27 / LA NOSTRA GUERRA / MONTECASSINO DEVE ESSERE DISTRUTTA

27 / LA NOSTRA GUERRA / MONTECASSINO DEVE ESSERE DISTRUTTA


E’ l’11 gennaio 1944 quando, verso le ore 21, sul monastero di Montecassino arriva la prima granata alleata che finisce sul chiostro d’ingresso: i vetri vanno in frantumi e le pareti restano crivellate dalle schegge. Altre due l’hanno preceduta di un quarto d’ora, una caduta a San Giuseppe e l’altra non lontano da dove era la stazione della funivia.

Dieci giorni più tardi è la chiesa ad essere colpita. Don Eusebio Grossettie don Martino Matronola nel loro Diarioconfessano con amarezza che «non pare più la stessa. Un polverone ricopre ogni cosa: confessionali sfondati e marmi scheggiati. Lo sfregio maggiore lo ha subito il grande quadro di Luca Giordanoche è stato scrostato e divelto in buona parte al lato sinistro di chi lo guarda. La granata è entrata per l’ultima finestra e si è scaraventata sulla pittura. Anche la vetrata è rovinata: ma quella non è una gran perdita. Le schegge hanno poi deteriorato parecchi quadri e marmi. Abbiamo deciso di lasciar tutto così perché bisogna raccogliere i frammenti con un certo discernimento per salvare il più possibile. Sono saltati quasi tutti i vetri e col bombardamento di ieri è caduta anche una parte della vetrata della Cripta. D’ora in poi è proibito l’accesso in Chiesa».

Non passa giorno, ormai, che il monte del monastero ed il monastero stesso non siano bersaglio, seppure indiretto, dell’artiglieria alleata che preme sulla linea Gustav mentre intorno all’Abbazia continua a rifugiarsi sempre altra gente.

Una brutta notte per Montecassino è quella del 24 gennaio, tra le 21,30 e le 23,30. Sono, infatti, abbastanza gravi i danni provocati da diverse granate che cadono «una sul collegio (angolo Nord-Ovest), dove ha sfondato il tetto; una sotto l’appartamento del P. Abate; due sul Noviziato; una alle 11,30 precise nel chiostro del Bramante, dove ha fatto saltare in pezzi una colonna che stava collocata a terra vicino all’Osservatorio. Alcune schegge sono arrivate un po’ dappertutto ed una è entrata dove dormiva fra Giacomo al Gabinetto di Fisica: gli ha sfiorato la testa ma nessun danno, solo paura».

Ma è tra la fine di gennaio ed i primi giorni di febbraio che ci si incomincia a rendere conto che è iniziato il principio della fine. Ad un certo punto, però, è il 4 febbraio, si ha l’impressione che la linea Gustav sia ormai definitivamente spacciata e che per gli alleati stia finalmente per aprirsi quella benedetta porta sulla valle del Liri: uomini del 135.mo reggimento, infatti, sono a monte Calvario (quota 593), cioè a non più di novecento metri da Montecassino, mentre quelli del 168.mo, che si trovano sul fianco destro dell’altura, a colle Sant’Angelo, possono vedere benissimo la statale Casilina dalla quale sono separati appena una manciata di chilometri. Ma il 7 febbraio, i tedeschi del 90.mo panzer-grenadier, subendo gravissime perdite, riconquistano “quota 593”. Passano, però, appena quarantott’ore che essa viene ripresa dagli americani. Il 10, infine, i “diavoli verdi” la recuperano definitivamente insieme ad altri punti strategici, dalla rocca Janula all’ Albaneta.

Intanto, pare che la possente mole dell’abbazia, di fatto ancora intatta in mezzo a quell’inferno, provochi una sorta di timore reverenziale tra i soldati gurkha e maori inquadrati nel corpo d’armata del generale Freyberg: «era per loro come un ‘centro sacro’ che dava forza ai nemici dimostrandosi più potente delle divinità e degli spiriti indiani e maori. Pertanto se Montecassino non fosse stato distrutto non si sarebbe potuto procedere».

E Freyberg la spunta, anche con il consenso di Alexander, pretendendo ed ottenendo la distruzione del monastero.

