UMBERTO MASTROIANNI: IL LIRI, FONTANA E L’ARTE

UMBERTO MASTROIANNI: IL LIRI, FONTANA E L’ARTE

Cassi­no. Il mon­u­men­to alla Pace di Umber­to Mas­troian­ni

 

Un even­to cul­tur­ale des­ti­na­to a pas­sare alla sto­ria è la mostra delle opere di Umber­to Mas­troian­ni e delle sue pro­poste mon­u­men­tali pro­mossa dall’Amministrazione provin­ciale di Frosi­none.

L’inaugurazione, avvenu­ta il 18 gen­naio (chi­ud­erà il prossi­mo 18 mar­zo), è sta­ta anche l’occasione per un col­lo­quio con il grande artista orig­i­nario di Fontana Liri che, di segui­to, si pro­pone.-

D. Lei ha scrit­to «Il Liri arri­va dall’Abruzzo, sfo­cia a Sora, pas­sa Iso­la, Ani­trel­la ed invade Fontana Liri. È un bel fiume impetu­oso, sem­pre pron­to a strari­pare, un fiume come ce n’è tan­ti, ma questo è il mio fiume, ric­co d’argilla, palu­doso a volte che pare por­ti nelle sue vis­cere mel­mose le stim­mate del tem­po. Sfo­cia cosi nel­la Cio­cia­ria e rimane anco­ra mio pri­ma di diventare Garigliano. Ai suoi mar­gi­ni, da ragaz­zo, impas­ta­vo la rena, sull’arenile dora­to dopo che ne ave­va deposi­ta­to qua­si mon­tagne dopo l’uragano…». Quali sen­sazioni sca­tur­iscono da questi ricor­di?

R. Sono ricor­di che in ver­ità mi com­muovono tut­to­ra, più che mai. Essendo sta­to molto lon­tano dal­la mia ter­ra, questo ritorno per me è stra­or­di­nar­i­a­mente impor­tante, inter­es­sante. Anche per fare un po’ il pun­to del­la mia situ­azione artis­ti­ca e morale. Sono ine­bri­a­to vera­mente da questo ritorno che sicu­ra­mente porterà un van­tag­gio ed un arric­chi­men­to alla mia arte per­ché in fon­do questo incon­tro è una provo­cazione, questo momen­to che mi dà la pos­si­bil­ità di rien­trare nel gus­cio del­la mia ter­ra. Ed è stra­or­di­nar­i­a­mente impor­tante ai fini del mio pos­si­bile, ulte­ri­ore svilup­po. Io sono già abbas­tan­za vec­chio per cui non cre­do che il mio svilup­po potrà essere molto impor­tante. Ma, pur tut­tavia, anco­ra sen­to i seg­ni di una tradizione nos­tra che ten­to di portare anco­ra avan­ti.

D. Ed oggi, se ha riv­is­to il fiume, come ha trova­to questo Liri?

R. L’ho trova­to qua­si come allo­ra. Qua­si qua­si mi sarei chi­na­to per ripren­dere a fare delle fig­urine Ma ho capi­to che le fig­urine che farei oggi sareb­bero fig­urine un po’ smal­iziate, un po’ sofisti­cate. Per cui ho las­ci­a­to perdere o, per meglio dire, ho desider­a­to che den­tro di me la trac­cia rimanesse quel­la di allo­ra, cioè di ragaz­zo, di gio­vane, di pic­co­lo bam­bi­no che cer­ca­va qualche cosa nel­la vita.

D. Nei suoi Appun­ti per una vita si legge, anco­ra, che la sua sto­ria «affo­ga nelle remote radi­ci di Fontana Liri», citan­do, tra l’altro, la sua cit­tà come «bal­cona­ta felice» e accen­nan­do alla «fer­tile piana» in cui si ergono Arce, Monte S. Gio­van­ni Cam­pano, Cepra­no, Frosi­none, Arpino con le sue mura ciclopiche, Casamari… Da artista può dipinger­ci le emozioni che sca­tur­iscono da questo pae­sag­gio.

