qua­si sospin­tovi da una forza inter­na, sebbene da parec­chio fos­si usci­to dall’agone let­ter­ario dialet­tale, mi posi a coscri­vere una can­zone su quel sogget­to; una can­zone popo­lare, dico, anzi una can­zone romanesca nel cui set­tore qualche cosa di buono (cre­do) ave­vo fat­to nel pas­sato.

«Quin­di: pura e sem­plice aspi­razione ide­ale di recare un dono ines­tima­bile e cioè la lib­ertà a quelle gio­vani; e non il più lon­tano pen­siero di ‘unifi­cazione’ razz­iale (che più tar­di — ma a guer­ra vit­to­riosa — vi si volle notare) sul­la quale s’erano invece ispi­rate talune can­zoni e mas­si­ma­mente talune car­i­ca­ture del tem­po del­la pri­ma guer­ra d’Africa».

Il testo di Fac­cetta nera, dunque, Giuseppe Miche­li lo scrive in romanesco. Sarà poi suo figlio Rena­to, anche lui autore di poe­sie e can­zoni romane, ad inter­es­sar­si a far musi­care quei ver­si, incomben­za in cui si cimenterà Mario Ruc­cione. Car­lo Buti, invece, la can­terà per la pri­ma vol­ta al Cin­e­ma-Teatro Capran­i­ca il 24 giug­no del 1935 nel cor­so delle audizioni per la fes­ta del San Gio­van­ni.

Il suc­ces­so è imme­di­a­to e clam­oroso: la musi­ca è orec­chi­a­bile e le parole sono accat­ti­van­ti. Quan­to bas­ta, insom­ma, per dar­le un’impensata noto­ri­età e sus­citare l’“interesse” delle autorità che in più di una cir­costan­za impon­gono il divi­eto di ese­cuzione del­la can­zone con l’unico effet­to, però, di accrescerne la popo­lar­ità.

«Fac­cetta nera», infat­ti, scrive Gian­ni Borgna, «alle autorità non piacque, vuoi per­ché scrit­ta in dialet­to, vuoi, soprat­tut­to, per­ché piena di ammi­razione e di sim­pa­tia per la ‘bel­la abissi­na’. Cos­ic­ché un anno più tar­di l’autore dovette ampia­mente rimaneg­gia­r­la. Ma anche questo non fu suf­fi­ciente».

Intan­to era inizia­ta l’avventura in Africa Ori­en­tale. Per Giuseppe Miche­li l’evento cos­ti­tuì lo spun­to per una quar­ta stro­fa, che «per la nequizia degli uomi­ni del regime non fu mai pub­bli­ca­ta», in cui esprimere «quel­la con­clu­sione che, pieni di entu­si­as­mo e di fede, tut­ti si aspet­ta­vano». Dice: «Fac­cetta nera, il sog­no s’è avver­a­to / si adem­pie il voto sacro degli eroi / non sei più schi­a­va ma sorel­la a noi; / l’Italia nos­tra è madre pure a te. // Fac­cetta nera bel­la ital­iana! / Eri straniera e adesso l’Africa è romana / Fac­cetta nera anche per te / c’è una bandiera, c’è una Patria, un Duce e un Re».

«Con il suc­ces­so del­la can­zone, la ven­di­ta degli spar­ti­ti musi­cali e dei dis­chi anda­va a gon­fie vele. Ma”, con­fes­sa Miche­li, «a tut­to prof­it­to di edi­tori sconosciu­ti o improvvisati e di altri prof­itta­tori.” Lui, infat­ti, ci guadag­nò poco o niente.

«Fac­cetta nera», insom­ma, scrive con ram­mari­co l’autore, «fu det­ta la can­zone di tut­ti per­ché chi­unque si sen­tì autor­iz­za­to ad usarne, anzi ad abusarne, ser­ven­dosene negli spet­ta­coli musi­cali, nei romanzi, nelle par­o­die e persi­no nel­la fab­bri­cazione di dol­ci­u­mi, di gio­cat­toli, di car­il­lon e di cian­frusaglie di vario genere. Il che sig­nifi­ca”, scriverà nel­la sua Sto­ria del­la can­zone romana, “che ques­ta can­zone era par­ti­co­lar­mente sen­ti­ta dal popo­lo, chec­ché se ne dica. 

«Eppure fu ripu­di­a­ta, allo­ra come oggi, sebbene i nos­tri figli, i nos­tri sol­dati la can­tassero entu­si­as­ti­ca­mente par­tendo per l’Africa Ori­en­tale ove, cir­ca quarant’anni pri­ma anche altri sol­dati ital­iani ave­vano epi­ca­mente ma sfor­tu­nata­mente com­bat­tuto.

