VENDETTA! TREMENDA VENDETTA!

VENDETTA! TREMENDA VENDETTA!

Da brig­an­ti a emi­granti: un per­cor­so obbli­ga­to. Sem­pre che le cose non anda­vano diver­sa­mente: ad esem­pio, non si finisse ammaz­za­ti. 

Sto­rie del Sud datate sec­on­da metà dell’Ottocento dove per Sud deve inten­der­si quel Reg­no delle Due Sicilie che i piemon­te­si ven­nero a pren­der­si con la forza e con l’inganno promet­ten­do mari e mon­ti, come se ne fos­si­mo privi, ma in realtà las­cian­do tut­to come pri­ma. Anzi, peg­gio di pri­ma.  Del resto, il Gat­topar­do sin­te­tiz­zò egre­gia­mente quel­la situ­azione che oggi, per­al­tro, incom­in­cia a trovare insospet­ta­bili ed autorevoli con­ferme. Si arri­va addirit­tura ad ammet­tere che «la borgh­e­sia del Nord costruì l’immagine ‘africana’ del Sud» (Panora­ma. Anno XXXIX. N. 45. 8 novem­bre 2001. Pag­i­na 237), con­clu­sione emer­sa di recente in un con­veg­no orga­niz­za­to dal­la Fon­dazione Agnel­li ma già antic­i­pa­ta sin dal 1864 da Alessan­dro Bian­co di Saint-Jori­oz nel suo libro sul brig­an­tag­gio alla fron­tiera pon­ti­f­i­cia.

Da brig­an­ti a emi­granti, dunque. Un per­cor­so obbli­ga­to che, sen­za sol­lecito alcuno, spon­tanea­mente, la gente del Sud fu costret­ta a per­cor­rere. Mille e mille riv­o­li di orig­ine diver­sa per des­ti­nazioni di cui si conosce­va men che niente. Al di qua e al di là dell’Oceano.

Uno di questi riv­o­li nasce­va a Pas­te­na — ter­ra dove il brig­an­tag­gio cos­ti­tuì un fenom­e­no di ril­e­vante impor­tan­za ancorché poco noto — e si con­clude­va gen­eral­mente nel Col­orado. Nelle miniere del Col­orado. Come fos­se sta­ta decisa  ques­ta meta, vai a saper­lo. Sta di fat­to che un cro­nista del tem­po non può non notare che qui «la popo­lazione atti­va — dici­amo così — è solo for­ma­ta da donne». Infat­ti, «gli uomi­ni, i gio­vani, tipi robusti e for­ti di mon­ta­nari, non appe­na han­no mes­so insieme il gruz­zo­lo che loro per­me­t­ta di recar­si in Amer­i­ca, partono per far for­tu­na».

Così fece, forse ver­so la fine del 1895, anche Gae­tano Lon­go, classe 1872, che era sta­to mil­itare in fan­te­ria e, quin­di, con­geda­to da capo­rale. Da un paio d’anni ave­va sposato Annun­zi­a­ta Lucente, vent’anni non anco­ra com­piu­ti, che già da un po’ ave­va mes­so in cin­ta. Per rego­lare la situ­azione, cioè per con­durla all’altare, Gae­tano, però, non si accon­tentò del­la dote pat­tui­ta. Pretese il doppio. Cos­ic­ché la madre di Annun­zi­a­ta dovette sot­to­por­si a non pochi sac­ri­fi­ci per accon­tentare il futuro gen­ero e sis­temare la figlia. La nasci­ta di Anto­nio, avvenu­ta qualche tem­po dopo il mat­ri­mo­nio, apparve comunque il nat­u­rale sug­gel­lo ad uno sta­to di cose che a quel tem­po prob­a­bil­mente rien­tra­va nel­la nor­mal­ità. Non molto tem­po dopo, quin­di, la deci­sione di Gae­tano di par­tire per gli Sta­ti Uni­ti d’America. Ed un solo fine, comune, per­al­tro, a tut­ti quel­li che parti­vano: ‘fare for­tu­na’ e tornare a Pas­te­na con un pug­no di dol­lari in tas­ca.

