31 / LA NOSTRA STORIA / ENTRANO IN SCENA LE TRUPPE DI COLORE

31 / LA NOSTRA STORIA / ENTRANO IN SCENA LE TRUPPE DI COLORE


La sera del 24 febbraio, alla periferia di Ripi, due, forse tre soldati tedeschi entrano in una casa di contadini. Su ciò che accade dopo riferisce Antonio Camilli: «Si guardano intorno da padroni. I contadini offrono il vino per tenerli buoni. Ma non basta. Vicino ad un fienile c’è una pecora, l’ultima; sono riusciti a non ucciderla fra le tante privazioni; è una speranza per ricominciare a vivere. I Tedeschi, invece, vogliono proprio quella. La indicano inequivocabilmente parlando quella loro lingua abbaiante. Le donne della famiglia strillano, strillano i bambini, sono carichi di odio gli occhi degli uomini. Accorrono tutte le persone valide delle famiglie vicine. Sono in numero superiore ai Tedeschi e sono decisi a non cedere. I Tedeschi si avvicinano alla pecora. I contadini gliela contendono. E capiscono che se loro strillano di più i Tedeschi hanno paura. Addirittura qualcuno alza la mano a colpirli. I Tedeschi si difendono ma con poca convinzione. I contadini si imbaldanziscono. Un Tedesco perde sangue: è ferito. Gli altri lasciano la preda e se ne vanno.

«I contadini sono felici. La pecora è lì ed a loro non è difficile immaginare accanto ad essa, in un futuro non molto prossimo, tante altre pecore a formare un gregge, di nuovo.

«Il giorno seguente trascorre tranquillo: nessun tedesco. Ma a sera, quando tutti i contadini sono tornati dai campi, un camion tedesco si ferma davanti ad una casa. Scendono tanti soldati rigidi e scattanti con i mitra spianati. Pochi ordini precisi».

In via Orto Vecchio cala una coltre di terrore. I tedeschi invadono le case della zona in cerca degli uomini: ne catturano nove. Poi, però, Americo Imperioliviene rilasciato forse perché ritenuto troppo giovane; il padre di Americo, Luigi, invece, taglia la corda approfittando della pioggia e dell’oscurità.

I sette rimasti vengono condotti all’accampamento tedesco di via Vallicella: costretti a scavarsi la fossa, vi vengono buttati dentro uno sull’altro dopo essere stati uccisi a colpi di mitraglietta. Sono le due pomeridiane del 26 febbraio. Antonio Camilli scrive: «Restano le mamme, le mogli, i figli che ogni giorno cercheranno di sapere notizie dei sette uomini dal comando tedesco. E il comando tedesco li rassicurerà. Sono stati presi per essere interrogati. Torneranno. La vita continua con la solita lotta per la sopravvivenza senza nessuna variante. Di nuovo c’è soltanto una sentinella in un luogo appartato di un campo, vicino ad una macchia. Se si tenta di avvicinarsi la sentinella grida e minaccia con il mitra. Munizioni da guardare a vista, si dice. Ma i sette non tornano.

«Un giorno la sentinella non c’è più perché il suo reparto è stato trasferito al fronte. I contadini, curiosi, si avvicinano a quel luogo tanto gelosamente custodito prima. C’è terra smossa. Subito dopo la scoperta: la sentinella vigilava perché non si scoprissero le tombe dei sette contadini uccisi e sotterrati. I resti, scomposti, per una tragica e affrettata agonia, sono raccolti in casse di metallo e portati al cimitero, in un livido crepuscolo».

La fossa viene individuata presso l’abitazione di Mario Recine. E’ il giorno 26. Secondo un’altra fonte, i familiari dei sette forse avrebbero ignorata per sempre la tragica fine dei loro cari se un soldato altoatesino non avesse confidato a qualcuno di quel massacro. Per fare qualcosa di concreto, però, occorrerà attendere la fine di aprile quando un nuovo contingente tedesco si sostituisce al precedente, inviato al fronte di Cassino, e viene autorizzata la ricerca.

Ancora Ripi, ancora il 24 febbraio, all’incirca le ore 10: Rita Mariani(18 anni) e la madre, Santa Zeppieri, si trovano in aperta campagna in località Vado Farina quando una squadriglia di sei bombardieri piomba sull’abitazione di proprietà della famiglia Faustini, in via San Tommaso, occupata da un comando tedesco, lanciando numerose bombe. Nonostante Rita e Santa cerchino di ripararsi in un fosso, la ragazza viene uccisa dall’esplosione di una bomba.

