29 / LA NOSTRA GUERRA / VERSO L’IGNOTO

29 / LA NOSTRA GUERRA / VERSO L’IGNOTO


Il giorno dopo il bombardamento, racconta don Martino Matronola, «appena comincia ad albeggiare quasi tutta la popolazione civile va via; restano solo tre famiglie di coloni, alcune persone vecchie, alcuni bambini abbandonati dagli stessi genitori, qualche ferito grave e quattro cinque uomini validi». Fra Pietro scopre casualmente che la cisterna della cucina è intatta; quanto al resto, niente di niente: solo una terrificante teoria di macerie.

Intanto l’azione dell’artiglieria si intensifica e le granate arrivano sulle macerie del monastero da ogni lato. Don Matronola scrive: «E’ un inferno. Il più crudele generale non si sarebbe accanito con tanto fervore contro la più formidabile fortezza quanto si sono accaniti in questi giorni gli Anglo-Americani contro un luogo così santo».

Anche la notte fra mercoledì 16 e giovedì 17 febbraio don Martino la passa senza chiudere occhio: «Il P. Abate si accorge della mia sofferenza e mi dice che mi lascia libero di andare via e salvarmi: egli rimarrà per assistere e consolare i malati e i feriti, questi suoi figli così duramente provati. Rispondo che non lo abbandonerò mai».

Quando comincia ad albeggiare appare il momento più propizio per andar via perché generalmente a quell’ora, quasi nel rispetto di un tacito accordo, fra i contendenti s’instaura una sorta di tregua. Ma è davvero dura per i monaci andar via dal monastero.

Don Martino Matronola, dopo aver constatato di persona le condizioni dell’edificio ed averne fatto rendere conto anche a don Gregorio Diamare, arriva alla conclusione che esiste una sola via di scampo. E la suggerisce all’Abate: «prendere i feriti e i malati e nel nome di Dio avventurarsi nella linea del fuoco».

In breve, sono tutti pronti. Anche i feriti, adagiati su scale a pioli utilizzate come barelle.

Cosa accade, lo racconta don Martino: «Il P. Abate nell’androne dà a tutti l’assoluzione sacramentale, prende un grande crocefisso di legno depositato nella cappella della Pietà (era quello della stanza dei vescovi) ed alle 7,30 circa esce fuori per primo attraverso lo spiraglio del portone e le macerie che, fuori, in parte ostruiscono questo stretto passaggio, seguito ad uno ad uno dagli altri. Intanto io mi avvicino al gruppo dei tre fratellini giacenti nello scalone: la bambina è ‘in extremis’, ha soli pochi minuti di vita, perciò la lascio; accanto vi è un bambino moribondo, lo sollevo per portarlo via, ma dà un grido di dolore; con raccapriccio mi accorgo che non ha più le gambe; non può certamente sopravvivere: se lo porto via morirebbe per strada; sono costretto quindi a lasciarlo; prendo il terzo più grandicello che appariva in condizioni gravi ma con speranza che possa riaversi; nel sollevarlo mi accorgo che ha le gambe paralizzate. Lo dò a Fra Pietroche se lo mette sulle spalle. Per portare questi feriti lasciamo assolutamente tutto: anche le piccole valigie preparate la sera del 14 con dentro pochi effetti personali; nella valigetta del P. Abate vi erano anche dei valori, ma in quel momento non ci si pensò».

Il corteo – in tutto una quarantina di persone – procede lentamente fra le rovine. Don Gregorio Diamare ha difficoltà a camminare: lo sostengono Caterina Pittiglio, che è la moglie del portinaio del monastero, e don Martino Matronola che porta anche il crocefisso.

«La giornata è limpidissima». Si superano le rovine di San Giuseppe e poi quelle di Sant’Agata; si va, quindi, per la mulattiera di Montecassino, dopo pochi metri per quella detta “Anzino”, e, infine, per quella che conduce a San Rachisio. Si arriva alla cappella del Colloquio che sono le «ore 10 circa o forse più». Ma fra Carlo  Pelagalli, 80 anni, «già era arrivato in pianura» tant’è che don Matronola lo vede «avviarsi verso la Casilina».

