FACCETTA NERA, BELLA CIOCIARA

FACCETTA NERA, BELLA CIOCIARA

 

Giuseppe Miche­li

La notizia, pub­bli­ca­ta sul cal­en­dario Ripi dei non­ni del 1999 tra le curiosità del mese di mag­gio, riferi­va che in quel­la cit­tad­i­na il 12 novem­bre 1888 era nato Giuseppe Miche­li, pre­cisan­do che si trat­ta­va di un «illus­tre autore di testi di can­zoni di suc­ces­so». Appren­dere che fra di esse si annover­a­va Fac­cetta nera e, poi, tra le molte, La roman­i­na (la ricor­date? «Las­ci­atela passare/ la bel­la roman­i­na / che tut­ti fa incantare / intan­to che cam­mi­na…») mi spinse ad appro­fondire l’argomento sul quale, però, a Ripi non se ne sape­va più di tan­to e nem­meno più di tan­to ne sape­va il mio com­pianto ami­co Nico­la Per­sichilli che pur era una delle mem­o­rie storiche locali.

L’indagine, allo­ra, si spostò a Roma. Attra­ver­so l’elenco tele­fon­i­co, tra i Miche­li pre­sen­ti, il caso volle che la mia scelta si ori­en­tasse su Enzo, Enzo Miche­li, aven­do così la for­tu­na di imbat­ter­mi pro­prio in uno dei figli, il più pic­co­lo dei figli di Giuseppe, il quale fu ben lieto di quel­la tele­fona­ta tan­to che nel giro di qualche giorno mi spedì diverse notizie su suo padre e, poi, in prosieguo di tem­po, altro mate­ri­ale anco­ra tra cui lo spar­ti­to musi­cale di Viva la Cio­cia­ria, un lunghissi­mo bra­no, “testo alla romana e musi­ca alla cio­cia­ra”, ded­i­ca­to dall’autore “a tut­ti gli ami­ci del­la Cio­cia­ria».

L’ultima vol­ta che mi sen­tii con Enzo era l’autunno del 2004. Si sta­va cer­can­do di pro­gram­mare un ricor­do del padre nel­la natia Ripi che dove­va cos­ti­tuire anche l’occasione per la nos­tra conoscen­za per­son­ale. Infat­ti, mi ave­va det­to, era ormai diven­ta­ta una con­sue­tu­dine dedi­care una gior­na­ta alla can­zone romana e spe­cial­mente a Giuseppe Miche­li, cui, per­al­tro, Roma ha inti­to­la­to una stra­da, pro­prio nel­la ricor­ren­za del­la sua nasci­ta. Quell’anno, allo­ra, per­ché non far­la a Ripi? L’ultima vol­ta, nel 2003, si era svol­ta pres­so la bib­liote­ca Rugan­ti­no, a Roma, ed era sta­ta ani­ma­ta da alcu­ni degli ami­ci di sem­pre tra cui, per citare i nomi più noti, il can­tante e chi­tar­rista Rino Salviati, il “roman­ista” Ugo Ono­rati, sin­da­co di Mari­no, e Gior­gio Ono­ra­to, altri­men­ti noto come la “voce di Roma”, gli stes­si che, molto prob­a­bil­mente, sareb­bero venu­ti a Ripi per la cir­costan­za. Cir­costan­za che, però, “sfumò” per via dei soli­ti bilan­ci comu­nali che diven­tano oltremo­do defici­tarii quan­do si trat­ta di inve­stire in cul­tura, pur trat­tan­dosi di una cifra che, molto prob­a­bil­mente, non avrebbe super­a­to qualche deci­na di euro. 

Alla tele­fona­ta suc­ces­si­va a quel­la con la quale gli ave­vo comu­ni­ca­to che quel suo deside­rio purtrop­po non pote­va con­cretiz­zarsi, non vi fu rispos­ta alcu­na. Ne rispos­ta vi fu alle altre che seguirono nei giorni imme­di­ata­mente suc­ces­sivi: era accadu­to, infat­ti, come avrei saputo dopo un’indagine non sem­plice, che Enzo era mor­to agli inizi di dicem­bre.