R. Mi colpisce la spazial­ità stor­i­ca, di ques­ta ter­ra, anz­i­tut­to, per­ché, nonos­tante che questi luoghi mi appartengano da un pun­to di vista pro­prio di raz­za, riten­go ques­ta spazial­ità, ques­ta mon­u­men­tal­ità, un’opera d’arte. Ogni cit­tà di ques­ta stu­pen­da zona, di ques­ta regione è un’opera d’arte ed ognuna ha una grossa sto­ria. Non ci dimen­tichi­amo che la Cio­cia­ria ha edi­fi­ca­to Roma ai tem­pi che furono e, quin­di, ques­ta grande vic­i­nan­za che Roma anco­ra oggi ha nel­la Cio­cia­ria è ter­ri­bil­mente impor­tante. Per cui, guardan­do queste cit­tà, in ognuna di esse si potrebbe dire che io ritro­vi i seg­ni di una grandez­za, pas­sa­ta, nat­u­ral­mente. Di una grandez­za che ebbe orig­ine ai suoi tem­pi ma che oggi, pen­so, potrebbe di nuo­vo riven­di­care ques­ta sto­ria, e a ragion vedu­ta.

D. Queste sono sen­sazioni sul­la Cio­cia­ria di ieri. Quali, invece, quelle sul­la Cio­cia­ria di oggi?

R. Io giro molto il mon­do, viag­gio moltissi­mo. E, allo­ra, che mi suc­cede? Che guardan­do quel­lo che accade nel mon­do, pen­so che la mia Cio­cia­ria, dico la mia Cio­cia­ria, è un po’ cal­ma. È un po’, non dico addor­men­ta­ta, non dico questo, però lenta, dici­amo così, a questo rilan­cio mod­er­no. Siamo nel Duemi­la, a momen­ti. Siamo arrivati sul­la luna. Tut­to vera­mente si scom­pone e si lan­cia in avan­ti men­tre qui, cre­do che siamo anco­ra un po’ fer­mi nonos­tante l’intelligenza di prim’ordine che c’è qui, la genial­ità, il fenom­e­no di vital­ità che esiste in questi luoghi. Pur tut­tavia, il rilan­cio lo vedo un po’ deboluc­cio. Io arri­vo da New York, arri­vo da Tokio, arri­vo qui ed evi­den­te­mente mi viene subito in mente che noi potrem­mo fare molto di più se ci ren­dessi­mo con­to che oggi dob­bi­amo muover­ci, essere vera­mente alleati con il mon­do, con il mon­do lon­tano, con il cuore dell’Europa. Ques­ta pausa che c’è qui, mi tor­men­ta un pochi­no.

D.  Quali rap­por­ti la legano anco­ra a Fontana Liri?

R. Solo rap­por­ti affet­tivi, così, di nos­tal­gia, di affet­to, in quan­to c’è anco­ra qual­cuno del­la mia famiglia. Ma, insom­ma, ormai io sono anda­to via da ques­ta ter­ra da ragaz­zo, all’età di otto, nove anni, sono anda­to a Roma a stu­di­are. Poi ho com­in­ci­a­to a girare. Sono sta­to molto tem­po a Tori­no. Ho vis­su­to molto a Pari­gi e a New York. Ho gira­to il mon­do intero dove ho opere d’arte dis­lo­cate un po’ dovunque nei musei più impor­tan­ti, dal Giap­pone ai Pae­si Bassi. Ma anche se mi sono allon­tana­to il cuore è rimas­to qui. Men­tre il mio cuore è qui, allo­ra sof­fro a vedere che ques­ta nos­tra ter­ra piena di fas­ci­no piena di intel­li­gen­za, piena di cul­tura, sten­ta a muover­si. A met­ter­si vera­mente in riga coi tem­pi, coi tem­pi che urgono.

D. Pas­san­do dal ter­ri­to­rio all’artista, la sua pro­duzione artis­ti­ca è divisa in due fasi: la pri­ma, che si è con­clusa negli anni ‘40; la sec­on­da che, par­tendo da quegli anni, arri­va ai nos­tri giorni. Del resto, lei ha dichiara­to in altra occa­sione che «fino al 1940 sono sta­to uno scul­tore tradizionale: nudi in ter­ra­cot­ta, volti fem­minili, insom­ma sape­vo plas­mare le forme in modo clas­si­co. Ero un paci­fi­co scul­tore che si ded­i­ca­va al real­is­mo, un uomo felice.»

