DENTRO LA STORIA, CON DON MARTINO MATRONOLA

DENTRO LA STORIA, CON DON MARTINO MATRONOLA

                                                               

A Don Gre­go­rio De Francesco

 

Il bom­bar­da­men­to del­l’Ab­bazia di Mon­te­cassi­no del 15 feb­braio 1944 è avven­i­men­to sul quale, sin da quan­do la guer­ra era anco­ra «cal­da» e poi, anco­ra, in questi quar­an­ta anni, si è molto det­to e si è molto scrit­to soprat­tut­to quan­to alla «neces­sità» del bom­bar­da­men­to stes­so. Com’è noto, gli alleati non trassero da esso lo sper­a­to effet­to, che era quel­lo di aprir­si la stra­da per Roma attra­ver­so la valle del Liri; con­sen­tirono, al con­trario, ai tedeschi di pot­er ben­e­fi­cia­re delle rovine del­l’ed­i­fi­cio, in feli­cis­si­ma posizione strate­gi­ca.

Trentasette anni dopo la quar­ta dis­truzione subi­ta dal Ceno­bio benedet­ti­no nel­l’ar­co del­la sua sto­ria, una vol­ta chetate­si le acque ed in un cli­ma più sereno e dis­te­so, si è fat­ta sen­tire «la voce di col­oro che era­no den­tro il monas­tero, iner­mi spet­ta­tori di scon­vol­gen­ti e ter­ri­f­i­can­ti azioni dis­trug­gitri­ci», quale tes­ti­mo­ni­an­za «imparziale dei fat­ti, for­ni­ta da per­sone che anno­ta­vano giorno per giorno ciò che vede­vano e sen­ti­vano, tagli­ate fuori dal mon­do». Ne è venu­to fuori un libro: ‘Il bom­bar­da­men­to di Mon­te­cassi­no’.

Real­iz­za­to con il con­trib­u­to del Ban­co di San­to Spir­i­to e cura­to da don Fausti­no Avagliano, è sta­to edi­to dai Monaci di Mon­te­cassi­no per la col­lana «Mis­cel­lanea Cassi­nese», di cui por­ta il numero 41. In esso, oltre «il diario di guer­ra» di don Euse­bio Gros­set­ti, dece­du­to il 13 feb­braio 1944, e di don Mar­ti­no Matrono­la, «pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel­la sua interez­za», viene «pre­sen­ta­ta una serie di doc­u­men­ti di eccezionale val­ore per la conoscen­za esat­ta del peri­o­do di guer­ra vis­su­to dai monaci rimasti a Mon­te­cassi­no sino al giorno dei bom­bar­da­men­ti».

Da questo libro trae spun­to l’in­ter­vista a don Mar­ti­no Matrono­la che, oltre ad essere sta­to coau­tore del «Diario» e, all’e­poca del bom­bar­da­men­to, seg­re­tario del­l’al­lo­ra Abate don Gre­go­rio Dia­mare, è sta­to, a sua vol­ta, egli stes­so Abate di Mon­te­cassi­no dal 24 mag­gio 1971 al 25 aprile del­lo scor­so anno ed è tut­to­ra Vesco­vo di quel­la Dio­ce­si. L’in­ter­vista è sta­ta rilas­ci­a­ta a Mon­te­cassi­no la sera dell’8 gen­naio 1981 e viene pub­bli­ca­ta per la pri­ma vol­ta, nel quar­an­tes­i­mo anniver­sario del­la dis­truzione del Monas­tero.

D — Sebbene nel libro se ne par­li — ne par­la Don Fausti­no Avagliano nel­la pre­sen­tazione e ne par­la Ella stes­sa in una «nota-avverten­za» — come pri­ma doman­da vor­rei chieder­le come nacque quel «gior­nale» o «diario di guer­ra» che poi. trentasette anni più tar­di, avrebbe cos­ti­tu­ito il filo con­dut­tore de «il bom­bar­da­men­to di Mon­te­cassi­no», e se, quan­do, su sug­ger­i­men­to di Don Ange­lo Pan­toni, Don Euse­bio Gros­set­ti incom­in­ciò a redi­ger­lo — erava­mo agli inizi di novem­bre del 1943 — in cuor vostro, a Mon­te­cassi­no, pen­sa­vate alla trag­i­ca fine che di lì a poco più di tre mesi avrebbe fat­to la Casa di San Benedet­to?