«E la can­ta­vano non soltan­to per lib­er­are le fac­cette nere dal­la schi­av­itù ma anche per ven­di­care i mor­ti d’Adua: ‘…Ven­dicher­e­mo noi, cam­i­cie nere / i mor­ti d’Adua e lib­ber­amo te…’

«(…) Le vari­azioni e le traduzioni che ven­nero dopo (la stesura orig­i­nale — ndr), (d’ordine del regime di quel tem­po e per le riper­cus­sioni che se ne ebbero a Ginevra pres­so la Soci­età delle Nazioni) non fecero che detur­par­la.

«Quan­do le Alte Autorità decis­ero di igno­rar­la tut­ti trovarono qualche cosa da ridirvi. Las­ci­ateli cantare, ci disse un vec­chio pro­fes­sion­ista che ci ave­va invano dife­so da attac­chi di ogni genere. Il loro livore passerà, ma Fac­cetta neraresterà. E fu così».

Giuseppe Miche­li muore a Roma il 16 giug­no 1972.

© Costan­ti­no Jadeco­la, 2007.

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Fulvio Roiter e le gradevoli sorprese

Dal Lido di Venezia, dove abit­ual­mente vive, alle sponde del Liri e del Sac­co.

Pote­va sem­brare un assur­do. Invece, tut­to è sta­to, forse, più facile del pre­vis­to. Un colpo di tele­fono, appe­na il tem­po per una conoscen­za «a volo d’uc­cel­lo» del sogget­to da fotogra­fare e poi l’ok a Mas­si­mo Slruf­fi, Pres­i­dente del­l’Am­min­is­trazione Provin­ciale di Frosi­none, che gli ave­va com­mis­sion­a­to un libro fotografi­co sul­la Cio­cia­ria. 

Ful­vio Roi­ter è d’ac­cor­do. «Ma ad una con­dizione: voglio lib­ertà asso­lu­ta! Non per van­ità né per pre­sa di posizione. Ma per­ché tro­vo che ognuno può esprimer­si al mas­si­mo quan­do è libero».

Nasce così l’avven­tu­ra cio­cia­ra del grande fotografo veneziano che da oltre trent’anni pro­pone lib­ri mer­av­igliosi tra i quali vale la pena citare «Ombrie, terre de saint Fran­cois» (1955), «Naquane» (1966). «Essere Venezia» (1977), «Il Can­ti­co delle Crea­ture» (1982), «Ter­ra d’Abruz­zo» (1983).

Per Roi­ter, la scop­er­ta del­la Cio­cia­ria è una grade­v­ole sor­pre­sa: «Del Lazio conosce­vo, a parte Roma, tut­ta la parte più a nord di Rieti per­ché ave­vo avu­to, molti anni fa, un grande amore a Pog­gio Mirte­to e quin­di bazz­i­ca­vo l’al­to Lazio…».

-… Ma sape­va, ad esem­pio, di Mon­te­cassi­no?

- «Mon­te­cassi­no ave­vo sem­pre voglia di ved­er­lo ma sic­come sape­vo che era sta­to tut­to rifat­to — sape­vo del­la guer­ra, sape­vo del dram­ma — teme­vo, veden­do­lo, di riman­erne delu­so. ‘Se gli anni pas­sano, acquista un po’di pati­na’, mi dice­vo. Poi, però, l’im­pat­to è sta­to grande».

- E cos’al­tro anco­ra l’ha impres­sion­a­to del­la Cio­cia­ria?

- «In asso­lu­to, Cas­tro dei Volsci. Per­ché nes­suno me ne ave­va par­la­to ed io sono un rab­do­mante. Sono come un cane da tartu­fi. Quel giorno, con Ugo Ian­nazzi, il mio eccezionale “cicerone” si dove­va andare da Frosi­none a Mon­te­cassi­no. Pren­do la car­ta e vedo che poco lon­tano dal­l’au­tostra­da c’è questo nome: Cas­tro dei Volsci. Un nome affasci­nante! Zanz­ibar mi affasci­na, poi, Zanz­ibar è uno schi­fo. Così Val­paraiso… Noi siamo vit­time di questo: ci sono dei nomi che han­no un caris­ma. Bene, andi­amo a Cas­tro dei Volsci e tro­vo la più bel­la sor­pre­sa di tut­ti i viag­gi fat­ti in Cio­cia­ria. Anche altri pae­si, per esem­pio Fumone, sono bel­lis­si­mi. Ecco, dopo Cas­tro dei Volsci met­terei Fumone».