R. Sì! Ero lega­to alla tradizione ital­iana, alla grande tradizione del­la scul­tura, per cui ero un uomo felice. Allo­ra la scul­tura si face­va in sen­so tradizionale guardan­do gli antichi. Per cui cer­ti prob­le­mi era­no già sta­ti risolti dagli antichi, non da noi. Noi non face­va­mo altro, in un cer­to sen­so, che inter­pretare quel­lo che gli antichi ave­vano risolto. Mi sono allo­ra reso con­to che bisog­na­va che cer­ti prob­le­mi li mettes­si­mo sul tap­peto noi e li risolves­si­mo noi. Poi c’è sta­ta la guer­ra, l’ultima grande guer­ra ha un po’ con­dizion­a­to la nos­tra posizione di artisti riguar­do alla sto­ria, riguar­do alla soci­età. E mi sono reso con­to che ques­ta scul­tura tradizionale, idil­li­ca, roman­ti­ca finché si vuole, però non era all’altezza di appa­gare il nos­tro momen­to tragi­co che stava­mo attra­ver­san­do. Quin­di ho dovu­to cam­biare scul­tura, cer­care di inter­pretare, invece, le tragedie del mon­do, i gran­di prob­le­mi che la guer­ra ci ha por­ta­to in casa nos­tra. E quin­di l’arte ha subito un po’ le con­seguen­ze del­la trage­dia e, da allo­ra in poi, la mia scul­tura è sta­ta riv­o­luzion­a­ta nel sen­so che, allon­tanan­dosi dal­la ver­ità nat­u­ral­is­ti­ca, tradizionale, è entra­ta nell’ambito delle gran­di scop­erte, cioè di una grande tradizione mod­er­na lega­ta più al mon­do, lega­ta più ai poli di New York, di Pari­gi, di Lon­dra, di Tokio e non al prob­le­ma un po’ provin­ciale che, purtrop­po, ave­va­mo ass­apo­ra­to da sec­oli. Quin­di ho desider­a­to la rot­tura di questi fat­ti, per­ché sen­za ques­ta rot­tura noi ci fer­mi­amo, ci fer­mer­e­mo tut­ti, anche l’arte non avrà nes­suna ragione d’esistere. Per­ché non bas­ta più fare la bel­la tes­ta del com­menda­tore o del­la bel­la sig­no­ra. Queste non entra­no nel­la sto­ria, sono argo­men­ti mar­gin­ali. La scul­tura è un’altra cosa. È un fenom­e­no molto più impeg­na­ti­vo. Impeg­na le masse, la cul­tura, la polit­i­ca. Tut­to! È un fenom­e­no com­ple­ta­mente scon­vol­gente e a questo bisogna arrivar­ci aven­do il cor­ag­gio di sac­ri­fi­care doti per­son­ali per met­ter­le a dis­po­sizione del­la ricer­ca, com’è suc­ces­so per la scien­za, per la fisi­ca, eccetera, eccetera.

D. Ma non rimpiange pro­prio mai quel peri­o­do del­la sua attiv­ità artis­ti­ca che si chi­ude negli anni 40?

R. No! Non lo rimpiango. Anche per­ché lì ho dato la mia gioven­tù, per cui come pos­so rimpian­gere vera­mente un mod­el­lo sul quale la mia gioven­tù ha gio­ca­to una vita? No! Però mi ren­do con­to, ormai uomo maturo, che questo amore era un amore gio­vanile, sia pure di un cer­to pres­ti­gio, indub­bi­a­mente, però, era un amore gio­vanile che ho dovu­to far qua­si soc­combere per andare alla ricer­ca di qual­cosa di meno appas­sio­n­ante, di meno poet­i­co, però più robus­to, più atto a met­ter­si in rego­la coi tem­pi che sti­amo per­cor­ren­do.