Dopo le nat­u­rali e scon­tate dif­fi­coltà iniziali, le cose evi­den­te­mente pre­sero ad andar­gli bene se a novem­bre del 1899 egli inviò al sin­da­co di Pas­te­na, Mat­tia Bar­tolo­muc­ci, «sei­cen­to­quar­an­talire in oro», poco meno di tre mil­ioni e mez­zo di oggi, con l’incarico di acquistare un cer­to pez­zo di ter­ra. Ma l’affare non si con­cluse ed il sin­da­co, evi­den­te­mente d’accordo con Gae­tano, diede allo­ra le 40 lire, «più il guadag­no sul cam­bio», ad Annun­zi­a­ta men­tre depositò le altre 600 pres­so la Cas­sa di risparmio; anco­ra qualche mese ed a mar­zo del 1900 Gae­tano inviò al sin­da­co «altre cinque­cen­to­quar­an­ta lire»: 400 da depositare per «com­pletare le mille lire» e 140 da dare alla pro­pria madre. 

E per Annun­zi­a­ta? Per Annun­zi­a­ta niente. Ma per­ché? Riferiscono le cronache che, essendo «di tem­pera­men­to oltremo­do sen­suale, si era abban­do­na­ta a facili amori, che ebbero le loro con­seguen­ze. Difat­ti restò inc­in­ta. Dap­prin­ci­pio poté celare il suo sta­to, ma venne il giorno in cui ciò non fu più pos­si­bile»; Dante Grossi, poi, aggiunge che a «spinger­la fra le brac­cia di un amante con­tadi­no furono i par­en­ti stes­si del­la fed­ifra­ga, prob­a­bil­mente scon­tenti dell’affrettato mat­ri­mo­nio che Gae­tano ave­va volu­to con­trarre»[1].

La notizia var­cò l’Oceano e giunse, nat­u­ral­mente, alle orec­chie dei  paste­n­e­si che lavo­ra­vano con Gae­tano. Al quale, invece, ebbe cura di parte­ci­par­la un suo com­pare di Leno­la, cer­to Celeste, invero molto gen­eroso nel fornire anche i det­tagli di ciò che Annun­zi­a­ta anda­va facen­do.

Gae­tano non ci pen­sò due volte e col pri­mo vapore tornò a Pas­te­na dove, in cuor suo, mai lon­tana­mente ave­va pen­sato di tornare in quel modo. Era l’11 giug­no 1900 quan­do arrivò in paese ma si guardò ben dal far­si vedere in giro. Gli uni­ci con­tat­ti gli ebbe con la madre del­la moglie dal­la quale seppe che Annun­zi­a­ta era a Roma «per sgravar­si». Cos­ic­ché anche lui andò nel­la cap­i­tale.

La cosa, però, non sfug­gì ai cara­binieri di Pico, che ave­vano, ed han­no anco­ra oggi, giuris­dizione su Pas­te­na, dove una stazione non c’è mai sta­ta, ed il brigadiere Bian­co Car­luc­ci pen­sò bene di telegra­fare a Roma. Con­vo­ca­to pres­so «la ques­tu­ra dell’Esquilino», Gae­tano assi­curò di aver per­do­na­to la moglie e quan­do di lì a qualche giorno tornò a Pas­te­na, anche se non tornò a vivere con lei, sem­brò davvero rasseg­na­to a ciò che gli era cap­i­ta­to mostran­dosi addirit­tura molto cor­diale nei con­fron­ti di Annun­zi­a­ta allorché gli cap­i­ta­va di incon­trar­la per via. Sem­bra­va che ogni ran­core fos­se ormai sopi­to tant’è che non era­no pochi col­oro i quali non avreb­bero esi­ta­to a scom­met­tere su una riap­paci­fi­cazione fra i due anche per­ché più di qualche notte Gae­tano l’aveva pas­sa­ta con Annun­zi­a­ta, a casa di ques­ta. Pare, tut­tavia, che nelle ore pas­sate insieme, Gae­tano si facesse rac­con­tare da Annun­zi­a­ta, come dire, per filo e per seg­no, di quelle sue avven­tu­ra di cui tut­ta Pas­te­na, e non solo Pas­te­na, parla­va; il suo inter­esse mag­giore, però, era per i nomi di col­oro che ave­vano avu­to occa­sione di fre­quen­tar­la. 

