Achille SpatuzzI e la Valle del Liri

Achille SpatuzzI e la Valle del Liri

Era il 1869 quan­do a Firen­ze si svolse la sec­on­da ses­sione del “Con­gres­so medico di tutte le Nazioni”. Tra l’altro si par­lò del mias­ma palus­tre, ovvero del­l’e­salazione tossi­ca con­seguente fenomeni di putre­fazione, tema sul quale si sof­fer­mò il dot­tor Achille Spatuzzi[1] orig­i­nario di San Gior­gio a Liri che riferì sulle con­clu­sioni cui era giun­to esam­i­nan­do la situ­azione dei diver­si comu­ni del­la Valle del Liri, abbinan­do agli aspet­ti sci­en­tifi­ci i risul­tati cui era­no appro­date le ricerche storiche com­piute sul ter­ri­to­rio[2].

A con­clu­sione del­la sua indagine lo stu­dioso si pose una doman­da: «in questo medes­i­mo cli­ma bas­so, cal­do, ed umi­do; su questo suo­lo argilloso cal­care mis­to a trac­ce vul­caniche; in mez­zo a queste abbon­dan­ti derivazioni di acqua, con quante cause, insom­ma i medici comune­mente riconoscono come orig­i­nar­ie del mias­ma palus­tre; come e per­ché accade, che gli antichi Romani vi gode­vano eccel­lente salubrità; e nel Medio Evo vi suc­cesse ter­ri­bile mias­ma, che ora si va man mano atten­uan­do?».

Già, per­ché? 

Spatuzzi, si sof­fer­ma, innanzi tut­to, a delin­eare la topografia del ter­ri­to­rio, la posizione dei diver­si comu­ni pre­sen­ti nel­la val­la­ta o a mar­gine di essa ma, soprat­tut­to, le sue con­dizioni mete­o­ro­logiche — «la media tem­per­atu­ra di està è 24 gra­di , di autun­no 12, d’inverno 7, di pri­mav­era 15» — e cli­ma­to­logiche carat­ter­iz­zate da «dense e fre­quen­ti neb­bie autun­nali ed anche inver­nali, come le rugiade abbon­dan­ti in pri­mav­era ed està(…) pro­prie di un cli­ma bas­so ed umi­do». 

A dom­inare la sce­na è il fiume Liri — nel quale con­fluis­cono pri­ma il Tolero, ovvero il Sac­co, e poi il Melfa – che attar­dan­dosi sot­to i mon­ti tra Pico e Roccagugliel­ma rende car­ente di acqua il ter­ri­to­rio pos­to tra Roc­casec­ca e Pied­i­monte dove si reg­is­tra solo il modesto con­trib­u­to del fiu­mi­cel­lo Sogne, altri­men­ti noto come Forme di Aquino. Diver­sa è, invece, la situ­azione tra Cassi­no e Sant’Elia ove, con il Rapi­do ed altri tor­ren­ti che ven­gono dai mon­ti cir­costan­ti, le acque abbon­dano e cui si unis­cono appe­na dopo, per con­fluire infine tutte nel Liri, quelle sor­gen­ti pres­so Sant’Angelo in Theodice.

Né deve trascu­rar­si l’aspetto geo­logi­co carat­ter­iz­za­to «da sostanze cal­cari e scon­nesse che le acque han rov­ina­to dall’Appennino», oltre che dal­la pre­sen­za di tufo e da uno stra­to super­fi­ciale di pomi­ci, anche di sor­gen­ti di acque sol­forose e min­er­ali, come quelle di Sujo, che fan­no sup­porre la lon­tana pre­sen­za di un vulcano. 

Ma al di là dell’aspetto sci­en­tifi­co, Spatuzzi, come si è accen­na­to, non trascu­ra gli stu­di stori­ci che si sono inter­es­sati alle vicende del pas­sato quan­do qui vi era­no solo quat­tro cit­tà, per­al­tro tutte in cor­rispon­den­za di cor­si d’acqua: «Fregel­la sul Liri ad un quar­to di miglio dal­la con­fluen­za del Tolero; Aquino pres­so il Melfa (ovvero a mar­gine di un lago, nda), Inter­am­na tra due fiu­mi Liri e Sogne e Cassi­no sul Vinio, ora Rapi­doVolen­do dai rud­eri, che ancor si veg­gono, ril­e­vare la posizione topografi­ca di quelle cit­tà, osservi­amo che Cassi­no era pos­ta vici­no al Monte tra Ori­ente e mez­zo­giorno, e le altre cit­tà col­lo­cate nel mez­zo del­la valle sopra alti piani incli­nati ver­so occi­dente, i quali sogliono essere i meglio riscal­dati dai rag­gi del sole in ques­ta con­tra­da neb­u­losa». 

