IL RECUPERO DEI CADAVERI DOPO LA GUERRA

IL RECUPERO DEI CADAVERI DOPO LA GUERRA

Cimitero di Marzanel­lo. Mar­can­to­nio Rez­za (pri­mo a destra nel­la fila cen­trale) insieme a sol­dati amer­i­cani e bam­bi­ni imp­ie­gati come man­od­opera (coll. Giuseppe Rez­za)

Quan­do final­mente arrivò alla stazione di Roc­casec­ca, non con il treno ma a pie­di — casa sua, infat­ti, era da quelle par­ti — l’unica cosa che cos­ti­tuì per lui moti­vo di attrazione fu il silen­zio che grava­va sul­la zona, un silen­zio rot­to ad inter­val­li rego­lari dal­lo sbuf­fare di una loco­mo­ti­va. 

Ma più che da questo sbuf­fare Marc’Antonio rimase attrat­to da quel­lo stra­no silen­zio cos­ic­ché, un po’ per­ché dove­va comunque pas­sar­ci per andare a casa — che era a via del Querce­to, det­ta anche vico­lo degli Sgher­ri — un po’ per­ché quel silen­zio sape­va tan­to d’irreale, affret­tò il pas­so, entrò nell’edificio del­la stazione e ne uscì dall’altra parte, dov’erano i bina­ri.

La loco­mo­ti­va con­tin­u­a­va a sbuf­fare. Ma non era sola: si por­ta­va dietro parec­chi vago­ni stra­col­mi di mil­i­tari tedeschi e, da come il con­voglio era posizion­a­to, non ci vol­e­va più di tan­to per capire che era diret­to al sud.

Era l’indomani, giorno più giorno meno, dell’8 set­tem­bre 1943. Marc’Antonio Rez­za, vent’anni, sebbene fos­se in pos­ses­so del­la sola licen­za ele­mentare, tra il ’41 e il ’42  ave­va lavo­ra­to alla BPD di Colle­fer­ro come anal­ista chim­i­co. Poi, più che la guer­ra, il servizio mil­itare. Lo sta­va esple­tan­do a Peru­gia da cir­ca tre mesi quan­do l’armistizio con­vinse anche lui che l’unica cosa da fare, a quel pun­to, era tornare a casa. 

Come Dio volle arrivò a Roma. Di qui, però, non riuscì a trovare niente di meglio che il treni­no delle vic­i­nali: quel­lo per Fiug­gi, per inten­der­ci. Cos­ic­ché da Fiug­gi a Roc­casec­ca ave­va dovu­to farsela a pie­di.

Ora, trovar­si al cospet­to di quel con­voglio stra­col­mo di sol­dati — alcu­ni era­no addirit­tura “ai bor­di” del­la loco­mo­ti­va — e restare impi­etri­to fu per  Marc’Antonio un tutt’uno. Del resto, ben sape­va come sta­vano le cose. Ma cosa fare, allo­ra, per sbloc­care quel­la situ­azione?

Con mol­ta cautela, trat­te­nen­do il fia­to in gola, com­in­ciò ad indi­etreg­gia­re lenta­mente, anche se gli sem­brò di capire che nes­suno se lo fila­va. Ma la pru­den­za, si sa, non è mai trop­pa.

Non appe­na ritenne che il “peri­co­lo” fos­se pas­sato, schiz­zò via e guadag­nò final­mente la stra­da di casa. 

I giorni a venire furono vis­su­ti nell’incertezza delle cir­costanze finché il 23 otto­bre la con­sue­ta monot­o­nia venne brus­ca­mente inter­rot­ta dal bom­bar­da­men­to del­la stazione di Roc­casec­ca ad opera di aerei alleati impeg­nati a dis­trug­gere le postazioni strate­giche per evitare che i tedeschi potessero servirsene. Quan­do accadde, come del resto sovente cap­i­ta­va, Marc’Antonio sta­va lavo­ran­do nei campi con papà Domeni­co e mam­ma Francesca (Di Rol­lo). Appe­na il tem­po di tornare in casa e si entrò nel vivo del fin­i­mon­do: le muc­che, nel­la stal­la, “rompono la capez­za” e fug­gono via; la sorel­la Tomasi­na, che sta accu­d­en­do al forno, viene let­teral­mente sepol­ta dal­la brace del forno stes­so; l’altra sorel­la Antoni­et­ta, che si tro­va in un’al­tra cam­era, la ritrovano sot­to un cumu­lo di mac­erie; Marc’Antonio, invece, rime­dia una feri­ta alla tes­ta.

