Coluche. Anzi, Colucci. E, di nome, Michele Gerardo.

Coluche. Anzi, Colucci. E, di nome, Michele Gerardo.

La stu­pid­ità dell’incidente: un camion che esce da un cantiere ed investe la moto diver­si metri più lon­tani e tut­to quel­lo che ne deri­va. Le radio a lut­to, le tele­vi­sioni in lut­to, i france­si che escono dal lavoro e che ven­gono investi­ti in pieno dal­la notizia che Coluche è mor­to. Mor­to sul colpo su una pic­co­la stra­da vici­no a Grasse non lon­tano dal­la vil­la dove ave­va deciso di riti­rar­si per sei mesi per scri­vere un nuo­vo spet­ta­co­lo. Ave­va deciso di offrir­ci il suo ritorno nel prossi­mo mese di set­tem­bre, l’amico Coluche…”: questo l’amaro avvio di uno dei moltissi­mi arti­coli che si inter­es­sarono alla morte di Coluche, all’indomani di quel tragi­co 19 giug­no 1986 in cui il famoso comi­co perse la vita in sel­la alla sua moto.

Per la Fran­cia quel­la morte fu qual­cosa di molto doloroso se è vero che tut­ti i gior­nali france­si, e non solo quel­li popo­lari, riem­pirono le loro cop­er­tine e le loro prime pagine con il rubi­con­do fac­cione del comi­co insieme a pagine e pagine di arti­coli: oltre tut­to, era mor­to come era mor­to ma era mor­to, soprat­tut­to, ad appe­na 41 anni di età quan­do, indub­bi­a­mente, ave­va già dato molto ma, prob­a­bil­mente, molto altro anco­ra avrebbe potu­to dare.

Qui da noi, di lui, di Coluche, non è che se ne sia par­la­to molto. 

Eppure era uno di noi, uno del­la nos­tra ter­ra: dell’alta Ter­ra di Lavoro. Suo padre, infat­ti, Ono­rio Coluc­ci, per­ché Coluche altro non è che un nor­male Coluc­ci france­siz­za­to, era par­ti­to negli anni Ven­ti dell’altro sec­o­lo con i suoi da Casalvieri per andare a cer­care al di là delle Alpi una vita meno gra­ma di quel­la che avreb­bero vis­su­to nel pae­sel­lo natio.

Si fer­mano a Mon­troughe, alla per­ife­ria sud di Pari­gi, dove Ono­rio, che face­va l’imbianchino, nel 1944 sposa una fio­ra­ia del luo­go, Mathilde Rouy­er. Coluche arri­va quel­lo stes­so anno, il 28 otto­bre. Per l’anagrafe è Michele Ger­ar­do Coluc­ci. 

Nel 1947, a tren­tuno anni appe­na di età, muore il padre cos­ic­ché tut­to il peso del­la famiglia cade sulle spalle di mam­ma Mathilde, un peso gra­va­to da inim­mag­in­abili ristret­tezze eco­nomiche e vis­su­to in una squall­i­da, mod­es­ta stan­za divisa con Michele ed l’altra figlia più pic­co­la. Nonos­tante ciò, rac­con­terà Coluche, sua madre “vol­e­va che si fos­se vesti­ti impec­ca­bil­mente. Una carat­ter­is­ti­ca dei poveri. Come quel­la di avere delle gran­di idee”.

Le idee, lui, se le tro­va in stra­da più che a scuo­la con la quale ha un rap­por­to a dir poco “bur­ras­coso”: a 14 anni, boc­cia­to agli esa­mi, non tralas­cia nes­suno dei mestieri che gli cap­i­tano a por­ta­ta di mano: lava­pi­at­ti, cameriere, telegrafista, frut­tiven­do­lo, ven­di­tore di gior­nali por­ta a por­ta, fio­raio, fotografo, fat­tori­no, gelataio e via di segui­to.

A 15 anni, rac­con­terà, “mi sono chiesto che cosa avrei fat­to nel­la vita: alcu­ni pen­sa­vano a diventare ladri; altri com­mer­cianti. Io ragion­a­vo al con­trario. Antic­i­pare la chia­ma­ta alle armi, sposare al più presto una ragaz­za e possedere un frig­orif­ero…”. 