Non può poi igno­rar­si che a quel tem­po il cor­so del Liri era pro­tet­to da boschi, boschi che non solo pro­teggevano dalle esalazioni dei vapori ma impe­di­vano anche che i mon­ti franassero oltre ad atten­uare «l’impeto dei ven­ti di Sud-ovest e di Nord-ovest» che, anzi, «si muta­vano in aure salu­tari».

Insom­ma «luoghi di grandez­za di salubrità e di delizie», dice Spatuzzi, che gli antichi romani indi­vid­u­a­vano anche ucci­den­do le pecore del pos­to per poi dedurre dal­lo sta­to del­la milza se vi fos­sero mias­mi o meno e che restarono tali fino a quan­do essi non diven­nero «teatro di guerre, e poi di inva­sioni e dev­as­tazioni bar­bariche» con il con­seguente spopo­la­men­to del­la pia­nu­ra e con i fug­gi­tivi che cer­ca­vano rifu­gio sulle colline e sui mon­ti cir­costan­ti dove, pian piano, com­in­cia­rono a real­iz­zare appa­rati difensivi. 

Cos­ic­ché, roc­che e castel­li costru­iti «nei luoghi ove la for­tu­na ave­va balestra­to uomi­ni sven­tu­rati» pre­sero il pos­to delle antiche cit­tà costru­ite nel­la valle dai Romani sec­on­do cri­teri ben pre­cisi ed idonee col­lo­cazioni topogra­fiche. Per­al­tro, questi nuovi abi­tati, essendo sta­ti edi­fi­cati «sot­to l’impero del­la neces­sità del­la fuga e del bisog­no del­la dife­sa era­no fat­ti di case mod­este, cir­con­date da alte mura dei castel­li e di tor­ri, appe­na divisi da vio­let­ti angusti, e di defi­ciente influs­so del­la luce, come la scarsez­za dell’acqua era­no inevitabili».

Ma a sof­frire del nuo­vo sta­to di cose furono anche i boschi, in gran parte dis­trut­ti, ed i cor­si d’acqua che, alterati nel loro defluire, alter­arono i nat­u­rali per­cor­si e gener­arono stag­ni e pan­tani «esalan­ti mias­ma palus­tre» cui si abbina­rono, almeno durante le guerre bar­bariche, anche quel­li imputabili ai cadav­eri umani, e non, rimasti sul ter­reno man­can­do chi si pren­desse cura del­la loro sepoltura .

Poi, con i Lon­go­b­ar­di, per la valle sem­brò aprir­si una pag­i­na nuo­va del­la quale si resero ben presto con­to col­oro che a suo tem­po si era­no rifu­giati sui mon­ti e com­in­ci­a­vano ormai a risen­tire i dis­a­gi di quel­la vita: ripresero allo­ra la via del­la pia­nu­ra ed a rian­i­mar­la in uno con la costruzione non solo di case ma anche di castel­li come Sant’Apollinare (817), per vol­ere dell’abate Gisul­fo di Mon­te­cassi­no, o Pon­tecor­vo (856), edi­fi­ca­ta da Rodoal­do Castal­do di Aquino.

Ma ques­ta valle, che sem­bra avere qua­si avere un’attrazione fatale per le guerre, non pote­va non essere ogget­to delle atten­zioni dei Saraceni che, per una quar­an­ti­na di anni, la fecero da padroni; appe­na dopo, però, spe­cial­mente gra­zie a Mon­te­cassi­no, riprese la fior­it­u­ra di nuovi aggre­gati urbani. 

