In memoria di… 19 luglio 1943 e dintorni

La reazione che quella notte d’inferno provoca un po’ dappertutto, tra la gente dei paesi che fanno corona ad Aquino, è di sgomento, di paura, di terrore.
Chi abita a Villa Santa Lucia, a Piedimonte, a Castrocielo, a Colle San Magno, a Roccasecca, o ad Esperia, sull’altro versante, si trova come sugli spalti di un’arena.
Non ci vuol molto a capire che il bersaglio di quell’azione è solo l’aeroporto per cui, quasi certi della propria incolumità, si segue il tragico spettacolo con la mente rivolta verso chi del bombardamento è involontario protagonista e vittima.
« L’aeroporto», scrive ancora Raffaele Nardoianni, « era divenuto un gran braciere le cui fiamme, in tutta la loro vastità, illuminavano sinistramente la valle fino ai monti di Esperia. Si pensava, con raccapriccio, alla sorte dei soldati dell’Aviazione, alla sorte di quelle case poste lungo la periferia del Campo e, soprattutto, si temeva per Aquino, e per i suoi abitanti e per le opere d’arte di quell’antica città romana ».
In effetti, gli Aquinati hanno tutt’altro a che pensare, in quei frangenti. La violenta illuminazione che ha preceduto il bombardamento, il suono delle campane che dava l’allarme, li ha spinti subito a cercare un rifugio. In aperta campagna, semmai al riparo di qualche albero, oppure sotto le grotti che si aprono tra le « Pentime», le Ravicelle, Ponte di Ripa, Castelluccio. Di quella notte d’interno, loro vedono solo ciò che resta a « festa » finita.
Per fortuna, Aquino esce quasi integra. « Per mancanza di reazione », dice Don Battista, « per cui le “fortezze volanti” hanno potuto portare a compimento la loro missione in tutta tranquillità. Cosa che non sarebbe accaduto se, invece, ci fosse stata una qualche reazione ».
Sul centro di Aquino cadono solo un paio di bombe. Una presso la cabina elettrica, al di sotto del Castello dei Conti di Aquino; l’altra, in via Giovenale, che provoca dei danni al palazzo dei Quagliozzi ed alla casa di Paolo Iadecola, il non dimenticato « Paolino» che, con il compianto « Fiore», fu uno dei personaggi caratteristici del nostro piccolo mondo di paese.
Nessuno, in quella notte, chiuse gli occhi. E l’alba quasi si confuse con gli ultimi bagliori di quella tragica notte di luce e di fuoco.
Solo allora, quando si ebbe una qualche certezza che tutto era davvero finito, la vita incominciò ad avere qualche sporadico segno.
« Verso le cinque del mattino», ha scritto, ancora, mia madre, « ci decidemmo ad uscire fuori dalla grotta ed anche noi vediamo la desolazione e lo stacelo. Il pensiero che possano tornare a bombardare ci fa stare ancora più agitati. Pensiamo di allontanarci dal paese… ».
E’ un pensiero che accarezza molti.
©️Costantino Jadecola
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