Non essendosi così potu­to con­cretiz­zare il ricor­do di Giuseppe Miche­li nel suo paese di nasci­ta, sarà il caso, allo­ra, di accennare alla sua figu­ra ed alla sua opera uti­liz­zan­do la doc­u­men­tazione invi­ata­mi dal figlio Enzo dal­la quale emerge, innanzi tut­to, che ci tro­vi­amo al cospet­to di un per­son­ag­gio poliedri­co che, per di più, si è fat­to da solo.

Quan­do nasce, la sua famiglia abi­ta in via la Fos­sa, una stra­da di cui a Ripi non si ha più trac­cia. Il padre, come il figlio di nome Giuseppe, ha 26 anni e fa il cal­zo­laio; la madre, Filom­e­na Crescen­zi, è casalin­ga. Insom­ma, come si legge in una sua biografia, «una famiglia pro­le­taria, tal­mente pro­le­taria da non rius­cire a man­dare a scuo­la il ragaz­zo oltre la quin­ta ele­mentare.” Non a caso, «com­piu­ti 11 anni i gen­i­tori si vedono costret­ti a imp­ie­gar­lo in un tipografia romana”: anche lui, in buona sostan­za, deve con­tribuire al sos­ten­ta­men­to del­la famiglia che, intan­to, si è trasferi­ta nel­la cap­i­tale las­cian­do per sem­pre Ripi.

Pro­prio in ques­ta tipografia, dove tra l’altro si stam­pa Il Rugan­ti­no, gior­nale diret­to da un illus­tre roman­ista, Gigi Zanaz­zo, che annovera tra gli altri suoi col­lab­o­ra­tori Trilus­sa, Giuseppe com­in­cia ad appas­sion­ar­si alla poe­sia ed al dialet­to romano tant’è che nel 1906, quan­do ha appe­na 18 anni, pub­bli­ca la sua pri­ma rac­col­ta in ver­si, Spasi­mi, ed anche la sua pri­ma can­zone, Fes­ta de rose, che si mette in evi­den­za nel­la fes­ta di S. Gio­van­ni di quell’anno. Poi, nel giro di qualche anno, il 4 dicem­bre 1910, con­vola a giuste nozze con Bice Dio­ci­aiu­ti che, oltre ad essere sua val­i­da «col­lab­o­ra­trice nell’evocazione di vec­chie can­zoni romane”, gli darà quat­tro figli: Rena­to, Cor­ra­do, e Tri­este, tut­ti più o meno impeg­nati nel cam­po del­la poe­sia e delle can­zone romana, e poi Enzo, il più pic­co­lo.

Gli inter­es­si di Giuseppe Miche­li, infat­ti, osciller­an­no tra la poe­sia e la can­zone in ver­na­co­lo — nel 1935 fonderà anche una casa editrice, la “Edi­zioni musi­cali Miche­li” con sede in largo Chi­gi — oltre a svol­gere, ben­in­te­so, incar­ichi oper­a­tivi e di respon­s­abil­ità in ambito tipografi­co ed una inten­sa attiv­ità sin­da­cale sia pri­ma che dopo la sec­on­da guer­ra mon­di­ale, mer­i­tan­do addirit­tura l’attenzione di Giuseppe Di Vit­to­rio.

Ma è nat­u­ral­mente l’attività cul­tur­ale a dar­gli noto­ri­età.