Uno di quei giorni, intan­to, venne a far visi­ta a Gae­tano Celeste, il com­pare di Leno­la, che a  Pas­te­na, era con­sid­er­a­to una specie di stre­gone: «van­ta la poten­za mis­te­riosa di certe erbe e di certe polver­ine di sua fab­bri­cazione per la gua­ri­gione dei mali, con­ver­sa coi san­ti e coi diavoli, predice il futuro, indov­ina il pas­sato e… cor­bel­la il prossi­mo». I due stet­tero a lun­go a par­lare all’ombra di un pianta di fico e non è da esclud­er­si che pro­prio in ques­ta cir­costan­za Gae­tano esponesse al com­pare in che  modo ave­va deciso di attuare la sua vendet­ta. «Il com­pare, però, mal­gra­do la sua con­fi­den­za coi diavoli, tro­vò che ques­ta era più ter­ri­bile di quel­lo che si pos­sa con­cepire anche da un demone e fu udi­to scon­sigliar­lo». 

Il suo parere, tut­tavia, non inter­ferì min­i­ma­mente nel pro­gram­ma che Gae­tano di sicuro ave­va già abboz­za­to quan­do anco­ra si trova­va negli Sta­ti Uni­ti se è vero che tra le cose che ave­va por­ta­to con se c’era un fucile da cac­cia cal­i­bro 16, «a per­cus­sione cen­trale», che a Pas­te­na non se ne era mai vis­to di uguali; poi, ver­so la fine di agos­to, sem­pre dall’«Amer­i­ca» gli era giun­to una cas­set­ta con­te­nente «fer­ro sen­za val­ore» — questo, infat­ti, era il con­tenu­to che si dichiar­a­va —  ma che in realtà cus­to­di­va una riv­oltel­la a cinque colpi cal­i­bro 9, impug­natu­ra di osso nero cesel­la­ta, ed una con­sis­tente scor­ta di proi­et­tili sia per il fucile che per la riv­oltel­la: «il piom­bo delle car­tuc­cie da fucile era quel­lo chiam­a­to da capri­oli, i proi­et­tili del­la riv­oltel­la era­no scheg­giati in modo da ren­dere qual­si­asi feri­ta, se non mor­tale, peri­colosa».

Quel mart­edì 13 set­tem­bre dell’ultimo anno del dician­noves­i­mo sec­o­lo Gae­tano uscì di casa di buon ora arma­to di tut­to pun­to: car­tucciera doppia intorno alla vita, fucile ad «arma­col­lo» e riv­oltel­la in tas­ca.

In un viot­to­lo di cam­pagna nel­la zona di Ponte Nuo­vo s’imbatte in Gio­van­ni Mat­taroc­ci, 21 anni, uno di quel­li che avrebbe avu­to una relazione con Annun­zi­a­ta: fra i due c’è una dis­cus­sione molto ani­ma­ta che ben presto viene con­clusa da un colpo di fucile spara­to a bru­ci­a­pe­lo da Gae­tano in fac­cia al suo inter­locu­tore. Che, ful­mi­na­to, stra­maz­za al suo­lo.

Con tut­ta cal­ma, come se niente fos­se accadu­to, Gae­tano con­tin­ua per la sua stra­da diri­gen­dosi ver­so un lava­toio a cir­ca tre miglia da Pas­te­na dove era sicuro di incon­tra­to la moglie. Annun­zi­a­ta, infat­ti, era lì per lavare la biancheria di un cer­to Bar­tolo­muc­ci e con lei c’era anche una sua ami­ca, Luigia Lon­go. Fu pro­prio ques­ta ad accorg­er­si per pri­ma dell’arrivo di Gae­tano ed avvertì Annun­zi­a­ta. Che, però, lì per lì restò del tut­to indif­fer­ente. Ma appe­na dopo, quan­do si tro­vò il mar­i­to di fronte, per di più arma­to, all’istante mutò atteggia­men­to. E appe­na dopo cer­cò pro­tezione riparan­do dietro Luigia ed aggrap­pan­dosi alle sue spalle.

- «Sco­sta­ti che ti deb­bo ammaz­zare», le gridò Gae­tano. Lei, di riman­do, sup­plicò il per­dono. Ma l’invocazione si perse nell’aria. A Gae­tano non ci volle molto per immo­bi­liz­zare Luigia. Poi pun­tò la riv­oltel­la alla gola del­la moglie e sparò. Annun­zi­a­ta cadde con le brac­cia anco­ra alzate in seg­no di una vana pro­tezione men­tre Luigia rimase come inchio­da­ta dove si trova­va. Gae­tano le pun­tò il fucile con­tro ma poi evi­den­te­mente si rese con­to che non era nel­la sua lista e pros­eguì il cam­mi­no sul­la stra­da del­la vendet­ta.