E’ costretto a scavarsi la fossa anche Giulio Polisenadi Castro dei Volsci. La mattina del 25 febbraio, riferisce don Quirino Angeloni, «mentre si reca a potare le viti del suo terreno sito in territorio di Pofi – contrada Fornaci – portando con sé gli attrezzi di lavoro, viene catturato lungo la linea ferroviaria, sorpreso a tagliare, per atto di sabotaggio contro l’oppressore tedesco, i fili telefonici. Condotto a Ceccano, dopo breve e sommario processo, lo obbligano a scavarsi la fossa nelle adiacenze del Castello  Sindici; dopo essere stato seviziato e fucilato, viene sepolto». 

L’ultima, innocente vittima di quel febbraio ’44 – almeno di quelle di cui si ha notizia – è il piccolo Angelo Tribuzio: il 28 lo colpisce alla schiena una pallottola tedesca nella zona di monte Calvo, ad Esperia.

L’entrata in scena dei Marocchini

Della presenza delle truppe africane inquadrate nel Corpo di spedizione francese dalle parti delle Mainarde se ne è parlato poco, certamente molto ma molto meno di quanto si sia detto delle imprese da esse compiute sugli Aurunci. Infatti, se di qui sarebbero passate soltanto nella fase conclusiva della guerra, cui, peraltro, diedero un significativo contributo, per le sfortunate popolazioni di Acquafondata, di Viticuso, di Casalcassinese e di Vallerotonda, nei cui territori, invece, sostarono molto più a lungo, costituirono una specie di castigo di Dio, tant’è che Antonio Iannettascrive che «la loro presenza fu quanto di più avvilente ed 

umiliante il generale inglese Alexanderpotesse dare a dei poveri montanari, contadini e pastori, che avevano atteso con ansia quelli che tutti chiamavano ‘i liberatori’. Marocchini, Algerini e Tunisini si comportarono spiegando tutta la loro natura selvaggia: razziarono bestiame e cose di ogni genere che trovavano tra le macerie delle case; mangiavano gli animali, cuocendoli sui carboni; distruggevano ogni altra cosa per il gusto di distruggere; maltrattavano chiunque e si appropriavano di quanto loro piacesse.

«Commisero anche delle violenze carnali a danno di donne e giovanette che non riuscirono a sfuggire alla loro bestiale sessualità», anche se in misura «contenuta» per via della «vicinanza del comando del generale De Monsaberte, soprattutto, della presenza degli ufficiali e soldati americani e canadesi».

Sbarcati a Napoli il 25 novembre del ’43, questi africani, scrive Iannetta, «dei soldati avevano soltanto l’apparenza, spesso neppure questa, ma soltanto le armi. Vestivano in modo trasandato, avevano un enorme lenzuolo intorno al corpo, un altro panno attorno alla testa, altri vestivano con una specie di saio, qualche altro con divisa militare: portavano l’elmetto soltanto in battaglia. Erano sporchi, nel loro aspetto c’era molto di primitivo e di selvaggio.

«A Viticuso dormivano e mangiavano, alcuni nelle stalle poste lungo la via che dalla ‘Suella’ scende al ‘Ventrature’ insieme con i muli da trasporto che avevano in dotazione, altri in tende in contrada ‘Sotto Casale’, altri ancora in tende in via S. Antonino nello spiazzo antistante il tabernacolo dedicato al santo, altri nella piana. Questi erano gli alloggiamenti dove venivano a riposare quando avevano il cambio sulla linea di fuoco e di qui ripartivano per il combattimento a sostituire i militoni provati dalla battaglia. Da Viticuso raggiungevano il fronte e ne tornavano o portavano i rifornimenti al fronte, passando lungo la mulattiera attraverso la ‘Starza’, ‘Sabatino’, ‘Colle vecchio’. Questi trasporti venivano effettuati a dorso di mulo».

Anche a Vallerotonda le truppe di colore fanno sentire la loro sciagurata presenza. Ne rende testimonianza Celestino Di Meo: «Questi soldati, che portavano delle lunghe barbe, con due treccioline di capelli che scendevano fin sugli omeri, avevano l’aspetto barbaro. 