- E degli altri cen­tri del­la Cio­cia­ria di grande tradizione stor­i­ca quale impres­sione ha trat­to?

- «Devo dire che pae­si ric­chi di sto­ria, come Anag­ni, che visti dal­l’aereo o visti da lon­tano han­no una com­pat­tez­za architet­ton­i­ca stu­pen­da, quan­do incom­in­cio ad avvic­i­n­ar­mi ed entro den­tro è fati­co­sis­si­mo, se non qua­si impos­si­bile, fotogra­far­li nel­la loro interez­za. Devo frazionare il sogget­to e cogliere delle ango­lazioni, met­tere, come dire, al servizio del­l’im­mag­ine tut­ta l’esperienza, tut­to quel­lo che è il lin­guag­gio del­l’im­mag­ine, tut­ta quel­la che è la sin­te­si acquisi­ta in trentac­inque anni di mag­is­tero fotografi­co».

- Il ter­ri­to­rio nel suo insieme come lo ha trova­to?

- «Quel­lo ha anco­ra delle ris­erve, delle cose molto belle. Molto dipende dal­la luce. Ma questo è un fat­to comune al mio lavoro di fotografo. La Toscana è bel­lis­si­ma però se arri­vo là un giorno quan­do il cielo è puli­to, è azzur­ro, è insignif­i­cante, quel pae­sag­gio non mi dice niente o mi dice poco. Questo vale anche per la Cio­cia­ria. Mi ricor­do quel­la gior­na­ta con una grande tur­bolen­za. C’era un cielo che com­in­ci­a­va a met­ter­si in movi­men­to e minac­cia­va di pio­vere. Era il mese di aprile. ‘Guar­da che non può durare’, mi dis­si. Improvvisa­mente il cielo si ruppe cre­an­do delle architet­ture tal­mente stra­or­di­nar­ie che in cinque, sei ore si fecero tre, quat­tro­cen­to chilometri spo­stan­do­ci, per esem­pio, da Acqua­fon­da­ta ad Aquino per­ché sape­vo che sen­za nuv­ole tem­po­ralesche e minac­ciose Aquino, con quei due tor­rioni, non era fotografa­bile. Ed io vole­vo, dove­vo avere due pagine su Aquino. Per­ché è incon­cepi­bile in un libro sul­la Cio­cia­ria, che ha Aquino, non par­lare di Aquino. Per­ché la gente s’interessa quan­do l’im­mag­ine è val­i­da. Altri­men­ti non legge. Siamo dei pigri. Io spin­go con l’im­mag­ine chi guar­da il libro ad inter­es­sar­si a leg­gere, quin­di a sco­prire. Per­ché vede l’im­mag­ine e dice: ‘Cos’è ‘sta roba? Che bel­lo!’ Poi corre a vedere le didas­calie delle pagine 11 e 12 e sco­pre che è Aquino. Aquino richia­ma San Tom­ma­so. San Tom­ma­so richia­ma la «Sum­ma». E via di questo pas­so. Ten­ga per­al­tro pre­sente che ad Aquino non c’è niente. Cioè, c’è molto poco di fotografa­bile. Ed è sta­to per me vera­mente uno sfor­zo notev­ole: fotogra­fare Casamari è un gio­co da bam­bi­ni, fotogra­fare Aquino è un ses­to gra­do supe­ri­ore. Per­ché c’è non soltan­to una dis­crepan­za ma c’è un abis­so, meglio anco­ra, tra l’idea let­ter­aria di Aquino e la realtà fotografi­ca di Aquino. Io non pos­so fare l’Aquino attuale; la devo legare all’Aquino di allo­ra».

Ques­ta con­ver­sazione con Ful­vio Roi­ter ha come sce­nario l’Ab­bazia cis­ter­cense di Casamari in un tiepi­do pomerig­gio di pri­mav­era. Il suo libro sul­la Cio­cia­ria e sta­to appe­na pre­sen­ta­to. Tra gli altri c’è anche Giuseppe Bonaviri, lo scrit­tore sicil­iano d’o­rig­ine ma ormai cio­cia­ro d’adozione giun­to ad un pas­so dal Pre­mio Nobel. Del libro di Roi­ter ha fir­ma­to l’in­tro­duzione. Ma ha anco­ra qual­cosa da aggiun­gere: «È una goc­cia d’oro, una bot­tiglia di vino buono».