R — Pri­ma del­l’e­mer­gen­za, si occu­pa­va del «diario» del Monas­tero Don Ange­lo Pan­toni che vi anno­ta­va schemati­ca­mente gli avven­i­men­ti più impor­tan­ti. Quan­do questi, alla fine di otto­bre, fu costret­to ad andare a Roma, incar­icò Don Euse­bio di con­tin­uar­lo. Poi Don Euse­bio si ammalò e fui io che con­tin­u­ai a redi­ger­lo. Se noi prevede­va­mo, al tem­po del­l’e­mer­gen­za, quel­lo che è poi suc­ces­so? Ebbene, io direi di sì. Un giorno era­no venu­ti qui, a par­lare ris­er­vata­mente con l’A­bate, due uffi­ciali tedeschi. Questi, tra l’al­tro, dis­sero al Padre Abate che qui dove­va finire la guer­ra per­ché loro ave­vano rice­vu­to ordine dalle Autorità supe­ri­ori, ossia da Hitler, che qui ci dove­va essere la dife­sa ad oltran­za. E questo lo so con certez­za per­ché, dopo uno di questi col­lo­qui con gli uffi­ciali, entran­do nel suo appar­ta­men­to, il Padre Abate mi disse, piangen­do: «qui sarà tut­to dis­trut­to!». Questo mi colpi molto. Nel­la mia mente si affac­ciò l’episo­dio di San Benedet­to che, un giorno, un cit­tadi­no di Cassi­no, Teo­drobo, venne a vis­itare e lo tro­vò che piange­va. «Per­ché pian­gi?», gli chiese. E San Benedet­to rispose: «Per­ché questo luo­go che ho costru­ito con tan­to amore sarà dis­trut­to. Però saran­no salve le ani­me». E questo si è ver­i­fi­ca­to in ques­ta dis­truzione. Per­ché il Padre Abate mi disse: «qui sarà tut­to dis­trut­to!». Io gli dis­si qualche paro­la d’in­cor­ag­gia­men­to e che sarei sta­to con lui fino all’ul­ti­mo. E si è ver­i­fi­ca­to che il bom­bar­da­men­to ha dis­trut­to rad­i­cal­mente il Monas­tero. Però, tut­ti salvi. Se Don Euse­bio è mor­to, è mor­to per malat­tia infet­ti­va con­trat­ta per assis­tere i rifu­giati.

D — Com’è che si è deciso a pub­bli­care questo diario a 37 anni di dis­tan­za dagli avven­i­men­ti in esso reg­is­trati e non pri­ma, dici­amo all’in­do­mani del­l’even­to bel­li­co quan­do esso avrebbe potu­to cos­ti­tuire, tra le altre, innu­merevoli pub­bli­cazioni e tra i molti memo­ri­ali dei coman­dan­ti degli eserci­ti che qui com­bat­terono il Vostro pun­to di vista, il pun­to di vista di Mon­te­cassi­no sul­lo scem­pio che si era fat­to del Monas­tero?

R — Dopo la guer­ra, imme­di­ata­mente dopo la guer­ra, nel­la mia per­ma­nen­za a Roma, io ho sem­pre rifi­u­ta­to di dare inter­viste. Anche quan­do sono sta­to molto pre­mu­to, non ho mai dato nes­suna inter­vista. Però, quan­do è fini­ta l’e­mer­gen­za, allo­ra io ho dato il mio diario che era sta­to ritrova­to qui a Mon­te­cassi­no, almeno nel­la parte essen­ziale, a Don Tom­ma­so Lec­cisot­ti. O, meglio, io ho fat­to un rias­sun­to che lui ha poi pub­bli­ca­to nel suo libro ‘Mon­te­cassi­no’»; pro­prio la parte degli avven­i­men­ti accadu­ti nel Monas­tero pri­ma del­la dis­truzione. Quin­di la pre­sa di posizione di Mon­te­cassi­no era già ben chiara sin dal­la pri­ma edi­zione di questo libro. Io per­ché ho atte­so sino­ra? Sic­come una vol­ta era­no ques­tioni mie, di sen­ti­men­ti interni, ho cer­ca­to sem­pre di evitare di pub­bli­care inte­gral­mente il ‘diario’. Mi son deciso adesso, più avan­ti negli anni, per­ché il mon­do conoscesse con esat­tez­za quel­lo che era accadu­to den­tro il Monas­tero. Per­ché noi, in quel­l’e­poca lì; erava­mo pro­prio iso­lati in ter­ra di nes­suno. Sen­za radio, sen­za nes­suna comu­ni­cazione, sen­za niente.