«Più che altro erano dediti al saccheggio notturno. Infatti, di giorno non molestavano mai nessuno. Si verificarono pochissimi casi di furto con violenza. Di ciò ne approfittavano quando erano in gran numero e trovavano persone isolate. Diventavano pericolosissimi e violenti quando trovavano il bestiame ed era consigliabile contentarli. Qualche volta pagavano anche saporitamente. Gli ufficiali francesi li trattavano molto duramente ma difficilmente intervenivano quando si verificavano delle violenze da parte di questi soldati verso noialtri civili. Anzi ne gioivano dicendo che era poco quello che ci facevano. Sulla divisa militare portavano un camice con cappuccio con strisce a due colori: marrone e cenere scuro uguali agli abiti dei carcerati. Portavano un braccio infilato sotto del camice ed un altro libero e sulla testa un panno colore avana della lunghezza di circa quattro metri piegato più volte che prendeva quasi la forma di un berretto. Vi erano altri che portavano lunghissimi mantelli azzurri a forma di piviali da prete.

«Spesso s’incontravano per le vie del paese vestiti soltanto con delle mutande e giacchettine da donna, scalzi e col collo cinto con le fasce che si usano per fasciare i bambini. Erano sudicissimi. Prendevano l’acqua da bere in una pozzanghera (soglio) di mia proprietà a destra del lavatoio pubblico. Spesso cucinavano e mangiavano nei nostri orinali. Erano amanti di anelli, piccole catene e giocattoli da bambini. I quattro soldi di nichel li pagavano con facilità cinquanta e cento lire. Un caporale per una chiusura lampo mi diede cento lire e quattro scatole di carne. Gioivano quando vedevano le loro macchine colpite da cannonate alla Vallecchia della Tesima».

Ma è la sera del 6 marzo che le truppe di colore si danno da fare alla grande “assistendo” i cittadini cui è stato imposto di abbandonare Vallerotonda. È sempre Celestino Di Meo a riferire ciò che accadde: «I marocchini con a capo qualche ufficiale o sottufficiale francese giravano intorno a questi civili come fiere fameliche in attesa di fare bottino. Infatti non tardò molto a sentirsi grida da tutte le direzioni. Erano le imboscate di questi soldati che per strada si slanciavano sui civili e predavano loro quel po’ di roba che portavano. Alle grida di soccorso tutti i civili che trovavansi ancora in vicinanza del paese fuggirono e moltissimi si rifugiarono nella casa di mio fratello. Da tutte le direzioni uscivano gruppi di soldati con sacchi e valigie predate. Un tenente della polizia francese cercò di fermarli con la minaccia del suo mitra ma questi impugnarono fucili e pugnali mettendolo in fuga. 

«Pochi minuti dopo ritornò con un gruppo di ufficiali ed entrato in casa di mio fratello con la pistola in pugno minacciò che se in cinque minuti non si partiva avrebbe fatto intervenire reparti di goumiers. Infatti, non era trascorso che qualche minuto quando venne di nuovo e cacciò tutti fuori. Moltissimi furono costretti a partire e a lasciare quel po’ di roba che avevano preparato per le spinte e le corbasciate.

«Questo drappello di civili fu scortato da un reparto di marocchini. Di questi soldati a Cerreto non giunse nessuno. Per la strada si offrivano ad aiutare a portare qualche cosa e poi si dileguavano colla preda nell’oscurità. I meno fortunati prima di giungere a destinazione usarono della violenza. Quelli che non riuscirono a farsi dare nulla con le buone lo ottennero con busse e spintoni. Ci furono delle famiglie meno fortunate che giunsero a Cerreto che non avevano neanche con che coprirsi per ripararsi dal freddo».

In un primo momento, al Corpo di spedizione francese vengono aggregati gli uomini del ricostituito esercito italiano che poi, il 10 marzo, passano alle dipendenze dei polacchi che prendono possesso delle posizioni sino ad allora tenute dai francesi.

E per la gente delle Mainarde è come la fine di un incubo.

A Viticuso, con i polacchi, giunge anche un cappellano militare cattolico che, con il contributo dei militari, rimette in ordine e riattiva la Chiesa nella quale non si celebrava più dal mese di novembre quando vi era stato lo sfollamento. 

Ad Acquafondata, invece, presso la chiesa di S. Margherita i polacchi, scrive Iannetta, «allestirono il loro cimitero di guerra che durò fin quando il Governo polacco, in esilio a Londra, non provvide alla costruzione del cimitero monumentale su Montecassino. Ad Acquafondata i Polacchi lasciarono la croce, che essi avevano costruito, utilizzando i cingoli dei carri armati tedeschi distrutti, e che avevano posto al centro di quel loro primo cimitero nei campi di Santa Margherita» (31, continua).

© Costantino Jadecola, 1994.


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