Poi, però, di lui si perdono le tracce. Lo ritroveranno i soldati tedeschi del I battaglione del III reggimento paracadutisti quando, dopo il 20 febbraio, occupano le rovine del monastero: «era tornato al Convento, che aveva servito per cinquant’anni, per morire lì», scrive Rudolf Böhmler. Pare che i soldati lo avessero trovato, con una candela accesa in mano, errare tra le rovine del monastero in cerca di quei luoghi a lui tanto familiari che ormai non c’erano più. I soldati della IV compagnia e ed il dott. Kohn, medico dello Stato Maggiore, se ne prendono cura fino alla morte, avvenuta il 3 aprile. Poi lo seppelliscono in una fossa creata da una bomba in mezzo al chiostro della “porteria” sulla quale piantano una croce.

Quelle passate presso la cappella del Colloquio sono ore particolarmente drammatiche sia per don Gregorio Diamare che per chi lo ha seguito da Montecassino. Le granate, infatti, scoppiano senza sosta: una piccola scheggia colpisce don Martino Matronola al braccio destro.

Finalmente, intorno alle 16,30, arriva un’autoambulanza per prelevare l’abate. Per lui c’è anche un messaggio del generale di brigata Gunther Baade, comandante la zona di operazioni, nel quale questi scrive che durante la mattinata ha disposto ricerche a Montecassino e dintorni per rintracciarlo; è, dunque, felice di averlo trovato incolume e lo prega, infine, di seguire il graduato che gli ha consegnato la lettera il quale avrebbe provveduto ad accompagnarlo fuori della zona pericolosa.

Don Martino Matronola annota: «E’ molto gentile. Ci offre delle arance e ci invita a salire con prontezza nella macchina» dove prendono posto anche l’anziana signora Maronedi Cassino con la figlia ed un’altra donna ed un bambino paralitico che viene adagiato su una lettiga.

«Si arriva alla stazione di Roccasecca e poi si sale in paese dove, mentre le tre donne ed il bambino restano nell’autoambulanza per essere trasferiti in un ospedale, l’abate e don Matronola prendono posto in un’altra macchina che, per ‘vie di montagna’, si dirige al quartier generale di Gunther Baade ubicato “in una grande caverna».

Questi, riferisce don Martino Matronola, «ci accoglie con molta cortesia. Ci fa sedere vicino al grande fuoco e ci offre del dolce e del caffè». Poi comunica che quella sera l’abate sarà ospite del tenente generale von Senger und Etterlin.

L’incontro non dura più di mezz’ora ma è quasi buio quando ci si rimette in macchina diretti a Castelmassimo, presso Veroli, sede del quartier generale di von Senger. Don Matronola scrive: «Il Generale, che parla benissimo l’italiano, riceve il P. Abate alla porta, dicendo: ‘Che triste incontro!’. E’ molto affabile e premuroso. Ci invita alla sua tavola assieme ai due o tre ufficiali superiori. Durante la cena il P. Abate dice qualche parola del bombardamento; il Generale riferisce che le sentinelle tedesche avevano contato 120 apparecchi che si erano susseguiti in cinque ondate su Montecassino e ci assicura pure che nel bombardamento non era perito alcun soldato».

Durante la conversazione, don Martino Matronola tira fuori uno dei volantini alleati che preannuncia la distruzione del monastero. Von Senger lo legge senza commentarlo. L’abate, dal canto suo, si raccomanda al generale per la sorte dei confratelli e dei civili usciti con lui da Montecassino pregandolo, poi, di far cercare le casse coi documenti lasciate nel rifugio all’interno dell’abbazia. Quindi si va a dormire: l’abate in una stanza della villa; don Matronola in un edificio adibito a caserma.

Le premure dei tedeschi verso don Gregorio Diamare non sono, almeno in certi casi, senza terzi fini. Come quella mattina di venerdì  18 febbraio 1944 quando, durante la colazione, von  Senger und Etterlin lo prega di tenere con lui una conversazione radio per attestare che nel monastero non vi erano soldati tedeschi come, invece, va sostenendo la propaganda alleata.

-Come? Ma se ho già rilasciata una dichiarazione scritta!

Ma la determinazione dell’abate non fa desistere il generale:

-In Inghilterra si comincia a dare la colpa a me del bombardamento di Montecassino perciò la sua dichiarazione potrebbe trarmi d’impaccio.