D — Come e quali era­no i rap­por­ti tra voi, monaci ai Mon­te­cassi­no, e gli uffi­ciali tedeschi incar­i­cati del­l’e­vac­uazione dei ‘tesori’ cus­todi­ti nel­l’Ab­bazia ed era­vate cer­ti che questi ‘tesori’ si sareb­bero fer­mati a Roma o temevate, in cuor vostro, che sareb­bero pros­e­gui­ti per la Ger­ma­nia? Cioè, questi uffi­ciali tedeschi vi davano una qualche garanzia sul buon esi­to del­l’e­vac­uazione o no?

R — Per quan­to riguar­da tut­ti i ‘tesori’, e quel­li nos­tri e quel­li affi­dati dal­lo Sta­to all’A­bate di Mon­te­cassi­no, pos­so dire che i tedeschi si pre­sen­tarono a nome del Gov­er­no ital­iano e che l’A­bate Dia­mare fu molto lungimi­rante per­ché, ad esem­pio, in una nos­tra riu­nione pri­ma del­l’e­vac­uazione, egli si oppose a chi inten­de­va ‘dividere’ questo ‘tesoro’, affer­man­do che, rima­nen­do tut­to uni­to, sarebbe sta­to cus­todi­to con mag­giore atten­zione e ciò a tut­to van­tag­gio del­la civiltà. Il prob­le­ma più pesante per noi era però cos­ti­tu­ito dal fat­to che il Gov­er­no Ital­iano ci ave­va affida­to dei tesori ines­tima­bili, mai preve­den­do che la dife­sa ad oltran­za si sarebbe sta­bili­ta pro­prio a Cassi­no. Non denun­ci­ammo ai tedeschi la pre­sen­za di questi tesori, rius­cen­do ad occul­tar­li con degli strat­a­gem­mi. E tut­to andò per il meglio. Pos­so dire che durante l’e­vac­uazione i tedeschi sono sta­ti dis­ci­plinatis­si­mi. Ricor­do che quel­li del­la Göring por­ta­vano queste grosse e pesan­ti casse del Museo di Napoli sen­za sapere quel­lo che c’era den­tro e dice­vano: ‘Noi por­ti­amo qui la sto­ria del­la Ger­ma­nia, del sacro Romano Impero!’. E lo face­vano, però con un sen­so di grande dis­ci­plina. Ed è anche gius­to che si dica che sono sta­ti sem­pre a nos­tra dis­po­sizione. Se i tedeschi ave­vano inten­zione di portare il ‘tesoro’ in Ger­ma­nia, noi questo non lo sape­va­mo. Abbi­amo scop­er­to dopo che era loro inten­to far­lo risalire sem­pre più al nord, man mano che il fronte avan­za­va. per­ché non inten­de­vano asso­lu­ta­mente las­cia­r­lo nelle mani degli alleati. Poi però tut­to il ‘tesoro’ venne cus­todi­to a Roma, a Cas­tel S. Ange­lo. dove la con­seg­na venne fat­ta in maniera solenne. Ma questo noi che erava­mo a Mon­te­cassi­no l’ab­bi­amo saputo dopo. Cir­ca i rap­por­ti con i tedeschi devo aggiun­gere che quan­do si è trat­ta­to del­l’e­vac­uazione del­la popo­lazione le dis­po­sizioni che essi ave­vano era­no sev­eris­sime. Anzi, poiché noi ave­va­mo una pic­co­la scor­ta di gen­dar­mi, che ave­va­mo chiesto noi stes­si per comu­ni­care col coman­do tedesco, questi qualche vol­ta ci han­no pro­tet­to dai loro stes­si com­mili­toni.

