45 / LA NOSTRA GUERRA / SE DIO VUOLE, È DAVVERO FINITA!

45 / LA NOSTRA GUERRA / SE DIO VUOLE, È DAVVERO FINITA!

Frosi­none è il ven­tisettes­i­mo capolu­o­go di provin­cia lib­er­a­to dal 10 luglio 1943 ed il sec­on­do, dopo Lit­to­ria, dall’inizio del­la battaglia avvi­a­ta la notte dell’11 mag­gio.

Padre Francesco Tatarel­liè il fedele cro­nista di questo avven­i­men­to: «Final­mente il pri­mo giug­no le truppe alleate si mossero ver­so la nos­tra cit­tà. Scen­de­vano da S. Lib­er­a­tore a file indi­ane: una d’Inglesi, una di Canade­si e una di Amer­i­cani. Pro­cede­vano cau­ta­mente, lenti come per una passeg­gia­ta, col fucile imbrac­cia­to, men­tre dal cielo a bas­sa quo­ta li sorveg­li­a­va un eli­cot­tero. Un’altra colon­na pen­etrò in cit­tà dal­la via Casili­na. La coman­da­va un tenenti­no inglese. Ma non appe­na egli con i suoi sol­dati oltrepassò la cur­va Zal­loc­co, un cecchi­no tedesco nascos­to fra i rud­eri, lo colpì in fronte con una pal­lot­to­la. Il povero uffi­ciale morì sul colpo. Tut­ti detes­tarono l’atto crudele e vigli­ac­co, tan­to più che quel­la ennes­i­ma vit­ti­ma non avrebbe di cer­to min­i­ma­mente influito a mutare le sor­ti del­la guer­ra. La salma del gio­vane fu sepol­ta provvi­so­ri­a­mente fra le piante del mar­ci­apiede dell’attuale Via del­la Repub­bli­ca, pro­prio di fronte al cin­e­ma Excel­sior. Vi ho vis­to spes­so per­sone fer­mar­si pen­sose in preghiera, finché la salma non fu rimossa.

«Fug­gi­ti i Tedeschi e arrivati gli Anglo-Amer­i­cani, vi fu in tut­ta la zona una irrefren­abile esplo­sione di gioia e di entu­si­as­mo. Era ces­sato l’incubo dei bom­bar­da­men­ti, delle depor­tazioni e delle razz­ie. Tut­ti gli sfol­lati uscirono dai loro rifu­gi, dalle grotte, dalle tane, ove ave­vano trova­to una pre­caria pro­tezione con­tro i peri­coli del­la guer­ra. E nell’euforia del­la lib­er­azione dimen­ti­ca­vano per un momen­to le tragiche gior­nate di morte”.

Tut­ta la zona dei mon­ti Lep­i­ni viene lib­er­a­ta. Ed a Moro­lo, anzi, non si perde tem­po e già il pri­mo giug­no, a lib­er­azione anco­ra in cor­so, il locale C.L.N. nom­i­na sin­da­co Ger­mano Maroc­co

Sem­pre a Moro­lo, nonos­tante i maroc­chi­ni abbiano ormai pre­so pos­ses­so del­la situ­azione, alcu­ni tedeschi si dan­no da fare con una bat­te­ria posizion­a­ta nei pres­si del­la stazione e ciò sino al 2 giug­no quan­do, sopraf­fat­ti da un mag­gior vol­ume di fuo­co di alcune bat­terie alleate, non deci­dono di andare a «cer­care aria più igien­i­ca».

In quei pri­mi due giorni di giug­no la guer­ra si riac­cende anche in con­tra­da Fontana di Vari­co, tra Sgur­go­la e Moro­lo, e Fontana del Pesco dove, del­la lot­ta tra tedeschi e maroc­chi­ni, ne fa le spese Maria Giglimen­tre la figlia Anto­nia, una bam­bi­na, perde­va un brac­cio. Muoiono anche, ma in con­tra­da Mura­ta,Gio­van Bat­tista Tozzi eLoren­zo Masil­li, quest’ultimo «sor­do­mu­to dal­la nasci­ta e per­ciò impos­si­bil­i­ta­to di udire e di ottem­per­are agli altolà lan­ci­atigli dalle pat­tuglie in per­lus­trazione”.

Ma quale è il com­por­ta­men­to dei maroc­chi­ni, a Moro­lo?