La sua pro­duzione è a dir poco notev­ole e spazia tra volu­mi in ver­si, poemet­ti, testi di can­zoni, riv­iste musi­cali sag­gi ed altro anco­ra. Sarà il caso di ricor­dare, tra gli altri lavori, Qui Rugan­ti­no fu, una Sto­ria del­la Can­zone Romana, ripub­bli­ca­ta or è qualche anno, che cos­ti­tu­isce ormai un clas­si­co e per la quale nel 1966 ottenne il pre­mio del­la cul­tura dal­la Pres­i­den­za del Con­siglio dei Min­istri, Romana, un’antologia crono­log­i­ca delle can­zoni di Roma dal 1268 al 1950, e poi un sag­gio su Beat­rice Cen­ci, una Vita di Cola di Rien­zo, pub­bli­ca­to pos­tu­mo, una biografia di Ettore Petroli­ni, poi traspos­ta in com­me­dia musi­cale con il tito­lo L’uomo che face­va rid­ere, il roman­zo L’uomo che non ricor­da; la com­me­dia Letizia; la com­me­dia satiri­co-musi­cale E’ arriva­to WoronofLa pic­co­la sto­ria del Sor Capan­na. Ma sarà anche il caso di aggiun­gere che Giuseppe Miche­li fondò peri­od­i­ci come il set­ti­manale Ghetanac­cio, diret­to insieme a Leone Ciprel­li ed al quale col­lab­o­rarono i più illus­tri roman­isti dell’epoca, tra cui Ettore Petroli­ni, e Ponenti­no romano

«Fon­da­men­tale prodot­to miche­liano», fu, però, si legge in un’altra biografia, «la poe­t­iz­zazione musi­cale dell’impresa etiopi­ca» sia con Solda­to del Lavoro ma soprat­tut­to con Fac­cetta nera, ambedue musi­cate da Mario Ruc­cione.

Ritenu­ta dai più come un prodot­to fat­to con­fezionare dal regime, la sto­ria di Fac­cetta nera ha, invece, tutt’altra orig­ine e tutt’altra sto­ria: nasce, infat­ti, come can­zone tipi­ca­mente romana ed è lo stes­so Giuseppe Miche­li, a tes­ti­mo­ni­are come andarono le cose.

«In una domeni­ca dell’aprile 1935, men­tre ozi­a­vo in casa atten­den­do la visi­ta di un ami­co, mi tornò alla mente il sun­to di un arti­co­lo che ave­vo let­to il giorno pri­ma su un quo­tid­i­ano di Roma: in esso, con tut­ta la cautela pos­si­bile, si sparla­va del­la Soci­età delle Nazioni riguar­do ad una nos­tra even­tuale espan­sione e, nel­lo stes­so tem­po, si aus­pi­ca­va un nos­tro inter­ven­to in ter­ra d’Africa per porre fine alla schi­av­itù di intere famiglie, di cui sem­bra si vendessero sul mer­ca­to le gio­vani figli­ole.

«Mi raf­fig­u­rai allo­ra una di queste povere fan­ci­ulle che i nos­tri sol­dati avreb­bero dovu­to lib­er­are ed affi­dare, ideal­mente, insieme a tutte le altre, all’Italia, divenu­ta patria comune, e qua­si sospin­tovi da una forza inter­na, sebbene da parec­chio fos­si usci­to dall’agone let­ter­ario dialet­tale, mi posi a coscri­vere una can­zone su quel sogget­to; una can­zone popo­lare, dico, anzi una can­zone romanesca nel cui set­tore qualche cosa di buono (cre­do) ave­vo fat­to nel pas­sato.

«Quin­di: pura e sem­plice aspi­razione ide­ale di recare un dono ines­tima­bile e cioè la lib­ertà a quelle gio­vani; e non il più lon­tano pen­siero di ‘unifi­cazione’ razz­iale (che più tar­di — ma a guer­ra vit­to­riosa — vi si volle notare) sul­la quale s’erano invece ispi­rate talune can­zoni e mas­si­ma­mente talune car­i­ca­ture del tem­po del­la pri­ma guer­ra d’Africa».

Il testo di Fac­cetta nera, dunque, Giuseppe Miche­li lo scrive in romanesco. Sarà poi suo figlio Rena­to, anche lui autore di poe­sie e can­zoni romane, ad inter­es­sar­si a far musi­care quei ver­si, incomben­za in cui si cimenterà Mario Ruc­cione. Car­lo Buti, invece, la can­terà per la pri­ma vol­ta al Cin­e­ma-Teatro Capran­i­ca il 24 giug­no del 1935 nel cor­so delle audizioni per la fes­ta del San Gio­van­ni.

