Galeazzo Florimonte,il Vescovo di Aquino che ‘ispirò’ il Galateo.

Galeazzo Florimonte,il Vescovo di Aquino che ‘ispirò’ il Galateo.

Il per­son­ag­gio è noto a chi è molto adden­tro le cose eccle­si­as­tiche per essere sta­to colui che, al Con­cilio di Tren­to (1545–1563), al fine di porre rime­dio ad alcune stor­ture pre­sen­ti nel­la chiesa del tem­po, spe­cial­mente per il dis­in­volto uso dei ben­efi­ci, affer­mò l’illiceità di cer­ti com­por­ta­men­ti qual­i­f­i­can­doli addirit­tura alla stregua del­la simo­nia. 

Era sta­to «Pao­lo III, che lo ave­va elet­to per Vesco­vo, e Gov­er­na­tore», scrive Pasquale Cay­ro, a vol­er «per la sua gran dot­t­ri­na des­ti­narlo per uno de’ quat­tro Giu­di­ci del Con­cilio di Tren­to, e già egre­gia­mente si con­dusse in tutte le con­tro­ver­sie, e dis­pute insorte in mate­ria di Dog­ma, e di rifor­ma, com’osservar si può negl’Atti dell’istesso Con­cilio. Anzi è deg­na di ess­er let­ta una sua cir­co­lare, scrit­ta da Tren­to a ven­ti Mag­gio mille cinque­cen­to­quar­an­ta­sei, diret­ta ai mag­nifi­ci Elet­ti, ed Uffiziali del­la sua Dio­ce­si d’Aquino, chia­man­doli fratel­li, e figli­uoli in Cristo dilet­tis­si­mi, dan­do con­to del Con­cilio tenu­to sin’a quel tem­po, e del modo, col quale tenevan­si le Ses­sioni, facen­do pre­sente ad essi i doc­u­men­ti di vita Spir­i­tuale, descriven­do i decreti fat­ti fin dal pri­mo Mag­gio»[1].

Durante quel Con­cilio, infat­ti, mons. Galeaz­zo Flo­ri­monte, queste le gen­er­al­ità del per­son­ag­gio, fu tra i più attivi tra i rifor­ma­tori essendo forte­mente con­vin­to che i chieri­ci dovessero vivere solo del­la car­ità del popo­lo, ovvero, come scrive Dona­to Pia­cen­ti­ni, che «non dove­vano essere legati ai ben­efi­ci trascu­ran­do o dimen­ti­can­do del tut­to il servizio pas­torale»[2]. Tale atteggia­men­to inevitabil­mente lo pose con­tro la posizione dom­i­nante con la con­seguen­za di essere costret­to a rasseg­nare le dimis­sioni dal­la com­mis­sione di car­di­nali e vescovi incar­i­ca­ta di avan­zare pro­poste inno­va­tri­ci per la rifor­ma del­la chiesa, las­cia­re i lavori del Con­cilio e far ritorno a Roma.

E fu pro­prio durante questo sog­giorno romano, da inquadrar­si in un arco di tem­po com­pre­so tra il 1550 e il 1552, che Galeaz­zo Flo­ri­monte sug­gerì a mons. Gio­van­ni Del­la Casa[3] di dedi­car­si allo scrit­to di un trat­ta­to sulle buone maniere, for­nen­dogli per­al­tro alcu­ni appun­ti sull’argomento che lui stes­so ave­va anno­ta­to in un suo Libro de le inetie. Il sug­ger­i­men­to non andò dis­at­te­so e negli anni suc­ces­sivi l’impegno venne por­ta­to a ter­mine da mons. Del­la Casa anche se il lavoro avrebbe vis­to la luce solo nel 1558, cioè dopo la morte del suo autore, con il tito­lo Gala­teo overo de’ cos­tu­mi, dal lati­no Galatheus, con chiaro rifer­i­men­to al nome di colui che ne era sta­to l’ispiratore, appun­to Galeaz­zo Flo­ri­monte.

Ma chi era cos­tui? Figlio nat­u­rale del notaio Mar­co Fer­ra­monte e di Anton­i­na Castel­lo (o Zitel­lo), Galeaz­zo era nato il 27 aprile1484  a Ses­sa Aurun­ca dove ave­va com­pi­u­to i pri­mi stu­di aven­do tra i suoi maestri il filoso­fo con­ter­ra­neo Agosti­no Nifo

«Egli appli­cos­si nel­la sua gioven­tù», scrive anco­ra Pasquale Cay­ro, «alla Filosofia, Med­i­c­i­na, Teolo­gia, ed anche alla lin­gua gre­ca. Prof­ittò molto nelle Scien­ze, e fu abile, e pron­to in risol­vere affari di som­ma impor­tan­za»[4] tan­to che, «sul prin­ci­pio», lo prese per suo con­sigliere Alfon­so III d’Avalos, march­ese del Vas­to[5], men­tre suc­ces­si­va­mente fu a Roma, come medico, pres­so Mar­co Anto­nio Colon­na.