Il suc­ces­si­vo obi­et­ti­vo era Lui­gi Mat­taroc­ci, 40 anni, nes­sun gra­do di par­entela con Gio­van­ni­no, la pri­ma vit­ti­ma, ma, come Gio­van­ni­no, anche lui amante di Annun­zi­a­ta. Lo tro­vò inten­to al lavoro dei campi nel suo podere insieme al fratel­lo Gas­pare (52) ed alla moglie di questi, Angela (55): due colpi di fucile ebbero come des­ti­natari i due fratel­li; Angela, inor­ridi­ta, corse ver­so casa e si chiuse la por­ta dietro. Ma Gae­tano, che l’aveva inse­gui­ta, con un vio­len­to cal­cio riuscì ad aprir­la e, una vol­ta den­tro, sparò sul­la don­na che cadde pri­va di vita nel foco­lare.

La suc­ces­si­va vit­ti­ma avrebbe dovu­to essere il padre di Gio­van­ni­no Mat­taroc­ci. Ma per sua for­tu­na non era in casa. C’era, invece, la figlia Gio­van­ni­na, 23 anni, «bel­lis­si­ma e for­mosa gio­vane» in pred­i­ca­to per diventare model­la a Roma, richi­es­ta da alcu­ni pit­tori, che piange­va per la trag­i­ca fine del fratel­lo. Quan­do si tro­vò Gae­tano di fronte, nat­u­ral­mente inveì con­tro di lui «con parole roven­ti». Ma Gae­tano, sen­za scom­por­si, per tut­ta rispos­ta le esplose un colpo con­tro che sfra­cel­lò la tes­ta del­la ragaz­za: «Giac­ché non ho trova­to tuo padre, ammaz­zo te!», fu il com­men­to.

Ma la vendet­ta non si era anco­ra con­clusa. Si recò, infat­ti, nel podere di Giuseppe Per­si­cone, 58 anni, il cui figlio Gen­naro, 38, «altro e spe­ciale favorito» di ‘Nun­zi­a­ta’, era pro­prio lì a por­ta­ta di mano. Anzi di fucile. Gae­tano sparò un paio di colpi, sta­vol­ta, per for­tu­na, non pro­prio pre­cisi: Gen­naro, fer­i­to, era fini­to in un pic­co­lo bur­rone che era alle sue spalle. Gli spari, tut­tavia, insospet­tis­cono i gen­i­tori di Gen­naro, Giuseppe e Anna­maria De Ange­lis, che si pre­cip­i­tano a vedere cosa è accadu­to. Ma tut­ti e due ven­gono fred­dati da altret­tan­ti colpi. Poi Gae­tano si accorge che Gen­naro non è mor­to e gli spara con­tro altri due colpi. Anche questi, per for­tu­na, non mor­tali.

E quin­di la vol­ta di un altro mem­bro del­la stes­sa famiglia, Vin­cen­zo, 50 anni, il quale, però, evi­ta i pri­mi due colpi che Gae­tano gli spara nascon­den­dosi dietro una quer­cia; poi, prof­ittan­do che l’assassino è impeg­na­to a ricari­care il fucile, fugge a gambe lev­ate ver­so Pas­te­na.

Nei piani di Gae­tano dovrebbe essere, a questo pun­to, Domeni­co Peloso con il quale c’erano vec­chi ancori. Ma men­tre si avvia ver­so la sua abitazione il caso vuole che egli incro­ci sul suo cam­mi­no Fabi­ana Sara­ceno, 25 anni, «con la quale ave­va amoreg­gia­to pri­ma di pren­der moglie».

- Se mi aves­si sposato tut­to questo non sarebbe accadu­to. Dam­mi la mano! le dice Gae­tano. 

Ma la don­na, già a conoscen­za di ciò che il suo inter­locu­tore ave­va fat­to, «si ritrae con rac­capric­cio».

- Non vuoi dar­mi la mano? Bene, allo­ra ti las­cio un ricor­do! 

Estrae la riv­oltel­la, la pun­ta alla tes­ta di Fabi­ana ed esplode un colpo. Ma la don­na è sol­lecita a schivar­lo e res­ta solo leg­ger­mente feri­ta all’avambraccio. 