Al ritorno dal servizio mil­itare decide di fare l’artista: si allon­tana da Mon­troughe, affit­ta una cam­era nel quartiere Lati­no, si com­pra una chi­tar­ra e diven­ta can­tante di stra­da con una pref­eren­za per  quelle del­la “rive gouche”.

La svol­ta, invece, arri­va quel­la sera in cui decide di entrare da “Bernan­dette” per incas­sare qualche man­cia. Finisce, però, col dover lavare i piat­ti. Ma Michele non se la prende più di tan­to: “ho fat­to le pulizie e poi, sic­come c’era un cabaret e nes­suno che vol­e­va com­in­cia­re, sono sta­to io che ho inizia­to lo spet­ta­co­lo can­tan­do due can­zoni di Bruand”.

E fu pro­prio allo­ra, rac­con­tano i biografi, che Coluc­ci divenne Coluche.

Nel 1968 incon­tra Romain Bouteil ed insieme a lui ed anche alla col­lab­o­razione del­la sua ragaz­za, Syl­vette Héry, aprirà in “rue d’Odessa” un locale, “Le Café de la Gare”, des­ti­na­to non solo a diventare nel giro di qualche tem­po il cabaret più alla moda di tut­ta Pari­gi ma anche a riv­e­lare, oltre a Coluche ed a Miou-Miou (Syl­vette Héry), artisti come Depar­dieù, Dewaere, Rufus ed altri anco­ra.

Insom­ma, è anda­ta. E Coluche entra in orbi­ta.

Nel 1970 si sep­a­ra dal grup­po. Nei dieci anni a venire polver­iz­za tut­ti i record di ascolto, di ven­di­ta e di guadag­no e nel 1981 dà l’addio al “music hall”: “ora”, dice, “ho final­mente il tem­po di spendere il mio denaro” e acquista due bat­tel­li che nav­igano nei Cara­bi, anco­ra un sog­no d’infanzia, e com­pra tre case a Guadalupe che però esploder­an­no in alcu­ni atten­tati.

Intan­to nel 1975 sposa una gior­nal­ista, Véronique Kan­tor, che gli darà due figli; nel set­tem­bre del 1985, invece, con la sua moto, la sua grande pas­sione, bat­te il record mon­di­ale di veloc­ità sul chilometro lan­ci­a­to (252.087 km/h).

Ma chi era Coluche? E’ opin­ione dif­fusa che fos­se irri­guar­doso ver­so tut­ti e ver­so tut­to. In realtà non accetta­va i com­pro­mes­si. Forse era, piut­tosto, una specie di Zor­ro che imper­son­a­va la riv­inci­ta del­la gente comune nei con­fron­ti del potere. “E far rid­ere”, dice­va, “è il modo migliore per andare il più lon­tano pos­si­bile”. 

Arri­va addirit­tura ad ipo­tiz­zare una pro­pria can­di­datu­ra alle pres­i­den­ziali del 1981: “Se sarò elet­to? Sarà una cat­a­strofe!”

I sondag­gi lo dan­no al 16 per cen­to e la polit­i­ca ha i suoi buoni motivi per temere le con­seguen­ze di un suo non improb­a­bile suc­ces­so elet­torale. Né più né meno come oggi sta acca­den­do con Beppe Gril­lo con il quale, per­al­tro, Coluche ave­va lavo­ra­to insieme nel film Sce­mo di guer­ra (1985) di Dino Risi, film ambi­en­ta­to durante la sec­on­da guer­ra mon­di­ale fra le truppe ital­iane di stan­za in Africa set­ten­tri­onale ed ispi­ra­to ai diari di Mario Tobi­no Il deser­to del­la Lib­ia dai quali, una venti­na d’an­ni più tar­di, Mario Mon­i­cel­li avrebbe trat­to il suo ulti­mo film, Le rose del deser­to.