Risponde don Anto­nio Bion­di: «For­tu­nata­mente, qui i maroc­chi­ni non ebbero modo di com­piere tutte quelle sconce laidezze che ave­vano com­pi­u­to in altri pae­si a noi vici­ni. A Moro­lo le donne era­no in mas­si­ma parte o in paese o in cam­pagna rac­colte in grup­pi numerosi insieme ai loro uomi­ni. Ma tutte le povere donne sor­p­rese iso­lata­mente in cam­pagna o in mon­tagna dovet­tero subire l’onta degli istin­ti feri­ni di quegli esseri inu­mani».

È lo stes­so cap­pel­lano capo del­la divi­sione francese a sol­lecitare i sac­er­doti locali a far sì che tutte le donne vengano rac­colte in paese. Ma quan­do il sug­ger­i­men­to arri­va, «i maroc­chi­ni ave­vano fat­to tut­to quan­to ave­vano potu­to fare”. Né si pla­cano dopo l’arrivo del­la polizia mil­itare francese. Scrive anco­ra don Anto­nio Bion­di: «Alcune di queste prodezze, come quelle oper­ate nel­la con­tra­da Sel­va, furono di ribut­tante infamia. Qua­si non bas­tasse, i maroc­chi­ni com­ple­tarono le loro losche imp­rese con fur­ti di denaro, di ogget­ti preziosi, di biancheria e perfi­no di uten­sili di can­ti­na e di cuci­na per­fet­ta­mente inutili per essi. 

«Furono visti dei maroc­chi­ni cam­minare bar­col­lan­ti sot­to il peso enorme di tavoli­ni, sedie, cal­daie, forche, alari, fer­ra­men­ta di ogni genere e specie. Che cosa poi ne abbiano fat­to di tut­ta quel­la roba solo Allah può saper­lo».

Tut­to ciò crea nat­u­ral­mente scom­piglio fra la popo­lazione buona parte del­la quale è costret­ta di nuo­vo a tornare in paese dal­la cam­pagna, anche per­ché, preclu­so ai maroc­chi­ni sui quali, per­al­tro, la polizia mil­itare ha dis­po­sizione di sparare a vista in caso di fla­gran­za di reato. Il che non avviene mai anche se, ma per altre cause, una trenti­na di loro perde la vita in ter­ri­to­rio di Moro­lo. «Per alcu­ni giorni anco­ra Moro­lo tornò ad essere un car­a­vanser­raglio. Per le sue vie si aggi­ra­vano pecore, asi­ni, maiali, galline, muc­che. Una vera arca di Noè”. Ma i maroc­chi­ni barat­tano anche. E quan­do non han­no più nul­la da dare offrono bus­tine di the di cui sono rifor­ni­ti dagli amer­i­cani. Ed è pro­prio gra­zie ai maroc­chi­ni, scrive don Anto­nio Bion­di, «se parec­chi nos­tri concit­ta­di­ni fecero conoscen­za con il thè e app­re­sero a preparar­lo e a berlo con gus­to facen­dosene una gra­di­ta bevan­da divenu­ta in segui­to abit­uale». 

Il pri­mo giug­no è anche il giorno del­la lib­er­azione di Casamari. Scrive don Lui­gi De Benedet­tiche “ver­so le 2 si trema come se fos­se il ter­re­mo­to. Tutte le finestre restano sen­za vetri: il ponte è salta­to in aria! Alle 5,30 uno spez­zone cade sul­la Cap­pel­li­na del Novizia­to dove Don Pao­lo cel­e­bra. Il can­noneg­gia­men­to è ces­sato. Alle 8 la clausura è occu­pa­ta da truppe indi­ane che entra­no da tutte le par­ti. Il ponte non viene riat­ti­va­to ma si fa uno spi­ano a destra e a sin­is­tra così le mac­chine pas­sano lo stes­so dirette a Veroli e a Frosi­none”.

La riti­ra­ta tedesca ha un rit­mo accen­tu­a­to specie sul­la stra­da per Fiug­gi. Ad Ala­tri, anno­ta Ange­lo Sac­chet­ti Sas­set­tiil pri­mo giug­no, «Ore 6,30: lun­go mitraglia­men­to ver­so sud-nord (Frosi­none-Guar­ci­no). Ques­ta notte: fis­chi­ano le palle. Tolte le bat­terie con­traeree. I Tedeschi con bestie pron­ti a par­tire. Ore 13,05: mitraglia­men­to a Pitoc­co. I con­ta­di­ni con­tin­u­ano il sac­co alle Piagge. Il can­none, più o meno vici­no, tuona sem­pre. Con­tin­u­ano a sen­tir­si bombe e mitraglia­men­ti». 