Da qua­si tutte le fotografie che Roi­ter ha rac­colto nel suo libro sul­la Cio­cia­ria, dice anco­ra Bonaviri, traspare un rap­por­to con la ter­ra che è «mater­no, pro­fon­do, ances­trale, ter­rag­no» e che ricor­da allo scrit­tore quel­la «mater­na di Mineo, ter­ra arroc­ca­ta, ven­tosa, povera, piena d’ulivi»

Dal rifer­i­men­to alla ter­ra a quel­lo ad epoche andate, il pas­so è breve. Si ricor­dano, così, altri non cio­cia­ri che alla Cio­cia­ria si inter­es­sarono: Mar­i­an­na Can­di­di Dioni­gi, Fer­di­nan­do Gre­gorovius, Bar­tolomeo Pinel­li, Cesare Pas­carel­la. Rifer­i­men­ti che ben si col­legano ad un obi­et­ti­vo come quel­lo di Roi­ter che scansa il pre­sente e proi­et­ta nelle immag­i­ni una dimen­sione anti­ca. Del resto, ha scrit­to Jean-Michel Folon, il noto dis­eg­na­tore francese, che per Roi­ter «il XX sec­o­lo non esiste». Egli è «un per­son­ag­gio che viag­gia nel mon­do impazz­i­to e che riesce comunque sem­pre a tornare con delle immag­i­ni stu­pende».

Cosi ha fat­to in questo suo viag­gio in Cio­cia­ria dal quale è «tor­na­to» sug­geren­do, come ama dire, immag­i­ni e scor­ci diver­si dal con­sue­to e tali anche per i suoi abi­tan­ti. Tut­to som­ma­to, «una sin­te­si ques­ta ter­ra in chi­ave pos­i­ti­va».

Ma l’interesse di Roi­ter non si limi­ta alla ter­ra, all’am­bi­ente, all’ar­chitet­tura. Per il fotografo veneziano anche l’ele­men­to umano ha il suo val­ore, un val­ore che il suo obi­et­ti­vo viv­i­fi­ca, fer­man­do nel tem­po dimen­sioni m via di estinzione. 

Due bam­bi­ni che gio­cano in un cam­po pri­maver­ile sul­la via Maria, tra Frosi­none e Iso­la Liri. Un anno dopo che Roi­ter ha immor­ta­la­to quel­la sce­na, quel cam­po non è più così. 

Il pota­tore di sal­ice. Rac­con­ta l’ar­chitet­to Ian­nazzi: «Sta­va almeno a mez­zo chilometro da noi. A colpi di for­bice avrebbe spoglia­to quel­l’al­bero in un atti­mo. Ebbene, Roi­ter saltan­do fos­si, cor­ren­do tra i campi, è arriva­to a trenta metri da quel­l’al­bero, ha piaz­za­to il cav­al­let­to ed è rius­ci­to a fis­sare la sce­na». Roi­ter è sod­dis­fat­to, anche se mostra un cer­to dis­ap­pun­to per la sigaret­ta che il pota­tore stringe tra le lab­bra. «Ma non pote­vo pre­tendere trop­po!» 

Il vig­naio­lo di Cas­tro dei Volsci. Un vec­chio di 84 anni, «l’ul­ti­mo dei Moicani».

Ma nel cuore di Roi­ter res­ta una bam­bi­na di Guar­ci­no dietro una ten­d­i­na rossa: «Una cosa struggente e mer­av­igliosa». Poi il ven­to che incom­in­cia a scom­porre la ten­da e lei che ne vien fuori e, sul­lo sfon­do, «la por­ta verde, la ten­da rossa, il muro bian­co…» Una sequen­za di una deci­na di foto che Roi­ter assi­cu­ra di pub­bli­care tut­t’in­tera in un libro sui bam­bi­ni. 

Il gregge, infine. Ce n’è anco­ra qual­cuno tra le colline ed i mon­ti del­la Cio­cia­ria. Roi­ter non pote­va las­cia­r­si sfug­gire una sce­na così e la foto del gregge è fini­ta addirit­tura in cop­er­ti­na. Sin­te­si migliore per sig­nifi­care l’ar­caic­ità del­la Cio­cia­ria non pote­va esser­ci. Ed anche le sue radi­ci. «Per­ché cre­do» dice Roi­ter, «che il futuro del­l’uo­mo è lega­to ad un ritorno alla ter­ra. Non c’è niente da fare. Se andi­amo avan­ti così, fini­amo col sui­ci­dar­ci tut­ti!».

© Costan­ti­no Jadeco­la, 1986.

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