33 / LA NOSTRA STORIA / IL BOMBARDAMENTO DI CASSINO

33 / LA NOSTRA STORIA / IL BOMBARDAMENTO DI CASSINO


Nove giorni dopo il bombardamento di Montecassino, cioè il 24 febbraio, avrebbe dovuto scattare l’operazione “Dickens”. Ma nei circostanziati piani degli alleati perché l’operazione possa andare felicemente in porto, abbia, cioè, come risultato l’apertura della strada per Roma, occorrono almeno tre giorni di bel tempo. Ciò, sia per consentire al terreno di rassodarsi e, quindi, di poter sostenere il peso dei carri armati che per avere la migliore visibilità possibile.

Ma il 23 il tempo peggiora e l’operazione deve essere rimandata. Fino a quando, dopo la prima decade di marzo, le condizioni atmosferiche non migliorano e, finalmente, il 14 marzo sono di quelle desiderate perché si possa finalmente dare l’ok.

Cosa accade, intanto? Mercoledì 8 marzo, il Timesriferisce che «sul fronte principale della V armata si sono avuti accaniti scontri di pattuglie in Cassino, dove teniamo circa un terzo della città. I Tedeschi appoggiano le loro pattuglie con fuoco intenso di mortai e di mitragliatrici e con granate. Pattuglie britanniche, scontratesi col nemico nel settore del basso Garigliano, hanno catturato alcuni prigionieri. Il fiume Rapido che attraversa Cassino provenendo da nord, ha aumentato il suo livello di circa un metro negli ultimi tre giorni a causa del disgelo della neve sulle montagne, cui si aggiunge l’apporto di piogge prolungate».

Se l’obiettivo “geografico” dell’operazione “Dickens” è Cassino, quello strategico è costituito dai “diavoli verdi” tedeschi che sono annidati tra ciò che resta della città, sul monte e sulle sue pendici. Quando l’operazione sarà terminata, è l’opinione dei comandanti alleati, essi avranno fatto la fine dei topi, sepolti sotto cumuli di macerie. Ne sono convinti. Come pure sono talmente ansiosi di assistere all’evolversi dell’operazione che vanno a sistemarsi in una casa di campagna dalle parti di Cervaro.

Fred Majdalanyscrive che «poco prima delle 8,30 vi giunsero AlexanderClarkFreybergcome tanti eminenti turisti là convenuti per lo spettacolo del mattino, cioè per osservare l’esperimento.”

Quel 15 marzo è un giorno di sole, così come gli esperti avevano previsto. Ma quello che splende su Cassino già dalle prime ore del mattino viene oscurato da sciami di fortezze volanti alleate.

Christopher Buckley, che è tra quelli che osservano lo “spettacolo” da Cervaro, racconta: «Una dopo l’altra, volute di fumo nero si levavano dalla terra e dalla città, unendosi e salendo a spirale come una foresta tenebrosa, fino a che tre quarti della città furono sepolti da una nube sempre più vasta e più fitta… Appena un’ondata invertiva la rotta per il viaggio di ritorno, la successiva già compariva all’orizzonte, da levante. A volte venivano in formazioni di diciotto, a volte di trentasei… Le vedevo virare e scendere in picchiata, e ogni volta guardavo la nube infernale levarsi e spandersi sulla città… Il nemico taceva, in un silenzio strano, terribile, misterioso. Alle prime due ondate si erano debolmente sentiti pochi colpi di contraerea. Poi più nulla…

«Non ho mai assistito in guerra a uno spettacolo unilaterale di sì grandi proporzioni. Sopra, quei mostri argentei, splendidi, sprezzanti, che, visti dal basso, sembravano compiere la loro missione con uno spirito affatto distaccato; sotto, una città silenziosa che subiva in assoluta passività».

Alla data del 15 marzo, nel diario di un soldato tedesco che segue lo “spettacolo” dalle pendici di Montecassino e che poi verrà preso prigioniero, si legge: «Oggi su Cassino si è scatenato l’inferno. Cassino è a pochi chilometri, alla nostra sinistra. Da qui vediamo bene ogni cosa. Quasi mille aerei bombardano le nostre posizioni a Cassino e sulle montagne. Non vediamo altro che polvere e fumo. I ragazzi che stanno laggiù devono diventare matti. Il suolo trema come se ci fosse il terremoto».