D. L’influenza del­la Sec­on­da Guer­ra mon­di­ale è sta­ta dunque notev­ole sul­la sua attiv­ità artis­ti­ca?

R. Non si può rimanere indif­fer­en­ti vici­no a un proces­so stori­co, a una trage­dia di quel genere lì. Questo è suc­ces­so per la let­ter­atu­ra, per il cin­e­matografo, per la scien­za, per tutte le arti. Ha scon­volto com­ple­ta­mente tut­to. E quin­di le pare che l’artista può rimanere insen­si­bile davan­ti a questi fenomeni? È un assur­do. Noi artisti siamo i pri­mi a sen­tire, abbi­amo ques­ta pos­si­bil­ità di captare, i pri­mi, prob­a­bil­mente, cer­ti sen­si­bili sposta­men­ti stori­ci. Per cui non era pos­si­bile rimanere assen­ti. Anzi, quel­li che sono assen­ti, sono come dei mor­ti. Non han­no più ragione di esistere. Non han­no nes­suna gius­ti­fi­cazione. Ed è tragi­co quan­do, ritor­nan­do alla pro­pria ter­ra, non dico nel­la nos­tra zona, ma in tutte le zone ital­iane e in tutte le par­ti del mon­do, si vede gente che anco­ra dorme, facen­do il ritrat­ti­no o facen­do la fig­u­ri­na all’acqua di rosa. Questo è anti­s­tori­co, è assur­do, quan­do vedi­amo il mon­do — io par­lo del mon­do intero – com’è cam­bi­a­to.

D. Tor­ni­amo alla Cio­cia­ria. Per via delle opere già real­iz­zate per la sua ter­ra e di quelle in cor­so di real­iz­zazione o già pro­gram­mate non ritiene di cos­ti­tuire un’eccezione a quel det­to già cod­i­fi­ca­to ai tem­pi di Cicerone e di Giove­nale sec­on­do il quale nes­suno è pro­fe­ta in patria?

R. Questo sarebbe trop­po. Sig­nifi­ca pre­tendere trop­po. No! Però, indub­bi­a­mente, chi conosce la sto­ria, la sto­ria del­la pro­pria patria, si rende con­to che ques­ta non è una ter­ra promes­sa. È una ter­ra vera. Le dice­vo poc’anzi che ques­ta ter­ra ha fat­to Roma. È una ter­ra come una grossa miniera, una miniera di sapere Si trat­ta soltan­to di orga­niz­zarla, ques­ta miniera. Di met­ter­la in con­dizione di essere deg­na del­lo svilup­po che oggi avviene in tut­ti i campi, nel mon­do intero. Cioè dob­bi­amo affi­an­car­ci. Dob­bi­amo met­ter­ci in pri­ma lin­ea. È come se faces­si­mo una guer­ra. Bisogna vera­mente che ognuno di noi si met­ta al suo pos­to e cer­chi di guadagnare quel tan­to di ter­reno per il benessere di tut­ti. E, poi, è un fat­to sen­ti­men­tale la mia ter­ra. I miei gen­i­tori sono nati qui. Quin­di, come si fa, ad un cer­to momen­to, se un uomo è un uomo tut­to di un pez­zo a dimen­ti­care dove uno è nato dove ci sono anco­ra le ves­ti­gia di un pas­sato e di una sto­ria. Mi sem­bra assur­do E un uomo che ha il cor­ag­gio di sac­ri­fi­care questo pas­sato non è neanche deg­no del futuro Non si può costru­ire un palaz­zo sen­za le fon­da­men­ta.

D. Questo dis­cor­so non vale, ovvi­a­mente, per lei che, tra l’altro, avrà il suo nome lega­to anche alla ‘Fon­dazione’ abbina­ta a quel Cen­tro Inter­nazionale di Arti mod­erne che tro­verà ospi­tal­ità nel Castel­lo Ladis­lao, sul­la som­mità del­la col­li­na di Civi­ta Fal­conara, ad Arpino.