D — Gli alleali ritenevano che l’Ab­bazia venisse sfrut­ta­ta dai tedeschi come postazione strate­gi­ca che l’Abbazia venisse sfrut­ta­ta dai tedeschi come postazione strate­gi­ca che con­sen­ti­va loro il con­trol­lo del­la vas­ta pia­nu­ra che si apre alla con­fluen­za del­la valle del Rapi­do con quel­la del Liri. Tra gli altri, per citare uno dei più noti, Alexan­der scrive, nel rap­por­to sul­la Cam­pagna d’I­talia, che il Monas­tero era sta­to, fino a quel momen­to, ovvero sino al 15 feb­braio 1944, delib­er­ata­mente risparmi­a­to «con nos­tro grave dan­no», men­tre face­va parte inte­grante del­la dife­sa ger­man­i­ca. Del resto, nel­lo stes­so volan­ti­no lan­ci­a­to dagli alleati sul Monas­tero il 14 feb­braio, giorno prece­dente il bom­bar­da­men­to, si legge: «Noi abbi­amo sino­ra cer­ca­to in tut­ti i modi di evitare il bom­bar­da­men­to di Mon­te­cassi­no. I tedeschi han­no saputo trarre van­tag­gio da ciò». Ora, tan­to nel «diario» che nel­la nota dichiarazione scrit­ta solo qualche ora dopo il bom­bar­da­men­to dal­l’A­bate Don Gre­go­rio Dia­mare sul­l’Altare del­la Tor­ret­ta, si ha invece la certez­za, che è poi la pura ver­ità, che, per citare Don Gre­go­rio Dia­mare, «nel recin­to di questo Sacro Monas­tero non vi sono sta­ti mai sol­dati tedeschi». Le chiedo: sec­on­do Lei. gli alleati era­no davvero con­vin­ti che i tedeschi si servis­sero del Monas­tero o altro non fu. ques­ta loro ‘con­vinzione’ che una buona scusa per dis­trug­gere Mon­te­cassi­no ed accor­cia­re, cosi, la stra­da per Roma, stra­da che, invece, forse pro­prio in segui­to al bom­bar­da­men­to del­l’Ab­bazia si allungò di almeno altri tre mesi?

R — Io non voglio entrare nelle cose di alla strate­gia mil­itare, anche per­ché non sono com­pe­tente. Devo dire, però, che i tedeschi ave­vano mina­to tut­ta la pia­nu­ra. Ave­vano stu­di­a­to tutte le postazioni del­la artiglieria, per cui ogni vol­ta che spar­a­vano, spar­a­vano a colpo sicuro. E dice­vano: ‘Non passer­an­no!’. Gli alleati, dunque, non pote­vano pas­sare per Cassi­no per­ché era un pun­to for­ti­fi­catis­si­mo, anche per la con­for­mazione del ter­ri­to­rio. Ora, io cre­do che, sic­come loro non rius­ci­vano a pas­sare di qui dopo vari ten­ta­tivi, allo­ra essi davano la col­pa a questo car­ro arma­to che era il Monas­tero. Cioè, che se avessero con­tin­u­a­to a por­tar rispet­to al Monas­tero, non avreb­bero potu­to usare tutte le loro armi. Sec­on­do me, è sta­ta una ques­tione psi­co­log­i­ca: ‘non pos­si­amo pas­sare; allo­ra bom­bar­diamo il Monas­tero!’ Sen­za sapere, come avreb­bero poi det­to gli esper­ti mil­i­tari, che, dis­truggen­do il Monas­tero, i monaci non ci pote­vano più rimanere. E poi fini­va il fat­to morale. Cioè che i tedeschi non pote­vano entrare nel Monas­tero sin quan­do c’era l’A­bate. E i tedeschi han­no avu­to sem­pre rispet­to di questo. Quin­di, con questo bom­bar­da­men­to, gli alleati han­no dato un’ar­ma ai tedeschi e nel­lo stes­so tem­po han­no com­pi­u­to un grosso errore strate­gi­co per­ché sot­to le mac­erie ci si difende più facil­mente che in un edi­fi­cio. Cos­ic­ché, aven­do l’A­bate con i monaci dovu­to abban­donare il Monas­tero, delle rovine di questo pre­sero pos­ses­so i tedeschi che, ripeto, pri­ma del­la dis­truzione, non era­no mai sta­ti nel Monas­tero. Ma gli alleali lo capirono solo a dis­truzione avvenu­ta anche se a loro risul­tavi che pri­ma del bom­bar­da­men­to dal Monas­tero non parti­va nes­sun colpo e che nes­sun solda­to tedesco occu­pa­va il sacro edi­fi­cio come poi ha anche con­fer­ma­lo in un suo scrit­to il gen­erale Clark. D’al­tro can­to, vi è la con­tro­pro­va. La pri­ma offen­si­va del 15 feb­braio fal­lì per­ché i tedeschi, avver­ti­ti da noi, dopo che gli alleati ave­vano lan­ci­a­to i volan­ti­ni in cui annun­ci­a­vano il bom­bar­da­men­to, si riti­rarono dal fronte e pre­sero poi subito posizione una vol­ta fini­to il bom­bar­da­men­to. Di modo che quan­do gli alleati fecero l’as­salto, trovarono i tedeschi pron­ti ad aspet­tar­li, per cui fal­li l’of­fen­si­va del 15 feb­braio. E i tedeschi sono sta­ti cosi cor­ret­ti che loro non han­no pre­so pos­ses­so mil­itare delle rovine del Monas­tero fin tan­to che vi è sta­to l’A­bate den­tro. Ques­ta è sto­ria. Inter­pre­tatela come volete, ma ques­ta è sto­ria.