A questo pun­to la con­sue­ta tran­quil­lità tan­to bru­tal­mente scon­vol­ta tor­na a riap­pro­pri­ar­si di quei luoghi seg­nati nel vol­gere di una gior­na­ta da otto mor­ti e due fer­i­ti.  E di Gae­tano si perde ogni trac­cia. 

Da Pico inter­ven­gono i cara­binieri, che qual­cuno, intan­to, si è pre­so la briga di andare ad avver­tire. Ma sono appe­na tre cos­ic­ché il brigadiere Bian­co Car­luc­ci, una vol­ta giun­to a Pas­te­na si vede costret­to per forza di cose a rin­forzare le schiere, si fa per dire, arruolan­do una quindic­i­na di volon­tari. Il sin­da­co Bar­tolo­muc­ci, nonos­tante sia ammala­to, non esi­ta anche lui a dar­si da fare; arri­va, poi,  il cap­i­tano dei cara­binieri, cav. Ugo Fed­erigh­i­ni. 

Inizia una vera e pro­pria cac­cia all’uomo men­tre il ter­rore dom­i­na su Pas­te­na e nelle cam­pagne cir­costan­ti. L’oscurità del­la notte non sem­pli­fi­ca le cose. Anzi, accresce i tim­o­ri.

E’ una situ­azione di stal­lo dagli svilup­pi impreved­i­bili. Se ne rende per­fet­ta­mente con­to il cap­i­tano Fed­erigh­i­ni che a quel pun­to ritiene sia ormai il caso di allertare le stazioni dei cara­binieri, quan­to meno quelle intorno a Pas­te­na con ordi­ni che nec­es­sari­a­mente dove­vano essere ‘trasmes­si’ a mano. 

Man­ca gius­to un quar­to d’ora alla mez­zan­otte di quel tragi­co 13 set­tem­bre quan­do tre colpi di arma da fuo­co riecheg­giano per la piana di Pas­te­na. Ma è dif­fi­cile sta­bilire da dove provengano. Lo si saprà solo qualche ora dopo, all’alba, quan­do due con­ta­di­ni, cor­ren­do all’impazzata, andran­no a riferire al sin­da­co Bar­tolo­muc­ci, che era con il cap­i­tano Fed­erigh­i­ni, che Gae­tano Lon­go si era sui­cida­to all’ingresso del cimitero. 

«Giace­va sul fian­co sin­istro con le brac­cia volte in alto. Dal­la gola cor­re­va un riv­o­lo di sangue che ave­va for­ma­to una specie di poz­zanghera sot­to il cor­po». E così rimase fino a quan­do da Cassi­no non giunse il giu­dice istrut­tore, «il cav. Francesco Bas­so venu­to sol­lecita­mente sul luo­go col can­cel­liere Fer­di­nan­do Di Gio­van­ni», per eseguire i rilievi di legge.

Intan­to, ad osser­vare con più atten­zione  il cada­v­ere di Gae­tano Lon­go qual­cuno notò che nel suo abbiglia­men­to man­ca­va di sicuro la giac­ca ed il pan­ciot­to che altri assi­cu­rarono egli indos­sasse quan­do il giorno pri­ma era usci­to di casa.

Ma ci si rese anche con­to che man­ca­vano addirit­tura le armi. Sia il fucile che la riv­oltel­la. Si con­venne che il fucile l’avrebbe potu­to get­tar via lui stes­so pri­ma dell’insano gesto. Però, come l’avrebbe potu­to com­piere se man­ca­va anche la riv­oltel­la? Di ques­ta, per­al­tro, «si tro­vò solo un pez­zo del­la las­tra di osso che copri­va l’impugnatura dell’arma, e niente altro».

In tas­ca, poi, gli trovarono solo un por­ta­mon­ete con den­tro due lire e mez­zo quan­do un pò tut­ti sape­vano che al suo ritorno a Pas­te­na, a giug­no, ave­va riti­ra­to dal­la Cas­sa di risparmio le mille lire che suo tem­po era­no state ver­sate per suo con­to dal sin­da­co Bar­tolo­mu­ci. 

A quel pun­to, inevitabil­mente, si affac­cia­vano un paio di ipote­si: o che qual­cuno avesse deru­ba­to Gae­tano Lon­go appe­na dopo ucciso di tut­to ciò che possede­va o che lo stes­so Lon­go, pri­ma di com­piere l’insano gesto, avesse di per­sona dato ogni cosa al suo com­pare di Leno­la o a qualche altro. Ma in questo rimane­va pur sem­pre la scom­parsa del­la riv­oltel­la che, di con­seguen­za por­ta­va nec­es­sari­a­mente a propen­dere per la pri­ma ipote­si.