Dopo un lun­go sog­giorno a Pari­gi tra il 1520 e il 1527, sostò a Verona forse per via dei buoni rap­por­ti con il vesco­vo di quel­la dio­ce­si Gian Mat­teo Gib­er­ti[6], che ave­va dato vita ad un cena­co­lo di let­terati nel cui con­testo per alcu­ni anni Flo­ri­monte avrebbe mat­u­ra­to nuove espe­rien­ze e miglio­ra­to la pro­pria preparazione dot­tri­nale. E, sem­pre a Verona, fu per cir­ca un anno pre­cet­tore pres­so la famiglia Serego, men­tre com­in­ci­a­va a mat­u­rare quel­la vocazione reli­giosa che sarebbe infine sfo­ci­a­ta nel sac­er­dozio, even­to cui si ritiene dover­si col­lo­care il cam­bi­a­men­to del pro­prio cog­nome da Fer­ra­monte in Flo­ri­monte.

Nel 1537, dopo un breve sog­giorno a Roma, ritornò a Ses­sa, dove fu ammin­is­tra­tore del­la men­sa vescov­ile, per ritornare di nuo­vo a Roma tra giug­no e set­tem­bre del 1539 a fare il pre­cet­tore del fratel­lo minore del defun­to vesco­vo di Fano, Fil­ip­po Cosi­mo Gheri. 

Nom­i­na­to nel 1540 guardiano del­la San­ta Casa di Lore­to con il com­pi­to di rimet­tere ordine nei con­ti del san­tu­ario e «cor­reg­gere la rilas­satez­za del clero locale», anco­ra Alfon­so d’Avalos, che era ora gov­er­na­tore di Milano, lo volle l’anno dopo suo con­sigliere spir­i­tuale.

Con­sacra­to il 4 mag­gio 1543 a Bologna vesco­vo di Aquino, fu il mese suc­ces­si­vo al segui­to di Pao­lo III Far­nese nell’incontro che il 21 giug­no 1543  il Papa ebbe a Bus­set­to con l’imperatore Car­lo V e almeno fino a luglio si trat­tenne, forse ospite di Ludovi­co Bec­ca­del­li, nel­la vil­la di questi a Pradal­bi­no, pres­so Bologna. 

Cos­ic­ché fu solo a set­tem­bre che poté final­mente rag­giun­gere la sede del­la dio­ce­si che gli era sta­ta asseg­na­ta dove il suo sog­giorno, però, durò appe­na un anno dal momen­to che il 25 set­tem­bre 1544  anco­ra Pao­lo III lo incar­icò dap­pri­ma del­la cura spir­i­tuale del­la Chiesa napo­le­tana per con­to del nipote minorenne Ranuc­cio Far­nese, e poi, il 18 novem­bre, anche di quel­la tem­po­rale. 

Alla fine del 1545  fu a Roma per essere soll­e­va­to dal­l’uf­fi­cio e pot­er final­mente tornare nel­la sua dio­ce­si. Essendosi, però, appe­na aper­ti i lavori del con­cilio di Tren­to fu invi­a­to in ques­ta local­ità dove giunse il 12 dicem­bre e dove cer­cò subito di far valere il pro­prio pun­to di vista. Quan­do nel mar­zo dell’anno seguente si votò il decre­to di traslazione fu tra i con­trari ma, uni­co tra i vescovi rimasti a Tren­to, si spostò a Bologna e parte­cipò alle due ses­sioni ivi tenute­si tra aprile e mag­gio.

«Ripren­den­do un prog­et­to inizia­to negli anni del sog­giorno ses­sano, durante il quale ave­va fre­quen­ta­to la bib­liote­ca di Mon­te­cassi­no, il Flo­ri­monte si face­va inter­prete dell’orientamento dei set­tori più zelan­ti del­la rifor­ma cat­toli­ca, sen­si­bili alla neces­sità di creare un genere di esor­tazione in vol­gare diret­to alla parte meno istru­i­ta del clero nonché ai laici desiderosi di for­mar­si un’educazione reli­giosa»[7].

