20 / LA NOSTRA GUERRA / LA STRAGE DI VALLEROTONDA

20 / LA NOSTRA GUERRA / LA STRAGE DI VALLEROTONDA


A pri­ma vista potrebbe apparire uno scor­cio remo­to di ter­ri­to­rio des­ti­na­to solo a seg­nare, per­al­tro in luoghi cui non è facile accedere, i con­fi­ni geografi­ci tra Lazio, Abruz­zo e Molise. In realtà, specie nel con­testo di una guer­ra come quel­la di set­tanta­c­inque anni or sono, questo appar­ente scor­cio remo­to è il com­p­lesso mon­tano delle Mainarde, non solo roc­caforte nat­u­rale di tut­to rispet­to ma anche osser­va­to­rio priv­i­le­gia­to.

Una situ­azione che i tedeschi conoscono molto bene e che, dunque, non solo non si las­ciano sfug­gire ma sfrut­tano al meglio tan­to da “inserir­la” sia nel “trac­cia­to” del­la lin­ea difen­si­va Rein­hard che in quel­lo del­la Gus­tav: ver­so la Meta, infat­ti, a quo­ta 2.241 sul liv­el­lo del mare, le due linee sono qua­si adi­a­cen­ti tra loro, se non “sovrap­poste”; appe­na dopo, in direzione del­la cos­ta tir­reni­ca, la pri­ma “corre” al di là di monte Mare (quo­ta 2.020); la sec­on­da, invece, tra questo e monte Cav­al­lo (quo­ta 2.039).

Cardi­to, frazione del comune di Vallero­ton­da, è ubi­ca­to pro­prio dove le due linee difen­sive si sono appe­na sep­a­rate: una posizione per niente invidi­a­bile, resa, per di più, ulte­ri­or­mente pre­caria dal­la pre­sen­za, tra quel pug­no di case che cos­ti­tu­is­cono il vil­lag­gio, del­la Roc­casec­ca-Iser­nia, cioè dell’unica stra­da che attra­ver­sa quei mon­ti. Se si con­sid­era poi che con la costruzione del­la Rein­hard e del­la Gus­tav i tedeschi gio­cano in questo sper­du­to ango­lo del­la peniso­la, se non l’ultima, sicu­ra­mente una delle ultime carte per bloc­care la stra­da per Roma agli alleati, non ci vuol molto a ren­der­si con­to di ciò che accade sulle Mainarde ed intorno ad esse in quel­lo scor­cio dell’autunno 1943.

Ce n’è abbas­tan­za, insom­ma, per­ché quel via vai di sol­dati e di mezzi mil­i­tari tedeschi, che ani­ma le pen­di­ci dei mon­ti per pre­dis­porre al meglio gli apposta­men­ti difen­sivi, polar­izzi, né potrebbe essere diver­sa­mente, l’attenzione e la curiosità degli abi­tan­ti di Cardi­to, poche decine di per­sone in tut­to, qua­si trau­ma­tiz­za­ti di ciò che sta acca­den­do intorno a loro: scon­vol­ta la pace del luo­go dove sono nati e cresciu­ti, scon­vol­ta la pace del loro pic­co­lo mon­do fat­to di sem­pli­ci cose e sen­za tante o gran­di pretese, si ren­dono con­to, forse sen­za nem­meno con­sul­tar­si tra loro, che è arriva­to il momen­to di par­tire, di cer­care altrove quel­la pace di cui non pos­sono fare a meno.

Il tem­po di recu­per­are l’indispensabile ed un tac­i­to salu­to alla pro­pria casa. Un salu­to che non vor­rebbe avere il tono di un addio ma, piut­tosto, il sapore di un ‘arrived­er­ci presto per una assen­za forza­ta cui non ci si può sot­trarre ma che non dur­erà più di tan­to. Poi, fagot­to in spal­la, si prende la via del­la mon­tagna, la via di cos­ta San Pietro.

La loro meta è la masse­ria Capal­di, a con­tra­da Serre. Rispet­to a Cardi­to, vi si dovrebbe stare più appar­tati. Ma non è così. Anzi. Saran­no man­cati solo alcu­ni giorni alla fine di novem­bre quan­do quel­la pro­ces­sione di uomi­ni, donne e bam­bi­ni è costret­ta dagli even­ti a rimet­ter­si in cam­mi­no: sal­go­no ver­so Col­lelun­go, ad oltre 1.500 metri di altez­za, seguen­do il cor­so del rio Chiaro. 