R — Cosa provaste quel lunedì 14 feb­braio 1944 quan­do alcu­ni gio­vani vi poet­arono quei volan­ti­ni piovu­ti dal cielo, ind­i­riz­za­ti agli «ami­ci ital­iani» e fir­mati «La Quin­ta Armala» che altro non era­no se non la semen­za che dec­re­ta­va la fine di Mon­te­cassi­no?

R — Fu un gran­dis­si­mo sgo­men­to, per noi. Purtrop­po si ver­i­fi­ca­va la pro­fezia dell’Abate Dia­mare: ‘tut­to sarà dis­trut­to’. Avver­tim­mo la popo­lazione, provatis­si­ma. Non si sape­va cosa fare. Né noi sape­va­mo cosa indi­care loro. Una situ­azione quan­to mai peno­sis­si­ma: se usci­amo, c’è la guer­ra dal­l’uno e dal­l’al­tro lato; se rima­ni­amo, qui ci bom­bar­dano tut­to. Non sape­va­mo, con migli­a­ia di per­sone che era­no qua den­tro, cosa fare. Una situ­azione peno­sis­si­ma…

D — Mart­edì 15 feb­braio 1944. Sono da poco pas­sate le 8,30. La preghiera a un trat­to viene cop­er­ta da una «tremen­da esplo­sione» Nel «diario» si par­la pro­prio di «tremen­da esplo­sione». Ecco, Padre, Le chiedo un ricor­do di quel tragi­co mart­edì. Il vostro sta­to d’an­i­mo in quel­lo che dove­va essere un infer­no.

R — Noi erava­mo nel nos­tro rifu­gio e dice­va­mo il divi­no uffi­cio. Pro­prio nel mez­zo di una guer­ra san­guinosis­si­ma, direi che noi erava­mo tran­quil­li nel nos­tro rifu­gio a pre­gare il Sig­nore a nome del­la Chiesa. E pro­prio durante l’uf­fi­cio divi­no avvenne lo scop­pio del­la pri­ma bom­ba. Poi seguirono le altre. Noi ci inginoc­chi­ammo a dire la nos­tra preghiera al Sig­nore – ‘suscipe me, Domine, sccun­dum elo­quium tuum…’ — la nos­tra for­mu­la, la nos­tra pro­fes­sione solenne. E aspet­tava­mo che si aprisse la vol­ta. L’A­bate era rit­to, in pie­di. Noi in ginoc­chio. Qua­si come la morte di San Benedet­to. Mi venne in mente la morte di San Benedet­to, che morì in pie­di, sostenu­to dai suoi dis­ce­poli. Ma l’A­bate Dia­mare, suc­ces­sore di San Benedet­to, era lui a sostenere noi, moral­mente. È questo, insieme all’al­tro di quan­do io andai dal­l’A­bate che mi disse ‘qui sarà tut­to dis­trut­to’, il ricor­do che più mi è rimas­to impres­so nel­la mente. Il ricor­do del bom­bar­da­men­to in cui ognuno di noi ha fat­to espe­rien­za del­la morte.

D — Las­cian­do da parte la guer­ra, vor­rei chieder­Le qualche chiari­men­to su un episo­dio rac­con­ta­to nel «diario». Il pri­mo, anno­ta­to sot­to la data del 4/8 novem­bre, riguar­da il Colon­nel­lo Schegel sal­i­to in quei giorni a Mon­te­cassi­no «per con­gedar­si defin­i­ti­va­mente dal P Abate». Al momen­to del com­mi­a­to, si legge nel «diario», «gli è sta­ta regala­ta un’al­tra delle bot­tiglie quar­an­ten­ni». Sono, ovvi­a­mente, queste «bot­tiglie quar­an­ten­ni» a destare la mia curiosità.