Las­ciò Bologna per la sua dio­ce­si il 3 set­tem­bre 1548  ma un paio di anni dopo, a feb­braio del 1550, il nuo­vo papa, Giulio III, lo richi­amò in Curia dove, dal 13 agos­to, divise con Romo­lo Quiri­no Amaseo l’ufficio di seg­re­tario ai bre­vi del defun­to Blo­sio Pal­la­dio sem­pre tor­men­ta­to, però, dal con­flit­to tra il dovere del­la res­i­den­za in dio­ce­si, di cui era sta­to intran­si­gente pal­adi­no nel con­cilio e l’importante incar­i­co in Curia.

Rimase a Roma fino alla nom­i­na a vesco­vo di Ses­sa da parte di Papa Giulio III (22 otto­bre 1552), sta­bilen­dosi quin­di nel­la nuo­va dio­ce­si dove, negli anni suc­ces­sivi, si dedicò «con fer­vore» all’amministrazione.

Nel 1556 fu richiam­a­to a Roma da Pao­lo IV che, volen­do rifor­mare la Curia Romana, «eleg­gè una Con­gregazione di Car­di­nali, di Prelati e di per­sone let­ter­ate», tra cui appun­to mons. Flo­ri­monte, «il quale fe conoscere il suo zelo, ed in mate­ria di Simo­nia la sua opin­ione fu una delle tre che divise quell’assemblea»[8]. In par­ti­co­lare, «si seg­nalò per l’attacco agli abusi nel­la riscos­sione delle tasse sul­la bol­la di nom­i­na sac­er­do­tale».

Tornò in dio­ce­si nel giugno1556. Quan­do il con­cilio fu final­mente indet­to da Pio IV nel gen­naio 1562, fu invi­ta­to ai lavori ma stan­co e afflit­to dagli acciac­chi dell’età, ottenne la dis­pen­sa a parte­ci­parvi. Ciò non gli impedì, tut­tavia, di essere costan­te­mente aggior­na­to sull’evolversi dei lavori gra­zie ad una fit­ta cor­rispon­den­za con Ludovi­co Bec­ca­rdel­li. Insom­ma, «rin­un­zian­do a qualunque ono­ra­to pos­to, ritirossi nel­la sua Chiesa, dove morì di anni ottan­ta­nove nel mille cinque­cen­to ses­san­tasette[9].

«Risplendé la sua dot­t­ri­na ne’ Ragion­a­men­ti sopra l’Etica d’Aristotele, ed in varj ser­moni di Sant’Agostino, e di altri Cat­toli­ci Dot­tori da lui vol­gar­iz­za­ti, e mes­si insieme; e le sue let­tere dirette a varj Prin­cipi , ed illus­tri Per­son­ag­gi in diverse rac­colte stam­pate si leg­gono, e fu egli cagione,  che Mon­sign­or del­la Casa com­ponesse il Gala­teo e col suo nome l’intitolasse. Fu in gran sti­ma pres­so i Prin­cipi Cris­tiani, e Fil­ip­po Re di Spagna, lo des­tinò Arcivesco­vo di Brin­disi, e non volle accettare»[10].

© Costan­ti­no Jadeco­la, 2017.


[1] Pasquale CAYROSto­ria sacra e pro­fana di Aquino e sua Dio­ce­si. Vol­ume II. Napoli, pres­so Vin­cen­zo Orsi­no. 1811, pp. 255–256.

[2] Dona­to PIACENTINI, La soci­età vio­len­ta e il brig­an­tag­gio cinque­cen­tesco nel­la Dio­ce­si di Sora. Sora. 2011, p. 231.

[3]Bor­go San Loren­zo, 28 giug­no 1503- Roma, 14 novem­bre 1556).

[4] Pasquale CAYROop. cit., p. 255

[5] (Ischia, 1502-Vigevano, 1546) Dis­cen­dente di Inni­co I d’Avalos e Antonel­la d’Aquino e mar­i­to di Maria d’Aragona, pro­tet­trice di let­terati ed artisti.

[6] (Paler­mo, 1495-Verona, 30 dicem­bre 1543).

[7] Fran­co PIGNATTIFlo­ri­monte, Galeaz­zo. In Dizionario Biografi­co deli Ital­iani Trec­ca­ni. Vol­ume 48. 1997.

[8] Pasquale CAYROop. cit., p. 256.

[9] Altre fonti indi­cano, come data del­la sua morte, gli inizi di mag­gio del 1565.

[10] Pasquale CAYROop. cit., pp. 256–257.


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