L’abate Aliger­no, oltre a favorire la colti­vazione delle terre dell’Abbazia, fondò Sant’Angelo in Theodice, Sant’Ambrogio, Sant’Andrea, San Vit­tore ed altri castel­li anco­ra. L’abate Man­sone, dal can­to suo, fondò Roc­casec­ca in bel­la posizione sull’Asprano ma pri­va di acqua al pun­to che, «nel dare al Castel­lo il nome di Roc­casec­ca face­va van­to del­la pro­pria igno­ran­za». In com­pen­so, fondò anche Sant’Elia, dove invece, le acque abbon­da­vano. Né più felice fu la scelta del luo­go dove Gugliel­mo Glos­sav­il­la ubicò Roccagugliel­ma che per due mesi d’inverno pri­va i suoi abi­tan­ti del ben­efi­cio del sole tant’è che, mez­zo chilometro più in bas­so ed espos­to al sole, venne ben presto for­man­dosi, in prossim­ità del monas­tero di San Pietro in Curulis, l’abitato da cui poi avrebbe pre­so il nome ed anco­ra più giù, ver­so valle, quel­lo di Mon­ti­cel­li. Così Cas­tro­cielo, pos­to sul­la cima dell’omonimo monte, che seguì la medes­i­ma sorte generan­do da un lato Colle San Mag­no, sui mon­ti, e dall’altro Palaz­zo­lo, ver­so la pia­nu­ra. Infine, se Pied­i­monte era già di per sè in buona posizione, tornò invece a riv­i­vere anche Aquino.

Intan­to si reg­is­tra­va «una cer­ta dimin­uzione di cause mor­bose nelle epoche tran­quille per effet­to di quel­la pros­per­ità che accom­pa­g­na­va gl’interessi eco­nomi­ci e morali di con­sol­i­da­men­to feu­dale» anche se per­sis­te­vano, ma «sen­za essere avver­tite, le più funeste con­dizioni anti-igien­iche del­la vita» per via del­la «posizione topografi­ca dei Comu­ni edi­fi­cati nei tem­pi più pros­peri del Medio-Evo» e carat­ter­iz­za­ti, come si è det­to, da strade strette ed anguste e da case basse ed umide e dove l’unica eccezione è cos­ti­tui­ta dal palaz­zo «del super­bo Barone», i cui alti recin­ti sof­fo­ca­vano la ven­ti­lazione ed impe­di­vano la luce men­tre le chiese, dal can­to loro, era­no des­ti­nate ad ospitare le sepol­ture dei cadaveri.

Esam­i­nan­do la situ­azione del suo tem­po, gra­zie al con­trib­u­to dei medici dei diver­si comu­ni, Spatuzzi, men­tre esclude il carat­tere pre­dom­i­nante di una atmos­fera infet­tante, reg­is­tra però anco­ra «talu­ni fomi­ti del mias­ma da putri­do nel­la dis­po­sizione poco aer­a­ta degli abi­tati, nel­la trascu­ra­ta net­tez­za, ed in altri usi anti-igien­i­ci con­sim­ili» uni­ta­mente a «trac­ce di stag­ni e melme esalan­ti mias­ma palus­tre» che, ancorché dimi­nu­ite e lim­i­tate, restano, comunque, molto nocive. Se Roc­ca d’Evandro e Sant’Ambrogio, «con l’abolizione delle risaie si sono liberati dal mias­ma», la cam­pagna prossi­ma a Cassi­no, in par­ti­co­lare tra S. Elia e Cer­varo, nonos­tante fos­sero state impedite colti­vazioni che favorivano la putre­fazione veg­e­tale, arginati i cor­si d’acqua e prese altre inizia­tive, «trop­po spes­so si alla­ga e for­ma stag­ni ove si vedono le alghe». Lievi fomi­ti di mias­ma palus­tre si reg­is­tra­no anco­ra pres­so Iso­let­ta e a Sant’Oliva (Pon­tecor­vo) men­tre è decisa­mente più grave la situ­azione «sot­to Palaz­zo­lo», tra Pied­i­monte e, ancor più, Roc­casec­ca tant’è che quest’ultima fu tra i luoghi più fla­gel­lati durante l’epidemia coler­i­ca del 1867 insieme a Vil­la San­ta Lucia che era, in sostan­za, «la più ripara­ta dai ven­ti».

Lad­dove, è il caso di Roccagugliel­ma, Pico e di alcune zone di San Gio­van­ni Incar­i­co, Pon­tecor­vo e Cassi­no, dove, oltre all’umidità, si reg­is­tra uno scar­so ricam­bio d’aria ed una scarsa illu­mi­nazione solare, «si veg­gono forme di scro­folis­mo glan­dolare tor­pi­do», una par­ti­co­lare for­ma di infezione tuber­co­lare local­iz­za­ta alle lin­foghi­an­dole del col­lo, men­tre casi di «scro­fo­la ere­tis­ti­ca», si reg­is­tra­no a San Pietro in Curulis e «spe­cial­mente a Roc­casec­ca».