R— Per quel che riguar­da le bot­tiglie, nel­la can­ti­na c’er­a­no delle bot­tiglie di vino vec­chio. In talune occa­sioni, per qualche ospite di riguar­do, si apri­vano di queste bot­tiglie che, in quel­la occa­sione, l’A­bate Dia­mare volle donare al colon­nel­lo Schegel: in tem­po di guer­ra, anzi, pro­prio sul fronte, non pote­va esservi dono più gra­di­to di una bot­tiglia di vino, di quel­lo vig­oroso.

D — Nel libro ‘Il bom­bar­da­men­to di Mon­te­cassi­no’ vi sono moltissime foto. Sono fotografie, alcune delle quali già note, che, impag­i­nate così come lo sono state, dan­no una sen­sazione viva e pal­pi­tante dei momen­ti che han­no immor­ta­la­to, svilup­pan­do visi­va­mente gli avven­i­men­ti nar­rati nel libro. Questi avven­i­men­ti pos­sono cat­a­log­a­r­si in tre tem­pi ben pre­cisi: l’evacuazione dei tesori d’arte da Mon­te­cassi­no ed il loro arri­vo a Roma; il viag­gio ver­so Roma, ver­so Sant’Anselmo, di Don Gre­go­rio Dia­mare, accan­to al quale Ella è costan­te­mente pre­sente; i dram­mati­ci flash del Monas­tero, di Mon­te­cassi­no durante e dopo la dis­truzione. Immag­i­ni, quest’ ultime, di sgo­men­to, di des­o­lazione, di morte. Par­ti­co­lari dei chiostri, dei colon­nati, dei dip­in­ti che doc­u­men­tano tut­ta la grav­ità del­la trage­dia. Poi, pri­ma del­l’ul­ti­ma, quel­la che illus­tra la ricostru­i­ta Abbazia, due foto che, sebbene mostri­no in prevalen­za mac­erie su mac­erie, sono, forse, i pri­mi doc­u­men­ti del­la vita che tor­na, dopo la quar­ta dis­truzione, sul Sacro Monte. Di Mon­te­cassi­no che rinasce come faro del­la Cris­tian­ità, di Mon­te­cassi­no che rinasce come faro del­l’arte e del­la cul­tura. Nel­la pri­ma delle due foto, infat­ti, sul des­o­la­to sepol­cro di San Benedet­to s’in­nalza di nuo­vo l’Os­tia di pace; nel­la sec­on­da, invece, qua­si appare tra le mac­erie l’u­mile cap­pel­la che si ele­va sul sepol­cro del San­to al pos­to del­la maestosa Basil­i­ca. Lì per lì. a voi che a Mon­te­cassi­no tor­naste subito dopo la guer­ra, tra quelle mac­erie, la rinasci­ta sem­brò impos­si­bile o già ave­vate la certez­za di ridare a San Benedet­to la sua Casa?

R — Quan­do io ritor­nai con l’A­bate Dia­mare a Cassi­no e a Mon­te­cassi­no, ogni vol­ta che io sta­vo a Cassi­no e guar­da­vo il Monas­tero, era una cosa quan­to mai dolorosa. Uno schi­anto al cuore, vedere sul cocuz­zo­lo del­la mon­tagna solo mac­erie e non più l’Ab­bazia. Si ricostru­irà il Monas­tero nel­la sua grandez­za mon­u­men­tale o si dovrà aspettare molto, molto tem­po’? Era­no tut­ti inter­rog­a­tivi ai quali noi non pote­va­mo rispon­dere. Però ave­va­mo ques­ta certez­za: sot­to quelle mac­erie c’era la tom­ba di San Benedet­to e sicu­ra­mente da quel­la tom­ba sarebbe di nuo­vo usci­ta la vita. Come difat­ti è avvenu­to.

© Costan­ti­no Jadeco­la, 1984.


One Reply to “DENTRO LA STORIA, CON DON MARTINO MATRONOLA

  1. Sem­pre con emozione ricor­do quei tragi­ci momen­ti e li riv­i­vo tre­man­do!
    Ero bam­bi­na, vive­vo a Roma, ma arriva­vano notizie del fronte a metà stra­da fra Roma e Napoli
    Appun­to Monte Cassino.tragedie da cui però la vita è rina­ta anco­ra più forte e l’Abazia è più forte e bel­la di pri­ma.

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