Se questo è lo “spettacolo” visto dal di fuori, ben più drammatico è quello non solo visto dal di dentro ma soprattutto vissuto in prima persona. Come accade al comandate della 7.ma compagnia tedesca, certo Schuster, che testimonia ciò che accadde in quel finimondo in questi termini: «Aspettavamo rassegnati la caduta delle bombe nelle nostre buche. Poi cominciò l’inferno. Il sibilo, lo scoppio e il fracasso dei motori confusi con l’eco che veniva dalle pareti della montagna si trasformò in un frastuono infernale. La terra tremava sotto i colpi. Poi venne il silenzio. Non appena si diradarono un pò la polvere e il fumo, mi precipitai fuori, per raggiungere le altre due postazioni. Caddi nei crateri delle bombe. Mi venne gridato ‘Tutto in ordine’. Improvvisamente comparve la seconda ondata. Non potevo più tornare indietro. Rimasi dov’ero. E di nuovo fu l’inferno. Non potevamo più vederci ma solo sentirci. Intorno a noi c’era il buio e in bocca avevamo terra bruciata. Dissi che sarei tornato e tastai in cerca dell’uscita: rotolai giù per un cratere di bombe. Dovetti farmi strada come nella nebbia, strisciando e saltando; stava avvicinandosi una nuova ondata. I miei uomini mi tirarono a capofitto nella nostra buca. E l’incursione s’interruppe di nuovo. Ancora una volta mi affrettai attraverso il terreno crivellato sopra il quale non si scorgeva il sole.

«Le bombe piovevano da tutte le parti: una mano che sporgeva tra le macerie ne era l’unica muta testimonianza.

«I miei uomini cercavano di leggere nei miei occhi: quando sarebbe giunta la nostra ora? Scoppi e schianti ripresero. Ci aggrappammo alle reciproche spalle tenendo la bocca aperta, istintivamente. Sentivamo soltanto come un calpestio di passi di un gigante colossale. Ma non bastava: l’inferno continuava. Non avevamo più il senso del tempo, ci toccavamo e questo significava che eravamo ancora in vita, 16 uomini. Le macerie continuavano a penetrare nella nostra buca: si respirava con difficoltà. La nostra speranza era di non essere sepolti dalle macerie!

«Subimmo in silenzio e stretti l’uno all’altro i colpi spietati. In quelle ore il cielo perse per noi il suo volto, quel cielo al quale ancora una volta ci eravamo votati, come paracadutisti».

Altra testimonianza drammatica è quella del tenente Jamrowski, «un prussiano incrollabile», comandante della 6.a e della 8.a compagnia. Ecco quel che racconta: «… Lo scoppio e il tuono mi fecero saltar giù dal mio giaciglio. Un portaordini, che si trovava all’ingresso, gridò che 50 o 60 ‘Lightnings’ avevano sganciato le loro bombe. Come un lampo mi attraversò il pensiero: ci siamo! Mentre stavo per precipitarmi all’ingresso della nostra cantina, il portaordini arrivò correndo da lì con un nuovo urlo: ‘Attenzione! Nuovi bombardieri!’, proprio nel momento in cui scoppiavano le prime bombe. Fuori ci doveva essere l’inferno. Non finiva più. Arrendendoci al nostro destino, aspettavamo in uno stato di grande tensione. Una breve pausa… o forse è la fine di questo inferno? Il maresciallo Kubrich, comandante di un gruppo di lanciagranate, raggiunse con un salto il mio posto di comando. Era sfrecciato come una lepre, la pausa era stata appena sufficiente. Riferì che la città aveva completamente cambiato aspetto. Invece di raggiungere il posto di comando per vie tortuose, come prima, ora si poteva seguire la via diretta. Voleva continuare per arrivare alle postazioni dei suoi lancia-granate. Per il momento non era possibile, le bombe piovevano letteralmente; nel nostro rifugio sotterraneo ci sentivamo come un equipaggio di un sommergibile attaccato da bombe di profondità.

«Ecco una pausa più lunga! Gridai: ‘Due portaordini volontari per raggiungere le posizioni x e y’. Si presentarono subito all’uscita il mio fedele accompagnatore caporale Jansen e un portaordini della 8.a compagnia. Jansenera appena guizzato all’aperto, quando una nuova esplosione buttò indietro l’altro portaordini. Improvvisamente ci furono forti esplosioni nelle nostre immediate vicinanze e una bomba colpì in pieno l’uscita della nostra cantina. Per fortuna questa parte dell’edificio crollò lentamente per cui avemmo la possibilità di metterci in salvo dall’altra parte del nostro carcere. Rimasero tuttavia sepolte qualche arma e delle munizioni.