Sem­pre l’umidità, sec­on­do Spatuzzi, spin­gerebbe gli abi­tan­ti di Pon­tecor­vo, «a far grande uso di vino e di liquori spir­i­tosi», usan­za che coin­vol­gerebbe anche «i più agiati» che «assistono sem­pre alla cam­pagna, e van­no ogni giorno a cac­cia» e le cui con­seguen­ze sareb­bero la «ple­to­ra addom­i­nale e gli emor­roi­di pre­dom­inare sul­la got­ta». Pied­i­monte, pos­to, come si è det­to, in buona posizione topografi­ca, dove le comu­ni malat­tie pol­monari sono rare, così come tisi, tuber­colosi e scro­fo­la, è, però, «un paese dove i delit­ti di sangue sono fre­quen­tis­si­mi, e per­ciò non man­cano le ecces­sive agi­tazioni e pate­mi di spir­i­to. Io», scrive Spatuzzi, «ho osser­va­to colà donne divenute tisiche, men­tre per i mar­i­ti fug­giaschi ave­vano sof­fer­to gravi pate­mi di spir­i­to, e se volessi anch’io far deduzioni esager­ate potrei dire che per me i fat­tori prin­ci­pali del­la tuber­colosi sono i gravi per­tur­ba­men­ti ner­vosi».

Ma, allo­ra, cosa fare, si chiede Spatuzzi, per elim­inare le diverse cause all’origine dei prob­le­mi che afflig­gono gli abi­tan­ti del­la valle? 

«Se nel­la val­la­ta tra Cassi­no, S. Elia e Cer­varo si arginassero i cor­si di acqua e si cer­cassero i modi oppor­tu­ni di rego­lare i tor­ren­ti, si evitereb­bero alcu­ni stag­ni acci­den­tali che ancor si for­mano. Se all’abolizione delle risaie si aggiungessero per Roc­ca d’Evandro e S. Ambro­gio dei boschi, che li riparassero dall’eccessivo influs­so dei ven­ti; se ver­so S. Oli­va, Iso­let­ta e più sot­to Palaz­zo­lo si desse cor­so a poche acque impan­tanate, il mias­ma palus­tre sparirebbe. Se a Roccagugliel­ma, a Pico e negli abi­tati ove dom­i­na la scro­fo­la si con­sigliassero i più agiati a far casine nei luoghi soleg­giati delle loro terre, e si trovassero modi come incor­ag­gia­re e coa­d­i­u­vare i poveri ad uscire dai funesti tugurii, e trasferire la loro dimo­ra in cam­pagna», ovvero se si invi­tassero tut­ti col­oro i quali abi­tano sulle alture a scen­dere a valle per bonifi­car­la, popo­lar­la e colti­var­la, se si sol­lecitassero gli arti­giani a diventare con­ta­di­ni, «anziché il con­trario», «se gli asili e le scuole per i fan­ci­ul­li fos­sero in ogni parte dis­poste in modo da gio­vare all’educazione morale e fisica», ebbene, questi ed altri accorg­i­men­ti potreb­bero con­cor­rere «a quel­la rigen­er­azione del popo­lo che l’azione ammin­is­tra­ti­va dovrebbe gov­ernare e pro­muo­vere».

© Costan­ti­no Jadeco­la, 2021.


[1] Medico orig­i­nario di San Gior­gio a Liri, dove nacque il 10 set­tem­bre 1835, inseg­na pres­so l’Università di Napoli e dal 1873 lavo­ra pres­so l’ufficio di igiene del Comune di Napoli, uffi­cio del quale diver­rà pri­mo diri­gente dal 18 agos­to 1887. Tut­to ciò, però, non gli impedirà di avere fre­quen­ti con­tat­ti con il ter­ri­to­rio di orig­ine tan­to che avrà incar­ichi pres­so il Comune di San Gior­gio e rap­p­re­sen­terà il col­le­gio di Espe­ria dal 1865 al 1898 al Con­siglio provin­ciale di Caser­ta. Se, come politi­co, il nome di Achille Spatuzzi rimane lega­to alla real­iz­zazione del­la stra­da Cassi­no-Formia, come medico-ricer­ca­tore la sua attiv­ità è tes­ti­mo­ni­a­ta da una bib­li­ografia di grande spes­sore cul­tur­ale e sci­en­tifi­co e dalle relazioni svolte in impor­tan­ti con­gres­si sci­en­tifi­ci inter­nazion­ali. Morì a Napoli il 19 mar­zo 1920.

[2] Achille SPATUZZISag­gi di Topografia e Sta­tis­ti­ca medico-stor­i­ca (Esem­pio sul­la Valle del Liri). Tipografia del­la Gazzetta di Napoli, Napoli, 1871.


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