Pros­eguono, intan­to, i bom­bar­da­men­ti aerei alleati. Bombe cadono su Torre Cai­etani e su Triv­igliano dove colpis­cono local­ità «Tre Fontane demolen­do parte di alcune case, San Gio­van­ni e in min­i­ma parte altre con­trade”. Scrive Ennio Qua­tranache «in ques­ta fase destò impres­sione la bar­bara ucci­sione da parte dei nazisti di Graziani Naz­zareno».

Se parte dell’ottava arma­ta, con i france­si, pros­egue nell’azione di “ras­trel­la­men­to” sui mon­ti Lep­i­ni, fino a Sgur­go­la, altri ele­men­ti del­la stes­sa arma­ta pun­tano su Fer­enti­no, Ala­tri e Veroli dopo aver già occu­pa­to Monte San Gio­van­ni Cam­pano, Ripi e Tor­rice.

A Sgur­go­la, quan­do arrivano i “lib­er­a­tori”, cioè i maroc­chi­ni, è anco­ra l’alba del 2 giug­no: per tut­ta la notte c’è sta­ta una vio­len­ta scher­maglia fra le opposte artiglierie che ha provo­ca­to mor­ti e dan­neg­gia­to case. Come “gov­er­na­tore” del comune viene inse­di­a­to un uffi­ciale amer­i­cano, il quale, dopo pochi giorni, nom­i­na sin­da­co il prof. Fab­rizio Tren­to.

Uffi­cial­mente sono tre i civili vit­time dei tedeschi durante la loro occu­pazione ma di essi solo Umber­to Reali è ucciso vera­mente dai nazisti. Per gli altri due, i più sospet­tano altre ver­ità.

Anche a Fer­enti­no è anco­ra l’alba quan­do le truppe alleate fan­no il loro ingres­so in cit­tà. Giuseppe Cop­potel­liscrive che appe­na «alcu­ni nos­tri concit­ta­di­ni videro avan­zare, con gius­ti­fi­ca­ta cir­cospezione, le avan­guardie canade­si, subito andarono loro incon­tro salu­tan­dole con man­i­fes­tazioni di giu­bi­lo. Piangen­do e riden­do insieme, uomi­ni e donne, vec­chi e bam­bi­ni si pre­cip­i­tarono ad abbrac­cia­re i tan­to atte­si ‘lib­er­a­tori’. Ma di quel­la gioia bisog­na­va pur far parte­cipi gli ami­ci e i conoscen­ti. Ed allo­ra il gri­do ‘Hau arrivati, hau arrivati’ si sparse di valle in valle. E tut­ti esul­tarono, tut­ti furono con­tenti. Era la fine di un incubo, era la cosciente con­sapev­olez­za di essere sfug­gi­ti alla morte, era uno spi­raglio di sper­an­za che si apri­va nel cielo tem­pestoso di una immane cat­a­strofe”. 

Su ciò che quel giorno accade ad Ala­tri, c’è il con­sue­to diario di Ange­lo Sac­chet­ti Sas­set­ti: «Mat­ti­no: cir­ca otto can­nonate ingle­si con­tro il cam­panile di S. Pao­lo (rotte tre cam­pane tra cui quel­la dona­ta nel 1932 da P. Lui­gi Pietrobono), per sospet­to che ci sia qualche spia. Un Tedesco, pres­so Vicero, uccide Tom­masi­no Cian­froc­ca, men­tre, richiesto, fa l’atto di pren­dere in tas­ca la chi­ave per aprir­gli la stal­la (morte di un altro con­tadi­no). Tedeschi ubri­achi get­tano due bombe a mano pres­so il rifu­gio di Bellincampi, fat­to sot­to una rupe pres­so Vicero. Vari episo­di di vio­len­za: un tedesco toglie l’orologio e denaro ad Arcan­ge­lo Catal­di. È dis­pos­to a resti­tuire tut­to se gli dà per dieci minu­ti una figlia. Dis­per­azione dei gen­i­tori. La richi­es­ta non ha segui­to. Can­nonate ingle­si con­tro il palaz­zo Stam­pa, il cui androne è occu­pa­to da cir­ca 150 rifu­giati, in gran parte sfol­lati. Gl’inglesi sospet­tano che si trat­ti di tedeschi. Il con­te Car­lo Stam­paman­da una per­sona a ras­si­cu­rar­li. Non è cre­du­to. Man­da di nuo­vo con vino. Si per­suadono. Fan­te­ria Inglese, alle ore 17,15, entra da Por­ta­di­ni, alle 21,15 da Via Cesare Bat­tisti».