Ad un cer­to pun­to di questo loro salire, deci­dono di fer­mar­si: di acqua ce n’è in abbon­dan­za; vi è, per di più, una specie di radu­ra, suf­fi­ciente ad ospi­tar­li tut­ti, al lim­ite del­la quale dei grossi mas­si ben si prestano, adat­tati con oppor­tu­ni accorg­i­men­ti non dif­fi­cile a real­iz­zarsi, a riparar­li dal fred­do e dalle intem­perie. Almeno in parte, s’intende.

Le gior­nate le pas­sano nel­la monot­o­nia dell’attesa, sem­mai cer­can­do qual­cosa da met­tere sot­to i den­ti o anche scru­tan­do il breve oriz­zonte che li cir­con­da, speran­do nell’emozione di un improvvi­so ed insper­a­to impat­to con qual­cosa che cam­bi la loro con­dizione, ormai insop­porta­bile, di sfol­lati. Anche se, come rac­con­ta Pieri­no Di Mas­cio, uno di loro, «tut­ti, spe­cial­mente noi ragazzi, ci erava­mo per­fet­ta­mente abit­uati. In fon­do, ci sem­bra­va di gio­care».

Un even­to diver­so, nel­la monot­o­nia di quei giorni tut­ti eguali, è la nasci­ta di Addo­lorata Di Mas­cio, il 28 novem­bre. Anche se non lo pos­sono uffi­cial­iz­zare, le impon­gono quel nome che già venne dato alla Vergine Maria per i dolori sof­fer­ti come com­partecipe del­la pas­sione di Gesù. Un richi­amo non casuale a quel­la loro vicen­da di guer­ra del­la quale Addo­lorata diviene il sim­bo­lo.

Un “avven­i­men­to”, poi, è l’arrivo di quat­tro sol­dati ital­iani che si “accam­pano” non lon­tano da loro; e un altro “avven­i­men­to” anco­ra è l’arrivo di un uffi­ciale inglese, A.M. Burn­ford, che viene dal nord, dov’era pri­gion­iero dei tedeschi, e cer­ca di ricon­giunger­si ai suoi, al di là del fronte. È mala­to. Gli sfol­lati di Cardi­to lo cura­no. Poi, dopo cir­ca un mese di per­ma­nen­za con loro, una venti­na di giorni pri­ma che si con­su­mi la trage­dia, riesce a pas­sare dall’altra parte.

Un giorno, final­mente, dalle loro attente “osser­vazioni”, gli sfol­lati di Cardi­to pen­sano di pot­er dedurre che a monte Mare qual­cosa sta acca­den­do: che la situ­azione bel­li­ca è in fase di evoluzione lo inter­pre­tano val­u­tan­do le cir­costanze che si pre­sen­tano ai loro occhi. In effet­ti, non han­no tut­ti i tor­ti per­ché è pro­prio la metà di dicem­bre quan­do la battaglia si accan­isce ormai sulle Mainarde, ad alcune centi­na­ia di metri in lin­ea d’aria da loro.

Il fat­to stes­so di essere in pri­ma lin­ea, per di più tra gli appa­rati difen­sivi del­la Rein­hard e del­la Gus­tav, cos­ti­tu­isce moti­vo per­ché, non di rado, gli sfol­lati di Col­lelun­go vengano a trovar­si a diret­to con­tat­to con i sol­dati tedeschi che pas­sano da quelle par­ti e che, spes­so, si fer­mano con loro, per riposar­si o per man­gia­re un boc­cone. Mi ha rac­con­ta­to Pieri­no Di Mas­cio: «Si era­no com­por­tati sem­pre in modo civile e nes­suno avrebbe mai pen­sato che la nos­tra trage­dia sarebbe venu­ta pro­prio da loro. Anzi, erava­mo sicuri che, una vol­ta crol­la­to il fronte, si sareb­bero riti­rati sen­za far suc­cedere nul­la».