R. Sì. ques­ta ‘Fon­dazione’ che presto spe­ri­amo di ved­er real­iz­za­ta. E questo a mio avvi­so potrebbe essere un Cen­tro stra­or­di­nario per la divul­gazione delle opere d’arte per gli artisti, per tut­ti quel­li che amano la cul­tura e spe­cial­mente per la gioven­tù, artis­ti­ca e non artis­ti­ca. Si dovrebbe vera­mente pro­pa­gan­dare da ques­ta ‘Fon­dazione’ un’era nuo­va, una specie di res­ur­rezione. Le par­lo in un sen­so molto chiaro: dovrebbe avvenire qui un rilan­cio su tut­ta la lin­ea e il filo con­dut­tore potrebbe essere vera­mente ques­ta ‘Fon­dazione’ che deve dimen­ti­car­si di essere in Cio­cia­ria. È in Europa, in sostan­za. Bisogna che questo Cen­tro sia europeo altri­men­ti è meglio neanche far­lo nascere, questo grande castel­lo di fan­ta­sia, di poe­sia, ma anche di gran­di realtà.

D. A propos­i­to del mon­u­men­to ai Cadu­ti di Frosi­none, lei ha scrit­to: «l’opera mi apparve dall’alto qua­si planan­do nel­la parte alta del­la cit­tà come mes­sag­gero di pace»; e, poi, «ques­ta mas­sa scul­torea ener­gi­ca, libra­ta nel cielo, pronta a par­tire per un grande mes­sag­gio, se fos­se sta­ta appun­to col­lo­ca­ta nel­la parte alta del­la cit­tà avrebbe dom­i­na­to il cielo del­la val­la­ta, costrin­gen­do l’occhio alla grande rot­ta che questo arcan­ge­lo di fer­ro del­la pace addi­ta­va all’umanità». La diver­sa, per non dire oppos­ta, col­lo­cazione non ha smi­nu­ito il val­ore dell’opera?

R. Io pen­so che un’opera d’arte se vera­mente è tale lad­dove la si mette par­la. Se ha un lin­guag­gio, un’opera d’arte dovunque la col­lochi­amo è un ele­men­to che par­la. Per cui è molto impor­tante questo fat­to l’ubicazione che è sta­ta scelta non è cer­ta­mente l’ideale tan­to è vero che io, già da prin­ci­pio, ave­vo prog­et­ta­to di met­ter­lo altrove, Questo, d’accordo. Ma adesso più che met­ter­ci a risol­vere un prob­le­ma che è sta­to in un cer­to qualmo­do già risolto con­ver­rebbe affrontare il prob­le­ma nuo­vo che le dice­vo, ad Arpino.

D. Se per quel­lo di Frosi­none la sua col­lo­cazione può sicu­ra­mente dirsi defin­i­ti­va, non pen­sa che anche il mon­u­men­to che lei ha real­iz­za­to per le vit­time dell’eccidio di Col­lelun­go rischia una illog­i­ca sis­temazione nel­la piaz­za di Vallero­ton­da, da provvi­so­ria a defin­i­ti­va?

R. Questo mon­u­men­to bisogna met­ter­lo a pos­to. È urgente vera­mente una sua defin­i­ti­va sis­temazione per­ché non ha sen­so che esso sia nel­la piaz­za. Questo mon­u­men­to deve vivere nel suo ambi­ente, deve vivere in un luo­go tragi­co, cosi come abbi­amo ideato la scul­tura e cosi come gli architet­ti han­no prog­et­ta­to. Bisogna por­tar­lo al suo pos­to. È vera­mente una cosa spaven­tosa sapere che questo mon­u­men­to viva anco­ra in quelle con­dizioni. È un assur­do!