Che l’assassino-suicida, dopo aver fer­i­to Fabi­ana, si sia reca­to a Leno­la dal suo ami­co ‘stre­gone’, Celeste, viene dato per scon­ta­to da Dante Grossi il quale aggiunge che Gae­tano avrebbe addirit­tura impos­to al com­pare di seguir­lo a Pas­te­na dove avrebbe dovu­to com­pletare l’opera inizia­ta al mat­ti­no. Suo mal­gra­do, Celeste fu costret­to ad accettare anche per­ché, prob­a­bil­mente, non ave­va altra pos­si­bil­ità di scelta: «Il loro cam­mi­no», scrive Grossi, «ebbe ter­mine davan­ti al can­cel­lo del cimitero; e in quel pun­to il plu­ri­omi­ci­da intimò al com­pare di toglier­gli la vita». Con il fucile o con la riv­oltel­la? L’autopsia, che sarà ese­gui­ta su tut­ti i cadav­eri  dai dot­tori Oreste Del Foco, Ana­cle­to Grossi e Ettore De Vivo, tut­ti e tre di Cassi­no, dirà solo, dopo che il cranio di Gae­tano era sta­to sega­to, che su una parete di esso si era schi­ac­cia­to il proi­et­tile rin­venu­to nel­la mate­ria cere­brale. 

Fu, allo­ra, il fat­tuc­chiere di Leno­la a far sparire giac­ca, pan­ciot­to, armi e tut­to il resto? Non sparì, invece, oltre al portafoglio, sen­za sol­di, e ad una «car­ta­ta» di car­tuc­ce per la riv­oltel­la, un tac­cuino sul quale, a lapis, Gae­tano annotò una sor­ta di tes­ta­men­to ovvero, come scrissero allo­ra i gior­nali, «un impor­tante doc­u­men­to umano»: «Spiego alla gius­tizia ital­iana, che non da ragione a chi la tiene ma che da ragione alle p… per­ché è una legge fes­sa quel­la ital­iana men­tre in Fran­gia e Amer­i­ca quan­do un povero omo è sper­so pel mon­do guadag­nan­do un pez­zo di pane per la famiglia la schi­fosa don­na lo car­i­ca pure di cor­na. In Fran­gia e in Amer­i­ca gli si per­me­tte di denun­ziar­la cioè a dire allon­ta­narla per­ma­nen­te­mente e no come la schi­fosa leg­gio ital­iana che dopo che la don­na tradisce il mar­i­to la garan­tisce pure, ques­ta leg­gio la chi­amo leg­gio p… issi­ma. E per­ciò io non trovan­do gius­tizia l’ammazzo tutte quante ste p… ecc…

«Egre­gia Gran Corte io par­lo a voi e vi spiego per­ché? Ho commes­so questo fat­to. Sta­mane mi sono incon­tra­to in S. Belardi­no con mia moglie alla quale sono dit­to: che se sete venu­ta a fare lei, sono venu­ta per questo moti­vo, o voi ammaz­zate a me o io ammaz­zo a voi ed io egre­gia gius­tizia ho cre­du­to di ammaz­zare lei. Non impu­tate altre per­sone per­ché sono sta­to io solo tut­to venne per parte nos­tra.

«Finis­co salu­tan­do il re e la regi­na, l’illustrissima bandiera e rac­co­man­do a re Vit­to­rio che non facesse tor­to a mio figlio Anto­nio Lon­go.

«Voglio che mia madre com­prasse il pos­to a cam­posan­to, se non tiene sol­di fac­cia deb­iti.

«Questo spiego e questi fat­ti li ho fat­ti oggi 13 set­tem­bre 1900». 

Intan­to gli stes­si medici che han­no ese­gui­to l’autopsia di Gae­tano Lon­go la eseguono anche su quel­li delle sue otto vit­time che su rozze barelle improvvisate ven­nero deposi­tati «alla rin­fusa in una cat­apec­chia che sta per crol­lare» del cimitero.