Anche la sera del 27 dicem­bre, men­tre tutt’intorno si scate­na il fragore di un vio­len­tis­si­mo duel­lo di artiglieria, una pat­tuglia di sol­dati tedeschi, accam­pa­ta nei pres­si, s’intrattiene con gli sfol­lati. Ci si riscal­da intorno ad un grosso fuo­co e si man­gia bro­do di carne di pec­o­ra. Quei sol­dati tedeschi sono del­la “Wehrma­cht Alpen­jager”, ovvero “Cac­cia­tori delle Alpi”: Ernesto Ron­gione, uno degli sfol­lati, che è reduce dal fronte rus­so, non ha dif­fi­coltà a riconoscer­li come tali anche per via del­la stel­la alpina cuci­ta sul­la divisa.

Nel loro sten­ta­to ital­iano cer­cano di scam­biare qualche paro­la. Uno di essi dice: «Domani…Americani…». Poi, volge lo sguar­do ver­so la cima di monte Mare qua­si a vol­er far capire che ormai gli alleati sono lassù. E quan­do deci­dono di andar via, come se volessero ricam­biare con qual­cosa di tan­gi­bile l’ospitalità rice­vu­ta, las­ciano a Ernesto Ron­gione una pag­not­ta di pane nero. Quel­lo che la con­seg­na, dice: «E’ per i bambini…Al mio paese ne ho quat­tro anch’io».

Per gli sfol­lati di Cardi­to, anche a segui­to del­la notizia data dai tedeschi, quel­la sem­bra essere una sera diver­sa dalle altre. Non fa niente che Natale, quest’anno, è anda­to come è anda­to. La cosa impor­tante è che ormai si sia giun­ti ad una svol­ta. È solo ques­tione di ore, essi pen­sano. E lusin­gati da ques­ta sper­an­za, che per tut­ti è, comunque, molto più di una sem­plice sper­an­za, cer­cano il son­no sui nudi giacigli di foglie sec­che.

Intan­to, ha pre­so a nevi­care. Dor­mono anco­ra quan­do il pri­mo chiarore del nuo­vo giorno si fa largo tra le tene­bre di quel­la notte ricor­da­ta come la più fred­da di tutte, con la neve che ha cop­er­to ogni cosa. Ma ora non nevi­ca più ed è anche ces­sato il fragore delle artiglierie.

È il 28 dicem­bre, il giorno che la Chiesa ded­i­ca alla memo­ria dei SS. Inno­cen­ti Mar­tiri. Il cielo si schiarisce lenta­mente, illu­mi­nan­dosi sem­pre di più. In molti sono già in pie­di ma qual­cuno dorme anco­ra. Si accende il soli­to fuo­co e si riscal­da qual­cosa da buttare in cor­po: tut­to si svolge tale e quale alle altre mat­tine, come se fos­se una con­sue­tu­dine con­suma­ta, anche se, stan­do alle fram­men­tarie notizie del­la sera prece­dente, quel­la potrebbe essere una gior­na­ta diver­sa: qual­cuno pen­sa di pot­er tornare a Cardi­to già al tra­mon­to di quel giorno, mas­si­mo il giorno dopo.

S’intravede una pat­tuglia tedesca scen­dere dal­la mon­tagna: ne pas­sano tante da quelle par­ti che non è pro­prio il caso di pre­oc­cu­par­si. Ed ognuno, per­ciò, con­tin­ua a fare ciò che sta facen­do sen­za pre­oc­cu­par­si più di tan­to. Anzi, quan­do quel­la pat­tuglia è giun­ta in prossim­ità dell’accampamento, qual­cuno si “azzar­da” anche a chiedere notizie sug­li “amer­i­cani”.

Ma sen­za avere rispos­ta. Piut­tosto, l’impressione che se ne riceve, è tutt’altro che ras­si­cu­rante. E’ ques­tioni di atti­mi. E s’intuisce che quel­la non è una visi­ta di corte­sia. Nel­la mente degli sfol­lati bale­nano tante cose, la più pes­simisti­ca delle quali è che siano venu­ti per man­dar­li via. I tedeschi, infat­ti, dispo­nen­dosi a cer­chio, con movi­men­ti sec­chi e vio­len­ti, li fan­no riu­nire su un lato del­la radu­ra. Pieri­no Di Mas­cio ricor­da: «Pri­ma del­la pau­ra, noi tut­ti provam­mo stu­pore anche per­ché non era mai accadu­to che ci trat­tassero in questo modo».