Vari even­ti ma soprat­tut­to il fat­to che i tedeschi pre­dispongano in zona, che è quel­la altri­men­ti det­ta “Cam­po del medico”, cucine da cam­po e bat­terie d’artiglieria con­sigliano la famiglia Rez­za a guadagnare la più pro­tet­ta zona di Caprile, almeno così la riten­gono,  dove si “sta­bilis­cono” all’Ornale Cupo, una grot­ta molto pro­fon­da e vas­ta, che anche altri uti­liz­zano come rifu­gio.

Ad evitare il peg­gio, ovvero ad evitare di cor­rere il ris­chio di essere cat­turati dai tedeschi che in quel tem­po van­no a cac­cia di uomi­ni per uti­liz­zarli nel­la costruzione del­la lin­ea Gus­tav , in sette — otto si nascon­dono in una grot­ta nel­la grot­ta, quel­la det­ta “Cola­mat­tei”, il cui acces­so è pro­tet­to da un grosso mas­so: il giorno lo pas­sano gio­can­do a carte; la notte, invece, escono all’aria anche per sod­dis­fare, come suol dirsi, i cosid­det­ti bisog­ni fisi­o­logi­ci.

Tut­to fila lis­cio, si fa per dire, fino a quan­do i tedeschi non indi­vid­u­ano il nascondiglio. Sono momen­ti molto dram­mati­ci: men­tre uno degli occu­pan­ti, Andrea Vici­ni, mostra ai tedeschi il suo doc­u­men­to d’identità, ovvero la tessera di fer­roviere, gli altri, dopo esser­si scam­bi­a­to un cen­no d’intesa, ne approf­ittano per scap­pare via. 

La reazione dei tedeschi, che sono appo­sta­ti tutt’intorno alla grot­ta, non si fa atten­dere. Marc’Antonio, in par­ti­co­lare, prende a cor­rere per la mulat­tiera che scende ver­so Caprile dove, a un cer­to pun­to, viene invi­ta­to ad entrare in casa da una anziana don­na che stazion­a­va sull’uscio e che ave­va segui­to l’evolversi del­la situ­azione. 

Appe­na dopo la por­ta, però, il solaio man­ca­va del tut­to. Al suo pos­to c’era, invece, un lun­go tavolone mobile che con­sen­ti­va di accedere all’interno dell’abitazione per cui, una  vol­ta uti­liz­za­to, pote­va essere riti­ra­to e nascos­to: Marc’Antonio se ne avvide appe­na in tem­po e passò le suc­ces­sive due ore  “sepolto”  tra fascine di rami di vite col ter­rore di essere scop­er­to dalle pat­tuglie tedesche che, in ver­ità, più di una vol­ta aprirono il por­ton­ci­no ma, vista la man­can­za del pavi­men­to, desistet­tero dall’andare oltre.

Ces­sato il peri­co­lo, la suc­ces­si­va tap­pa del­la famiglia Rez­za fu San­topadre, dove attese la fine del­la guer­ra per poi tornare a Roc­casec­ca, a “casa”.

E qui, un cer­to giorno, ricom­pare Roc­co, fratel­lo di Marc’Antonio: era anda­to, a suo tem­po, a com­bat­tere in Africa; suc­ces­si­va­mente si era aggre­ga­to agli alleati per con­to dei quali svol­ge­va il com­pi­to ingra­to ma molto ben remu­ner­a­to di becchi­no. Roc­co chiede al fratel­lo se vuole seguir­lo in quel lavoro e sic­come a quei tem­pi in giro non si trova­va non solo niente di meglio ma niente di niente Marc’Antonio aderisce sen­za esitare alla pro­pos­ta del fratel­lo. Entram­bi rag­giun­gono Caianel­lo, sede del­la base oper­a­ti­va, dove Marc’Antonio per un paio di giorni viene inizia­to al lavoro pro­pos­togli dal fratel­lo: si trat­ta, in sostan­za, di recu­per­are non solo i cadav­eri dei sol­dati che ave­vano fat­to parte dell’esercito alleato e la cui col­lo­cazione era sta­ta doc­u­men­ta­ta dai com­mili­toni che ave­vano provve­du­to alla provvi­so­ria sepoltura ma anche tut­ti  gli altri in cui ci si imbat­te­va. L’abbigliamento per espletare tale ingra­to com­pi­to era cos­ti­tu­ito da sti­val­oni del tipo di quel­li usati dai pesca­tori ma anco­ra più lunghi (arriva­vano sino al brac­cio); iniezioni, pil­lole e sigarette, invece, dove­vano pro­tegger­li da peri­colosi  con­ta­gi e dal puz­zo dei cadav­eri ormai in avan­za­ta fase di decom­po­sizione.