D. Anche questi episo­di con­cor­rono a quel­la sua opin­ione di una Cio­cia­ria ‘piat­ta’?

R. Mi pare che il mio dis­cor­so si basi molto su quel­lo che le dice­vo poc’anzi: fac­ciamo tut­to domani. Tut­to questo mi pare molto grave. II tem­po stringe per tut­ti, cre­do che queste soluzioni siano urgen­ti. E non cre­do che si pos­sa far pas­sare un’eternità per sta­bilire che il mon­u­men­to di Vallero­ton­da deb­ba andare tre chilometri più in alto. E un assur­do Sono cose che si devono risol­vere in due mesi, in tre mesi. Se com­in­ci­amo a sta­bilire che per portare un mon­u­men­to a tre chilometri di dis­tan­za devono pas­sare degli anni, allo­ra il dis­cor­so che sti­amo facen­do non serve a niente Neanche l’attività di noi, architet­ti e artisti, che ten­ti­amo di creare questo mon­do nuo­vo, non serve a niente. Non è pos­si­bile! La vita dell’uomo non è mica mil­lenar­ia. Non scherzi­amo! Gli anni pas­sano: glielo dico io che sono vec­chio e ho pas­sato cinquan­ta, sessant’anni sul­la scul­tura. Non si può neanche dire che questo lavoro lo fare­mo ira dieci anni. lo non ci sarò più. Non sono io l’artefice di tut­to questo, sia chiaro. lo sarò uno che, insieme ai miei ami­ci, col­la­bor­erò. Voglio dire che certe cose quan­do si met­tono sul tap­peto bisogna cer­care di risolver­le.

D. L’opera, dunque, mi sem­bra di capire che viene smi­nui­ta se non col­lo­ca­ta lad­dove si è prog­et­ta­to?

R. Il mon­u­men­to di Frosi­none direi di no. Ma fino a un cer­to pun­to. Ma, invece, quel­lo di Vallero­ton­da si. Quan­do vedo quel mon­u­men­to mi si stringono vera­mente i nervi. Ho la sen­sazione di trovar­mi davan­ti a un dram­ma e quin­di bisogna por­tar­lo dove questo dram­ma, pur-trop­po, è avvenu­to Anche per­ché diven­ti vera­mente un moni­to per la popo­lazione, per gli uomi­ni, per tut­ti quan­ti. Un ricor­do spaven­toso. Ma un ricor­do, pur tut­tavia.

D. Se fos­se rimas­to a Fontana Liri, come avrebbe giu­di­ca­to le opere di Umber­to Mas­troian­ni?

R. Ma non lo so. Non pote­vo rimanere a Fontana Liri. Non era pos­si­bile. Avrei fat­to l’emigrante. Come face­vano gli emi­granti che se ne anda­vano in Amer­i­ca. Come scul­tore sarei anda­to prob­a­bil­mente alla ricer­ca del­la scul­tura nel mon­do. Pen­so che ognuno di noi nasce con un des­ti­no ben seg­na­to. Sono strade obb­li­gate che il pro­prio istin­to ci por­ta a per­cor­rere per forza di cose al di fuori di ogni pos­si­bile dis­cus­sione. E questo è fatale e guai se non fos­se così.

D. Tra gli altri prog­et­ti, vi è anche quel­lo del­la sis­temazione dell’Acropoli di Civ­i­tavec­chia, ad Arpino, a Museo d’Arte per­ma­nente. Ebbene, quelle pos­sen­ti mura ciclopiche cosa dicono al suo istin­to di artista?

R. Sono le mura ciclopiche che dan­no poten­za alla scul­tura. Le mura ciclopiche sono vera­mente una provo­cazione per uno scul­tore vero. Ma immag­i­na vici­no le mura ciclopiche una sta­tu­ina alla De Ami­cis? Non è pos­si­bile! A queste fortezze bisogna rispon­dere cin una fortez­za, una fortez­za che, comunque, cer­chi­amo di fare, però, con una pre­cisa respon­s­abil­ità artis­ti­ca, morale, polit­i­ca.

D. Ques­ta sua mostra di Frosi­none è sta­ta appe­na inau­gu­ra­ta. Cosa può dire e sul­la cer­i­mo­nia e sul­la mostra stes­sa?

R. Meglio di così non pote­va essere. Mi pare una mostra mol­lo bel­la. Io non ave­vo la prete­sa di fare una grande mostra qui. men­tre è venu­ta una mostra vera­mente eccel­lente e questo lo devo alla col­lab­o­razione degli architet­ti Gal­let­ta, Ian­nazzi, Gan­dol­fo e Pieri Buti e del prof. Mas­si­mo Struf­fi che mi ha vera­mente aiu­ta­to in tut­ti i sen­si ed è sta­to un per­son­ag­gio pieno di dinamis­mo, che mi ha dato la pos­si­bil­ità di pen­sare anche allo svilup­po che può derivare da ques­ta mostra. Mi riferisco al prob­le­ma di Arpino e ad altre inizia­tive che adesso sono sul tap­peto e che, cre­do, insieme noi rius­cire­mo, se la popo­lazione capirà queste cose, a portare avan­ti.