Ma che non era­no venu­ti per man­dar­li via lo si capisce un atti­mo dopo quan­do i sol­dati com­in­ciano a sis­temare una mitragli­atrice con la boc­ca pun­ta­ta ver­so gli sfol­lati. Anto­nio Di Mas­ciointu­isce che qual­cosa di grave sta per accadere e gri­da riv­olto ai famil­iari: «Ho tut­ti i doc­u­men­ti, tutte le ‘carte’ e i sol­di nel­la mia giac­ca. Se qual­cuno di noi si sal­va…».

Poi abbrac­cia la moglie Tere­sa che stringe a sua vol­ta tra le brac­cia il più pic­co­lo dei loro figli, Domeni­co, un anno com­pi­u­to tre giorni pri­ma, pro­prio il giorno di Natale.

I bam­bi­ni piangono. Qualche don­na s’inginocchia e pre­ga. Qual­cuno implo­ra. Angeli­na Di Mas­ciostringe più forte sul seno, qua­si a sof­fo­car­la, la sua bam­bi­na, Addo­lorata, un mese pro­prio quel giorno e, in questo mese, nem­meno un prete per bat­tez­zarla. Si get­ta ai pie­di del ser­gente tedesco che ha tut­ta l’aria di coman­dare la pat­tuglia ed urla pietà, con quan­to fia­to ha in gola, per la sua bam­bi­na. Per tut­ti i bam­bi­ni. Per lei e per gli altri.

Per tut­ta rispos­ta il ser­gente le sfer­ra un cal­cio sul viso ed Angeli­na rov­ina in ter­ra cer­can­do come può, nel­la cadu­ta, di pro­teggere il cor­pi­ci­no di Addo­lorata: nem­meno il tem­po di ripren­der­si per ren­der­si con­to che sta per morire con Addo­lorata tra le brac­cia, quan­to bas­ta al ser­gente di estrarre la pis­to­la dal­la fon­d­i­na e sparare, sen­za esi­tazione e sen­za pietà, su madre e figlia.

Come quei colpi riecheg­giano nel­la val­la­ta, pro­prio allo­ra ha inizio il ter­ri­f­i­cante con­cer­to del­la mitragli­atrice: urla, invo­cazioni, preghiere nem­meno si ha il tem­po di far­le che ven­gono sof­fo­cate in gola. I cor­pi si ammas­sano su altri cor­pi già privi di vita. Gli ulti­mi colpi riecheg­giano nel­la val­la­ta men­tre colpis­cono, poco più in là, i quat­tro sol­dati ital­iani.

Il sangue arrossa la neve e sul gre­to del rio Chiaro a Col­lelun­go cala il silen­zio del­la morte. Un doloroso rosario di nomi di uomi­ni, donne, bam­bi­ni. Su quell’ammasso di cor­pi sen­za vita, qua­si per occultare allo sguar­do del cielo le loro vit­time, i tedeschi dis­ten­dono frasche di fag­gio e neve. Poi pros­eguono per la loro stra­da come se nul­la fos­se accadu­to.

Il sangue dei mor­ti arrossa l’acqua del rio Chiaro. Ma a valle nes­suno se ne accorge. E restano soli ma non dimen­ti­cati. Questi i nomi delle vit­time: Giuseppe(3 anni), Italia(6), Luisa(8), Margheri­ta(1), Sabati­no(10) e Ste­fano(35) Ben­civen­gaAdeli­na Capal­di(46); Car­lo Dat­tile­si(29); Addo­lorata (1 mese), Alber­to(3 anni), Ange­lan­to­nio(39), Angeli­na(3), Angeli­na(25), Ange­lo(28), Anto­nia(50), Anto­nio(44), Anto­nio(56), Arman­do(5), Assun­ta(35), Car­lo(39), Domeni­co(1), Domeni­co(30), Emil­ia(28), Ernesto(11), Francesco(37), Gae­tano(53), Giuseppe(9), Giusti­no(9), Maria(31), Maria Civi­ta(6), Mod­es­ta(57), Rosa(2), Tere­sa(35) e Vit­to­ria(30) Di Mas­cio;Almerin­da(39) ed Este­ri­na(19) Donatel­laMaria Grazia Izzi(56); Gio­van­ni Ron­gione(17).

Non sono noti i nomi dei quat­tro sol­dati del dis­ci­olto eserci­to ital­iano uni­tisi al grup­po di cui con­di­vis­ero la trag­i­ca fine. Con essi, il numero delle vit­time sale a 42 (20, con­tin­ua).

© Costan­ti­no Jadeco­la, 1993.


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