«Eccoci ora intrappolati! Una candela accesa illuminava l’ambiente: sedevamo mogi mogi sulle macerie. Ora sembrava che le detonazioni provenissero da più lontano. ‘Avanti! Sgomberiamo le macerie, dobbiamo uscire da qui!’ Cominciammo a scavare per togliere di mezzo terra e macerie. Il tempo passava ma ne avevamo perso la nozione. ‘Ce la faremo a uscire da qui?’ A volte questo interrogativo paralizzava i camerati, essi si sentivano stanchi e sfiniti. Anch’io dovetti combattere violentemente contro l’apatia che si impadroniva di me. Finalmente, dopo aver faticato parecchio, sembrò che fossimo riusciti nel nostro intento, ma nuove macerie precipitarono dentro e annullarono tutto il nostro lavoro. Ma non ci perdemmo d’animo. Dovevamo forse crepare lì dentro come topi? Cominciammo di nuovo a scavare, per molte ore. Finalmente riuscimmo ad aprire una piccola fessura, ma c’erano ancora dei blocchi di pietra che ci ostacolavano e non li potevamo sgombrare con le nostre forze. Nello stretto passaggio poteva lavorare un solo uomo alla volta. Chiamammo per farci sentire da altri camerati, e per fortuna fummo uditi da due portaordini dello stato maggiore del battaglione, che stavano proprio cercandoci. Dal di fuori ci aiutarono a liberare l’ingresso. Dopo 12 ore di sepoltura riuscii a farmi strada all’aperto attraverso la stretta apertura. Fuori era buio. Non mi orientavo più in quel mucchio di macerie quale era diventata Cassino! 

Per provocare questo terremoto artificiale gli alleati hanno messo insieme la più ingente flotta aerea mai utilizzata sul teatro di guerra all’interno del Mediterraneo: si parla di 775 aerei, di cui 575 bombardieri medi e pesanti e 200 caccia e caccia bombardieri che lasciarono cadere oltre 1.000 tonnellate di bombe, secondo la versione alleata, 1.250, secondo quella tedesca o, addirittura, 2.500 secondo altre numerose fonti.

Scrive Rudolf Böhmlerche «caccia e cacciabombardieri scelsero come obiettivi l’artiglieria tedesca, i ponti sul Liri, l’aeroporto di Aquino, l’anfiteatro e la stazione di Cassino, i centri di rifornimento di Pignataro, S. Giorgio, Pontecorvo e Ceprano. Con grande sorpresa e sollievo del presidio del Convento, l’Abbazia non venne bombardata. Fu un grave errore, poiché i soffitti e le volte che erano rimasti indenni non avrebbero resistito ad un nuovo bombardamento. I difensori sarebbero rimasti bloccati per molto tempo e gli indiani avrebbero potuto conquistare il monte di San Benedetto senza incontrare troppe difficoltà». 

Se ciò che resta di Montecassino stavolta non viene nemmeno scalfito, al contrario, scrive Majdalany, «una formazione, scambiando Venafro, distante 25 chilometri, per Cassino, vi sganciò le sue bombe, causando 140 vittime civili. Un’altra colpì un ospedale militare marocchino, uccidendo o ferendo 40 soldati. Quarantaquattro vittime vi furono fra le artiglierie alleate. E, quasi a significare che la legge vale tanto per i ricchi che per i poveri, un grappolo di bombe colpì il comando dell’ VIII armata, sfasciando il carrozzone del comandante: per sua fortuna il generale Leesein quel momento non c’era. Per i soldati in attesa nella zona vicina al bersaglio fu uno spettacolo tanto pericoloso quanto impressionante. In quella mattina più volte avranno provato il sentimento del duca di Wellingtonquando, dopo aver passato in rivista le sue truppe, osservò: ‘Non so che impressione faranno al nemico; a me, perdio, fanno paura!’».

Anche San Giorgio a Liri non è esente da una porzione di bombe che, fra gli altri danni, provoca la distruzione del ponte di ferro sul Liri, detto “Ercolaneo”, che era stato costruito nel 1876 in occasione della realizzazione della strada Cassino-Formia.

Quando l’ultima bomba cade su Cassino sono le 12,30; appena dopo, 610 pezzi di artiglieria aprono il fuoco.

«Ormai è fatta!»”, devono aver pensato i comandanti alleati. Ma, ancora una volta, avevano sbagliato il pronostico (33, continua).

© Costantino Jadecola, 1994.


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