Il suc­ces­so è imme­di­a­to e clam­oroso: la musi­ca è orec­chi­a­bile e le parole sono accat­ti­van­ti. Quan­to bas­ta, insom­ma, per dar­le un’impensata noto­ri­età e sus­citare l’“interesse” delle autorità che in più di una cir­costan­za impon­gono il divi­eto di ese­cuzione del­la can­zone con l’unico effet­to, però, di accrescerne la popo­lar­ità.

«Fac­cetta nera», infat­ti, scrive Gian­ni Borgna, «alle autorità non piacque, vuoi per­ché scrit­ta in dialet­to, vuoi, soprat­tut­to, per­ché piena di ammi­razione e di sim­pa­tia per la ‘bel­la abissi­na’. Cos­ic­ché un anno più tar­di l’autore dovette ampia­mente rimaneg­gia­r­la. Ma anche questo non fu suf­fi­ciente».

Intan­to era inizia­ta l’avventura in Africa Ori­en­tale. Per Giuseppe Miche­li l’evento cos­ti­tuì lo spun­to per una quar­ta stro­fa, che «per la nequizia degli uomi­ni del regime non fu mai pub­bli­ca­ta», in cui esprimere «quel­la con­clu­sione che, pieni di entu­si­as­mo e di fede, tut­ti si aspet­ta­vano». Dice: «Fac­cetta nera, il sog­no s’è avver­a­to / si adem­pie il voto sacro degli eroi / non sei più schi­a­va ma sorel­la a noi; / l’Italia nos­tra è madre pure a te. // Fac­cetta nera bel­la ital­iana! / Eri straniera e adesso l’Africa è romana / Fac­cetta nera anche per te / c’è una bandiera, c’è una Patria, un Duce e un Re».

«Con il suc­ces­so del­la can­zone, la ven­di­ta degli spar­ti­ti musi­cali e dei dis­chi anda­va a gon­fie vele. Ma”, con­fes­sa Miche­li, «a tut­to prof­it­to di edi­tori sconosciu­ti o improvvisati e di altri prof­itta­tori.” Lui, infat­ti, ci guadag­nò poco o niente.

«Fac­cetta nera», insom­ma, scrive con ram­mari­co l’autore, «fu det­ta la can­zone di tut­ti per­ché chi­unque si sen­tì autor­iz­za­to ad usarne, anzi ad abusarne, ser­ven­dosene negli spet­ta­coli musi­cali, nei romanzi, nelle par­o­die e persi­no nel­la fab­bri­cazione di dol­ci­u­mi, di gio­cat­toli, di car­il­lon e di cian­frusaglie di vario genere. Il che sig­nifi­ca”, scriverà nel­la sua Sto­ria del­la can­zone romana, “che ques­ta can­zone era par­ti­co­lar­mente sen­ti­ta dal popo­lo, chec­ché se ne dica. 

«Eppure fu ripu­di­a­ta, allo­ra come oggi, sebbene i nos­tri figli, i nos­tri sol­dati la can­tassero entu­si­as­ti­ca­mente par­tendo per l’Africa Ori­en­tale ove, cir­ca quarant’anni pri­ma anche altri sol­dati ital­iani ave­vano epi­ca­mente ma sfor­tu­nata­mente com­bat­tuto.

«E la can­ta­vano non soltan­to per lib­er­are le fac­cette nere dal­la schi­av­itù ma anche per ven­di­care i mor­ti d’Adua: ‘…Ven­dicher­e­mo noi, cam­i­cie nere / i mor­ti d’Adua e lib­ber­amo te…’

«(…) Le vari­azioni e le traduzioni che ven­nero dopo (la stesura orig­i­nale — ndr), (d’ordine del regime di quel tem­po e per le riper­cus­sioni che se ne ebbero a Ginevra pres­so la Soci­età delle Nazioni) non fecero che detur­par­la.

«Quan­do le Alte Autorità decis­ero di igno­rar­la tut­ti trovarono qualche cosa da ridirvi. Las­ci­ateli cantare, ci disse un vec­chio pro­fes­sion­ista che ci ave­va invano dife­so da attac­chi di ogni genere. Il loro livore passerà, ma Fac­cetta neraresterà. E fu così».

Giuseppe Miche­li muore a Roma il 16 giug­no 1972.

© Costan­ti­no Jadeco­la, 2007.


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