Alla fine, l’abate è costretto ad accettare. Riferisce don Martino: «Il Generale si ritira per un momento e lascia con noi l’interprete. Si prepara la materia della conversazione che io ho cura di mettere per iscritto. Durante questa preparazione il P. Abate non manca di dire all’interprete che nella stanza dietro al Monastero vi erano due carri armati; egli risponde che erano fuori del recinto».

La conversazione si svolge nel salotto del generale. Nel rispondere alle brevi domande rivoltegli da questi, l’abate, dopo aver confermato  la totale assenza della forza armata tedesca all’interno del recinto del monastero afferma che, a parer suo, all’origine del bombardamento non vi è stata «alcuna vera e reale ragione militare per compierlo». Poi, riferendosi ai volantini lanciati dagli alleati alla vigilia del bombardamento, don Gregorio dice che nessuno di essi è caduto nel recinto del monastero e che solo grazie all’audacia di qualche “ardito” fu possibile recuperarne non più di due o tre. La notizia in essi contenuta provocò chiaramente panico tra gli sfollati, peraltro impossibilitati a muoversi per via del fuoco in atto, che, non credendo imminente la minaccia, rimasero nei sotterranei dell’edificio.

Quanto alle opere d’arte custodite nel monastero, l’abate Diamare smentisce che siano state portate tutte via, e precisa: «Fu portata via la parte storica e pochissime opere d’arte, le meno importanti, possibili a trasportarsi; il famoso coro del ’500, il celebre coro, un ammasso d’intaglio del ’600, gli armadi della Sagrestia, quasi unica nel suo genere, sono sotto le macerie della chiesa che per ricchezza di ori, per le opere di Luca Giordanoe di altri valorosi artisti della Scuola Napoletana, e per la rarità dei marmi costituiva un capolavoro di arte e di ricchezza non più ricostituibile, senza parlare dei preziosi ed artistici mobili ad intaglio fatti costruire in quest’ultimo trentennio. Sotto le macerie sono andati distrutti anche documenti importantissimi riguardanti il monastero e la diocesi».

Al termine della conversazione, che si chiude con un ringraziamento dell’abate al generale per la premura avuta verso di lui, vengono scattate delle fotografie. Subito dopo, don Gregorio Diamare e don Martino Matronola, accompagnati da un interprete, partono alla volta di Roma con una «elegantissima macchina scoperta» messa a loro disposizione da von Senger.

Il viaggio si svolge senza incidenti anche se, verso Colleferro, alcuni aerei alleati lasciano temere il peggio. Ma per fortuna non accade nulla. La destinazione non sembra essere Sant’Anselmo così come von Senger aveva detto all’interprete al momento della partenza. Infatti, un ufficiale tedesco, che attende l’auto dell’abate alla «cintura del dazio», la “dirotta” al palazzo dell’ Eiar dove, seppur tra molte gentilezze – ma l’abate non accetta nulla se non mezzo bicchiere d’acqua – don Gregorio Diamare, «ormai esausto di forze», è costretto a registrare «una conversazione radio per il popolo italiano» nel corso della quale «fa alla meglio un po’ di cronistoria degli ultimi avvenimenti svoltisi a Montecassino senza formulare nessun giudizio sull’accaduto».

È poi la volta dell’ambasciata tedesca presso al Santa Sede dove l’ambasciatore pretende che don Gregorio Diamare sottoscriva un’altra dichiarazione sui fatti di Montecassino già da lui redatta in tedesco.

Uscendo dallo studio dell’ambasciatore, don Gregorio Diamare e don Martino Matronola sono letteralmente presi d’assalto da giornalisti e fotografi. Anche loro vogliono dichiarazioni. Ma «Il P. Abate questa volta scatta e manda tutti… via», riferisce don Martino. Non può sottrarsi, però, all’obiettivo di una cinepresa installata su una macchina militare tedesca che in pratica lo accompagna fino a Sant’Anselmo dove, «dopo due tre ore di infido giro per Roma», l’abate ed il suo segretario possono ricongiungersi, finalmente, agli altri monaci arrivati nel frattempo da Montecassino.

E tutti insieme ringraziano il Patriarca per averli miracolosamente protetti (29, continua).

© Costantino Jadecola, 1994.


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