A Guar­ci­no, scriveGiu­liano Flori­di, «il peg­gio venne con la riti­ra­ta, allorché le truppe tedesche fecero saltare varie abitazioni del paese, tra cui il palaz­zo comu­nale, con l’archivio che rimase grave­mente dan­neg­gia­to, la casa del­la famiglia D’Ercole di via dell’Annunziata, la casa del­la famiglia Pic­car­do e l’antica casa dei Patrasso all’inizio di via dell’Aringo, forse tra i più sig­ni­fica­tivi edi­fi­ci del paese, di pro­pri­età del­la par­roc­chia di S. Nico­la, nonché le case Fiore-D’Ercole e dell’avv. Inno­cen­zo Flori­disul­la via Romana. La popo­lazione sfol­lò qua­si intera­mente rifu­gian­dosi nell’eremo di S. Agnel­lo e dor­men­do all’addiaccio nel grande piaz­za­le”.

Il 2 giug­no gli alleati entra­no a Veroli e, sem­pre quel­lo stes­so giorno, al con­ven­to dei Carmeli­tani di Cepra­no c’è l’inattesa visi­ta del principe Umber­to di Savoia, accom­pa­g­na­to da due aiu­tan­ti di cam­po.

A Frosi­none, invece, il piaz­za­le del­la chiesa del­la Madon­na delle Gra­zie, scrive padre Francesco Tatarel­li, «fu inva­so da un gran numero di camions, carichi di vet­to­vaglie per la popo­lazione di Frosi­none. Era un lieto andiriv­ieni di sol­dati che scar­i­ca­vano scat­o­la­mi, sac­chi e pac­chi pieni di ogni ben di Dio. S’incominciò subito a dis­tribuire qualche cosa ai pre­sen­ti: quel pane bian­chissi­mo e leg­geris­si­mo di riso, che se seduce­va gli occhi, non accon­tenta­va pien­amente lo stom­a­co avi­do, dopo un lun­go digiuno, di un ali­men­to più sostanzioso».

Quel 2 giug­no anche ad Iso­la Liri, scrive Vin­cen­z­i­na Pinel­li, «com­paiono le prime camionette con a bor­do sol­dati neoze­landesi, che salu­tano la popo­lazione lib­er­ate offren­do in omag­gio tav­o­lette di cioc­co­la­ta e saponette dis­in­fet­tan­ti. Per la nos­tra zona l’incubo del­la guer­ra è fini­to.

«Gli sfol­lati non indugiano un solo istante e subito per le strade si river­sa un’ondata di gente strema­ta, che tra le stanghe di un car­ret­to o a fian­co di un asi­no si avvia a rien­trare nelle pro­prie case.

«Iso­la offre lo spet­ta­co­lo di un paese crudel­mente sfre­gia­to: vuoti nell’abitato, muri squar­ciati, finestre come occhi­aie vuote pon­ti dis­trut­ti. Quel­lo del­la cas­ca­ta è solo un rud­ere, men­tre l’altro si è incli­na­to e la sua tes­ta­ta ovest sfio­ra il liv­el­lo del fiume.

«(…) Ma l’immagine più trag­i­ca è quel­la che offrono le fab­briche e le cen­trali dev­as­tate: sono tutte un’immensa rov­ina e con esse il cuore del paese si è arresta­to”.

Il 3 giug­no, «alle 5,30 una ses­san­ti­na di canade­si entra­no ad Anag­ni, tra l’entusiasmo e la com­mozione del­la gente che dopo nove lunghi mesi tor­na a sor­rid­ere ed a cam­minare felice nel pro­prio paese, addob­ba­to di bandiere nazion­ali».

Paliano, che si vuole lib­er­a­ta dal locale grup­po par­ti­giano il 28 mag­gio, in effet­ti con­tin­ua a trovar­si nell’occhio del ciclone sino ai pri­mi giorni di giug­no. Infat­ti, anco­ra il giorno 3 ven­gono seg­nalate truppe tedesche nel­la zona di San Pro­co­lo che osta­col­ereb­bero l’avanzata allea­ta. 

Dopo una vio­len­ta notte di can­noneg­gia­men­ti, la lib­er­azione di Paliano avviene di fat­to al mat­ti­no del 4 giug­no allorché un plo­tone inglese entra in cit­tà inal­beran­do la bandiera sul­la fines­tra del munici­pio.

Se Dio vuole, è davvero fini­ta! 

(FINE)

© Costan­ti­no Jadeco­la, 1994.


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