Per Marc’Antonio ques­ta attiv­ità al servizio degli alleati — poi fu anche guardiano del cimitero di Caianel­lo finché i mor­ti non ven­nero trasfer­i­ti a quel­lo di Net­tuno — durò cir­ca quat­tro anni  ben­e­fi­cian­do di un com­pen­so men­sile di cir­ca 45.000 lire che per quei tem­pi non era­no niente male, anzi. I pri­mi inter­ven­ti li com­pì sulle pen­di­ci di Mon­te­cassi­no, ver­so Caira, dove, oltre ai cadav­eri, non era raro imbat­ter­si in volu­mi evi­den­te­mente trafu­gati dal­la bib­liote­ca del monas­tero benedet­ti­no. I cor­pi recu­perati veni­vano posti in sac­chi di cotone – che come lenzuo­la, per­al­tro, non era­no niente male — e poi trasfer­i­ti  e quin­di sepolti nel cimitero provvi­so­rio di Caianel­lo; quel­li rin­venu­ti in posizione “impos­si­bile” per  un recu­pero “dig­ni­toso”, dove, cioè, non si pote­va accedere con i mezzi, veni­vano fat­ti roto­lare sulle pen­di­ci del­la mon­tagna. Un par­ti­co­lare li acco­mu­na­va tut­ti: questi mor­ti rac­colti in mon­tagna era­no let­teral­mente bianchi per via del­la pol­vere del­la roc­cia stri­to­la­ta dalle bombe che si era accu­mu­la­ta su di essi. 

Marc’Antonio ne recu­però una deci­na anche pres­so il cimitero provvi­so­rio tedesco di Roc­casec­ca e anco­ra nel­la zona di Roc­casec­ca recu­però anche gli equipag­gi degli aerei alleati che nel bom­bar­da­men­to del­la stazione del 23 otto­bre ’43 si era­no scon­trati in volo: di uno di essi face­va parte anche una don­na iden­ti­fi­ca­ta dal­la pias­t­ri­na per Bian­ca Maria Caru­so. 

L’ultima mis­sione Marc’Antonio la com­pì sulle Mainarde nel recu­pero dei cor­pi degli occu­pan­ti, pare dod­i­ci per­sone, di un aereo mil­itare in volo tra Napoli e Pescara. Di questo aereo che in una gior­na­ta di neb­bia andò a schi­antar­si con­tro la cima del­la Metuc­cia (2.105 m.), tra Piz­zone e Picinis­co, ovvero tra Molise e Lazio, non tut­ti sono dis­posti a par­lare. Anzi, tutt’altro. Qualche ammis­sione, ma a mez­za boc­ca, e niente più: nel ver­sante molisano ti dicono che furono quel­li di Picinis­co a fare “man bas­sa”; in quel­lo laziale, invece, ti dicono che quan­do la notizia arrivò a Picinis­co. dell’aereo era­no rimasti solo i cor­pi degli occu­pan­ti, qual­cuno addirit­tura ad una cer­ta dis­tan­za dai resti dell’aereo seg­no che, fer­i­to, ave­va cer­ca­to soc­cor­so.

L’aereo pare trasportasse una cas­saforte. Che, ovvi­a­mente, non venne trova­ta. Come non ven­nero trovati i motori dell’aereo. Ma quel­lo che soprat­tut­to fece uscir dai gangheri gli amer­i­cani fu la sparizione delle pias­trine degli occu­pan­ti. Pare che le “ricerche” si con­cen­trarono su Piz­zone dove, a parte ripetu­ti annun­ci anche con l’affissione di man­i­festi, da Napoli sarebbe addirit­tura inter­venu­ta la polizia mil­itare che avrebbe minac­cia­to a brut­to muso la popo­lazione del pic­co­lo abi­ta­to: sec­on­do una fonte, per quelle minac­ce una per­sona sarebbe addirit­tura mor­ta. Alla fine, comunque, le pias­trine sareb­bero ricom­parse ed alcu­ni bam­bi­ni le avreb­bero con­seg­nate all’autorità mil­itare. Dopo che il par­ro­co ave­va fat­to suonare le cam­pane.

© Costan­ti­no Jadeco­la, 2000.


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