Due giorni dopo, il 15 set­tem­bre, sui gior­nali com­paiono le prime, bre­vi fram­men­tarie notizie sul­la strage. Il 16, invece, «la trage­dia di Pas­te­na», ovvero «l’orrenda vendet­ta di un mar­i­to tra­di­to», guadagna spazi molto più ampi ospi­tan­do i lunghi e det­tagliati reso­con­ti degli inviati spe­ciali, come oggi si direbbe, ma che allo­ra ben­e­fi­ci­a­vano del­la citazione del solo cog­nome, tra par­ente­si, in aper­tu­ra dell’articolo. Quel­lo de Il Mes­sag­gero si chia­ma­va Turchi ed è quel­lo dal cui servizio sono sta­ti ripresi alcu­ni dei ‘vir­go­let­tati’ citati. 

Era par­ti­to da Roma pre­sum­i­bil­mente nel­la tar­da mat­ti­na del 14 set­tem­bre. Infat­ti alle 16,38 era rius­ci­to a trasmet­tere al gior­nale, da Cepra­no, l’essenziale, quat­tro, cinque righe, che chi­ude­vano con questo mes­sag­gio: «Pros­eguo per Pas­te­na».

Nell’articolo del  giorno dopo, data­to 15, la pri­ma infor­mazione che for­nisce è ques­ta: «Sono giun­to a Pas­te­na alle 5 di ques­ta mat­ti­na». Dod­i­ci ore per 13 chilometri. In com­pen­so Turchi res­ta impres­sion­a­to da Pas­te­na tant’è che il pro­l­o­go del suo reso­con­to è tut­to ded­i­ca­to al paese ed ai suoi abi­tan­ti: «Il pic­co­lo paese sorge nel­la cima di una collinet­ta tut­ta verde di ulivi e di querce cir­con­da­ta dall’alta mon­tagna, brul­la e sas­sosa.

«Le case stan­no addos­sate alla roc­cia cal­carea. Sono qua­si tutte a un piano dall’apparenza triste e uni­forme.

«Le vie del paese, se vie si pos­sono chia­mare i sen­tieri da capre che con­ducono alla piaz­za prin­ci­pale sono dis­sem­i­nate di sas­so cal­careo che logo­ra­to dal­la piog­gia si pre­sen­ta aguz­zo alle deboli e sot­tili suole di una scarpa cit­tad­i­na.

«Questi incon­ve­ni­en­ti del paese sono però larga­mente com­pen­sati dal­la bellez­za delle sue donne.

«Le donne di Pas­te­na, dai capel­li bion­di bru­ciati dal sole, han­no nei lin­ea­men­ti finis­si­mi, nel­la car­na­gione abbron­za­ta qual­cosa di volut­tu­oso, di lan­gui­do, che tri­on­fa nel loro cos­tume pae­sano. Vestono infat­ti col bus­to nero sopra la bian­ca cam­i­cia; han­no la gonna cor­ta e i pie­di calza­ti in cio­cie ben­fat­te e adat­tate alla gam­ba.

«In tes­ta poi il pan­no bian­co e sul davan­ti il grem­bi­ule nero».

Ma la vicen­da che ha avu­to per pro­tag­o­nista Gae­tano Lon­go guadagna addirit­tura la cop­er­ti­na del­la Domeni­ca del Cor­riere[2] – L’eccidio di Pas­te­na. Una colos­sale vendet­ta famil­iare, ques­ta la didas­calia — con un dis­eg­no in cui il miti­co Achille Bel­tra­mi raf­figu­ra il momen­to in cui Gae­tano spara alla moglie men­tre ques­ta cer­ca di trovare pro­tezione nascon­den­dosi dietro l’amica Luigia men­tre, sul­lo sfon­do, si vede il cada­v­ere del­la pri­ma vit­ti­ma, Gio­van­ni­no Mat­taroc­ci.

Inevitabil­mente, la trage­dia di Pas­te­na divenne, come allo­ra era cos­tume, una sto­ria da can­tas­to­rie i quali, spo­stan­dosi sulle varie piazze in occa­sione delle fiere e dei mer­cati, rac­con­ta­vano di uno che «Il tredi­ci set­tem­bre / del mil­len­ove­cen­to / arma­to fino ai den­ti / per le cam­pagne andò…». 

© Costan­ti­no Jadeco­la, 2002.


[1] Dante GROSSIPas­te­na di Cio­cia­ria. Edi­zioni SEAM, Roma 1994, pp.275 e segg. anche per le suc­ces­sive citazioni. 

[2] 30 set­tem­bre 1900. Anno II, numero 39.


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