Gio­co­forza, si pren­dono le con­tro­misure. Il suo pas­sato è sot­to­pos­to ad un meti­coloso scan­daglio. È sogget­to a ped­i­na­men­ti e des­ti­natario di tele­fonate anon­ime e minac­ce di morte. Il suo brac­cio destro, René Gor­lin, viene ucciso: all’origine, un movente pas­sion­ale ma sus­sistono molti dub­bi in tal sen­so.

Insom­ma, lo scom­piglio è grande tant’è che il soci­ol­o­go Bour­dieu arri­va a definire l’ipotizzata can­di­datu­ra di Coluche come “la cosa più impor­tante accadu­ta in Fran­cia dopo la dichiarazione dei dirit­ti dell’uomo.”

Anche altri impor­tan­ti intel­let­tuali, tra cui lo psi­canal­ista Félix Guat­tari, il soci­ol­o­go Alain Touraine e il filoso­fo Gilles Deleuze, sosten­gono Coluche a favore del quale fir­mano una petizione su Les nou­velles lit­téraires. Il comi­co, tut­tavia, mantiene le dis­tanze e a chi gli doman­da cosa pen­sasse di quell’appoggio risponde: “Quel­li sono dei malati”. Conian­do, tra altri, questo slo­gan: “Pri­ma di me la Fran­cia era divisa in due, con me si sarà pie­ga­ta in quat­tro dal rid­ere”.

Ma il nome di Coluche res­ta soprat­tut­to lega­ta ad una inizia­ti­va benefi­ca che in Fran­cia ha fat­to epoca: i “restos du cœur”, i ris­toran­ti del cuore. L’idea di Coluche, alla quale di sicuro non è estra­neo il ricor­do del­la infanzia vis­su­ta a Mon­troughe tra mille pri­vazioni, è quel­la di dis­tribuire gra­tuita­mente nelle più impor­tan­ti cit­tà france­si dei pasti cal­di ai dis­ere­dati, agli emar­ginati, ai bisog­nosi.

Per ques­ta idea, non solo i suoi ami­ci ma la Fran­cia intera si mobili­ta ed in tut­to il paese nell’inverno tra il 1985 e il 1986 nascono ben 600 ris­toran­ti del cuore che arrivano a dis­tribuire cir­ca 2 mila pasti al giorno sul­la base di un menù uni­co: un pri­mo piat­to e poi legu­mi, for­mag­gio e frut­ta.

Di lì a qualche mese, Il 19 giug­no 1986, la trag­i­ca fine per un inci­dente in moto, men­tre per­cor­re­va la stra­da da Cannes a Opio: “la sua pas­sione per la moto l’ha por­ta­to via. Stu­p­ida­mente, su una stra­da al sole”. A 41 anni appe­na.

Pari­gi non lo dimen­ti­ca e nel ven­tes­i­mo anniver­sario del­la scom­parsa gli inti­to­la una piaz­za tra il 13.o e il 14.o arrondisse­ments , tra i quartieri  del­la Mai­son-Blanche e del Parc Montsouris.

© Costan­ti­no Jadeco­la, aprile 2012.

P.S. — Questo inter­esse per Coluche nasce oltre trent’anni or sono, all’epoca di un mio ‘sog­giorno’ in un ospedale di Pari­gi dove ebbi occa­sione di conoscere una sig­no­ra, anch’essa ospite del­la strut­tura, figlia di emi­granti ital­iani orig­i­nari di Casalvieri. Si par­lò, ovvi­a­mente, del più e del meno e, fra le altre cose, mi rac­con­tò di essere cug­i­na di Coluche, un attore che a quel tem­po in Fran­cia gode­va di grande popo­lar­ità non solo per l’attività artis­ti­ca e l’esperienza polit­i­ca — la can­di­datu­ra alle pres­i­den­ziali — ma soprat­tut­to per i Ris­toran­ti del cuore, una sua inizia­ti­va final­iz­za­ta alla dis­tribuzione di pasti a per­sone bisog­nose che era sta­ta avvi­a­ta poco tem­po pri­ma del tragi­co inci­dente in cui l’attore ave­va per­so la vita. Il pri­mo ris­torante, infat­ti, era sta­to aper­to a Pari­gi il 21 dicem­bre 1985. 


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