D. Quel­lo che pare sia des­ti­na­to a diventare il suo mon­u­men­to più noto, il Mon­u­men­to alla Pace da col­lo­car­si a Cassi­no, già conosci­u­to attra­ver­so la foto del bozzet­to pri­ma anco­ra di essere real­iz­za­to, è in fase di ulti­mazione, nel­la sua com­p­lessa e spet­ta­co­lare strut­tura defin­i­ti­va, pres­so un’officina met­al­lur­gi­ca di Narni, pres­so Terni, dove, per­al­tro, abbi­amo già avu­to occa­sione di incon­trar­ci. Si com­ple­ta, final­mente, una parte molto impor­tante del­la sto­ria di quest’opera alla quale da moltissi­mi anni ha inizia­to a pen­sare e a lavo­rare…

R. Ha vera­mente una sto­ria di anni, di molti anni. Final­mente siamo alte con­clu­sioni. Ci auguri­amo che presto pos­sa essere col­lo­ca­to nel­la sede che abbi­amo sta­bil­i­to. E pen­so che questo, nel­la tar­da pri­mav­era di quest’anno, dovrebbe avvenire senz’altro.

D. Per la sede prescelta per la col­lo­cazione di questo mon­u­men­to a Cassi­no, è sod­dis­fat­to?

R. Vera­mente il luo­go che è sta­to prescel­to non è quel­lo che io ave­vo desider­a­to. lo ave­vo desider­alo di met­tere il mon­u­men­to sul­la som­mità del monte di Cassi­no che sovras­ta la cit­tà. Però, ragioni buro­cratiche prob­a­bil­mente non mi han­no per­me­s­so di col­lo­care questo mon­u­men­to dove vera­mente dove­va essere col­lo­ca­to.

D. Men­tre par­liamo di questo mon­u­men­to alla Pace, dal Mediter­ra­neo arrivano ven­ti di guer­ra, o qua­si…

R. Cosa vuole che le dica? Cre­do che gli scul­tori dovreb­bero con­tin­uare a fare dei mon­u­men­ti di questo genere per­ché questi sono moni­ti con­tro la guer­ra. Infat­ti il vero carat­tere di ques­ta scul­tura deve diventare un moni­to aut­en­ti­co per gli uomi­ni di buona volon­tà, che nat­u­ral­mente non vogliono più sen­tir par­lare di guer­ra.

L’aver sot­trat­to per tan­to tem­po Umber­to Mas­troian­ni all’attenzione e alla curiosità degli inter­venu­ti all’inaugurazione del­la mostra crea, nec­es­sari­a­mente, giuste ma benevoli rimostranze. Pri­ma di acco­mi­atar­si, però, Mas­troian­ni dice: Anco­ra una vol­ta, ques­ta sera, la Cio­cia­ria mi ha vera­mente impres­sion­a­to per ques­ta forza vitale che emana. Per cui, andan­domene via ques­ta sera da Frosi­none io sarò ancor più invoglia­to a fare di più di quel poco che ho potu­to fare fino adesso”.

 

© Costan­ti­no Jadeco­la, 1986.


One Reply to “UMBERTO MASTROIANNI: IL LIRI, FONTANA E L’ARTE

  1. Mi è piaci­u­to molto leg­gere ques­ta inter­vista al grande scul­tore dece­du­to.
    È sta­to un grande!
    Mi stupisce però la sua pre­oc­cu­pazione per la col­lo­cazione delle sue opere.
    Sec­on­do me un’opera d’arte ‚quan­do è una VERA opera d’arte,vive di luce pro­pria e non ha bisos­go di uno sfon­do par­ti­co­lare!
    E’ arte e tale res­ta dovunque sia!

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