È TORNATO ALLANTICO SPLENDORE ILREAL PONTE FERDINANDEOSUL GARIGLIANO

È TORNATO ALLANTICO SPLENDORE ILREAL PONTE FERDINANDEOSUL GARIGLIANO

«Un even­to stra­or­di­nario», lo ha defini­to il prof. Cos­mo Dami­ano Pon­tecor­vo noto stu­dioso delle cose del Gol­fo. Nonos­tante ciò, però, esso è sta­to a ben­efi­cio solo di un esiguo numero di per­sone, in gran parte sim­pa­tiz­zan­ti, e spes­so nos­tal­gi­ci, dell’antico Reg­no del Due Sicilie e dei Bor­bone, nat­u­ral­mente quan­to mai orgogliosi di essere al cospet­to di quel cap­ola­voro del­la «napole­natis­si­ma ingeg­ne­r­ia otto­cen­tesca» che è il ponte sospe­so a maglie di fer­ro sul fiume Garigliano — 75,66 metri di lunghez­za e 5,82 di larghez­za, quat­tro sfin­gi faraoniche a pro­tezione dei due acces­si, carat­ter­iz­za­ti anche dal­la pre­sen­za di colonne “egit­tiz­zan­ti” — ovvero, come loro dicono, il “Real ponte fer­di­nan­deo” o, per dirla con lord Byron, “il ponte delle fate”. 

Real­iz­za­to nel 1832 su prog­et­to dell’ingegner Lui­gi Giu­ra, nel con­testo del­la Sec­on­da guer­ra mon­di­ale il ponte venne dis­trut­to il 14 otto­bre 1943 dai tedeschi che anda­vano atte­s­tandosi sul­la lin­ea Gus­tav i quali, dopo aver fat­to tran­sitare su di esso buona parte delle truppe e dei mezzi coraz­za­ti, minarono la cam­pa­ta in un paio di pun­ti facen­do poi saltare tut­to in aria: gra­zie a Dio, però, i piloni e le rel­a­tive basi ressero abbas­tan­za bene e non subirono dan­ni irrepara­bili (ma c’è anche chi affer­ma che a dis­trug­ger­lo siano sta­ti gli alleati e, in par­ti­co­lare, i sil­u­ran­ti inglesi).

La sua ricostruzione nell’immediato non tro­vò una­nim­ità di pareri anche per­ché non se ne ravvede­va l’utilità dal momen­to che adi­a­cente ad esso vi era quel­lo del­la statale Appia real­iz­za­to negli anni Ven­ti ed adegua­to alle neces­sità dei tem­pi. In epoca suc­ces­si­va, però, prevalse l’idea che l’opera mer­i­ta­va di essere recu­per­a­ta cos­ic­ché, gra­zie all’interessamento del­l’eu­ropar­la­mentare lib­erale Fran­co Com­pas­so, fonda­tore del­la riv­ista Civiltà Aurun­ca, ad un finanzi­a­men­to del­la Comu­nità Euro­pea, ed all’impegno oper­a­ti­vo dell’ANAS, si lavorò per ripor­tar­la all’antico splen­dore, splen­dore che venne oppor­tu­na­mente cir­co­scrit­to con con­sis­ten­ti infer­ri­ate i cui varchi di acces­so sono rimasti rigi­da­mente chiusi per molti anni, pur fra polemiche, fino al mat­ti­no del 14 feb­braio 2008, il giorno del­la fes­ta degli innamorati diven­ta­ta per l’occasione la gior­na­ta degli aman­ti dell’arte, quan­do si è avu­ta la pos­si­bil­ità di “toc­care con mano” l’opera dell’ing. Giura. 

Ma qual è l’importanza di questo ponte? Esso fu, tra i pon­ti sospe­si a fer­ro del­la stes­sa epoca, quel­lo sul quale in molti era­no pron­ti a scom­met­tere una fine imme­di­a­ta vis­to che inizia­tive del genere ave­vano pre­sen­ta­to seri prob­le­mi per via del­la ecces­si­va flessibil­ità del­la lega metal­li­ca uti­liz­za­ta al pas­sag­gio di pesi con­sis­ten­ti e nel caso di ven­to forte. Ma a scred­itare mag­gior­mente l’iniziativa c’era il fat­to che l’opera nasce­va nel Reg­no delle Due Sicilie tant’è che un gior­nale inglese, il The Illus­trat­ed Lon­don News, non ave­va esi­ta­to a man­i­festare le pro­prie per­p­lessità sulle capac­ità prog­et­tuali e costrut­tive dei napo­le­tani i quali, scrive­va il gior­nale, si avven­tu­ra­vano in quel­la inizia­ti­va spin­ti «solo dal­la voglia di primeg­gia­re».

Accade poi che, con­tes­tual­mente all’inizio dei lavori per la costruzione del ponte sul Garigliano, crol­lasse il ponte degli Inva­li­di sul­la Sen­na il cui prog­et­tista era sta­to l’accademico di Fran­cia Claude Louis Navier, per­al­tro fre­quen­ta­to dal­lo stes­so Giu­ra allorché si era reca­to in visi­ta a Pari­gi. Questo crol­lo, non solo con­sigliò la chiusura al traf­fi­co di quel­li sim­ili esisten­ti in Inghilter­ra e in Aus­tria ma gen­erò una un vio­len­ta polem­i­ca con­tro strut­ture del­lo stes­so genere, polem­i­ca i cui rif­lessi giun­sero anche a Napoli dove autorevoli espo­nen­ti del gov­er­no bor­bon­i­co cer­carono di far desistere il re dall’iniziativa. Ma Fer­di­nan­do II non si scom­pose più di tan­to e rispose: «Las­sate fa ò guagliòne!», “guagliòne” che poi era l’ing. Giura.

Questi, avu­to l’incarico dal diret­tore del Regio Cor­po delle strade e dei pon­ti, Car­lo Afan De Rivera, come pri­ma cosa si recò a vision­are i vari pon­ti in fer­ro esisten­ti nelle altre nazioni europee acquisendo tutte le infor­mazioni a riguar­do ed anche i rel­a­tivi prog­et­ti. Poi, tor­na­to a Napoli, elaborò il suo che, com­pren­si­vo di rilievi, sondag­gi e costi, venne pun­tual­mente approva­to uni­ta­mente alla clau­so­la, volu­ta espres­sa­mente dal re, che le gare d’appalto fos­sero ris­er­vate solo a ditte e mate­ri­ali del Regno.

Se i lavori, iniziati il 20 mag­gio 1828, si con­clusero il 30 luglio 1832, il ponte, invece, venne inau­gu­ra­to qualche mese pri­ma, il 10 mag­gio 1832. E fu quel­la una gior­na­ta mem­o­ra­bile soprat­tut­to per la ver­i­fi­ca del­la robustez­za del­la struttura. 

In una nota delle effe­meri­di di corte negli Annali civili del Reg­no delle Due Sicilie (Napoli, 1833, I, fasc. II, p. XIII) si legge che Fer­di­nan­do II, erede di quel Francesco I che il ponte ave­va volu­to, «fer­matosi nel mez­zo, face­va pas­sare sopra di esso a gran trot­to due squadre di lancieri e sedi­ci grossi car­ri di artiglieria» rima­nen­do ovvi­a­mente sod­dis­fat­to del­la tenu­ta dell’opera la quale era costa­ta alle casse del­lo sta­to qual­cosa come 75mila ducati.

© Costan­ti­no Jadeco­la, 2008 


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.