Intanto, cosa accade a Montecassino? Lo scalone è pieno zeppo di gente; ai due portoni, quello inferiore e quello superiore, sono due famiglie di fiducia dei monaci per evitare che altra gente possa entrare; il guardiano, dal canto suo, è nella Torretta a custodia dei viveri dei coloni. Le granate alleate provocano danni non solo alle strutture, tant’è che le condizioni del monastero vanno riducendosi sempre peggio, ma uccidono anche; uno degli autori del Diario, don Eusebio Grossetti, muore, invece, per malattia il 13 febbraio.

Il 10 febbraio è la festa di Santa Scolastica. Ma quel giovedì 10 febbraio 1944 essa è limitata solo ad una messa, officiata sulla tomba della sorella di San Benedetto. Anche se la notte precedente è stata «relativamente calma», l’alba, al contrario, ha visto protrarsi per circa due ore, dalle 5,45, l’ormai consueta pioggia di granate che si protrae, interrotta solo da limitatissime soste, dal 5 febbraio.

Intanto, «i danni aumentano in modo impressionante; la Chiesa resiste ancora nonostante che abbia ricevuto molte granate; un pilastro del chiostro del Bramante è stato colpito; sembra che possa ancora reggere; ormai tutti i tetti sono sconquassati; le volte a cannuccia qua e là forate». Vengono colpiti anche l’edificio di San Giuseppe e la cappella di Sant’Agata e, poi, «il bosco è stato letteralmente falciato dalle granate».

Fa freddo e nevica anche il pomeriggio del 10 e la mattina dell’11 febbraio. Ma ciò non è minimamente di ostacolo per gli alleati che proseguono imperterriti nella loro violenta azione di artiglieria: altri danni all’edificio – tra gli altri, «la cupola è stata forata nella parte superiore» e due morti fra i ricoverati che, peraltro, sono diventati incontrollabili. «Quello di oggi è stato il più terribile cannoneggiamento che abbiamo finora subito», è annotato nel Diarioin data 11. 

Un sottile strato di neve copre i monti circostanti. Ma in quell’inferno non è l’unico candore: sabato 12 febbraio, infatti, nascono due bambini. Durante la notte successiva l’azione bellica non si placa ed altre granate finiscono sul monastero e nel monastero.

Il 14 febbraio è un giorno come gli altri degli ultimi tempi. Almeno sino a mezzogiorno. Le novità arrivano più tardi, nel pomeriggio. Ricorda Fulvio De Angelis: «Dopo una mattinata calma, circa le ore 13 riceviamo – a mezzo sdrappenels– manifestini della V Armata con drammatico appello agli ‘Amici italiani’ di lasciare d’urgenza il ‘Sacro Recinto’ che fra poco sarebbe stato spianato con tutte le armi a loro disposizione visto che era una favola potersene impossessare per altre vie. I manifestini ci cadono sulla testa, non solo materialmente, d’improvviso. Noi ignoriamo tutto. A Roma poi stupiremo al conoscere il can-can della propaganda che aveva preceduto l’invito di sgombero. Noi del Monastero senz’altro riteniamo esagerato il volerlo buttare all’aria quando con diversa tattica e con un minimo di spirito di sacrificio – la cui assenza ha portato alla distruzione dell’Abbazia – si può addivenire alla conquista di quei pochi capisaldi che lo attorniano, e dico ‘pochi’ su cognizione di causa non ignorando l’efficacia di un solo uomo con un solo fucile, dei siti, in zona di montagna. In breve: raccolto un manifestino, sotto il fuoco di artiglieria che continuò per tutto il giorno, mi recai a Montecassino per concertare il da farsi con i Padri benedettini.

«Proposi di esporre molte lenzuola bianche dal lato Est del Monastero ed uscire poco dopo, in massa ordinata, imponendo così di forza ai belligeranti di cessare il fuoco, ma l’iniziativa viene bocciata per il tremendo interrogativo rappresentato dai tedeschi, che in fatto di panni al sole avevano fatto sapere di non gradirne.

Alcuni giovani, fra cui, oltre Fulvio De Angelis, Antonio MieleNino Morra, portano il volantino a don Martino Matronola – che lo recapiterà poi all’abate – il quale annota: «Il nostro cuore è pieno di sgomento nel leggere tale volantino lanciato dai… Liberators. Anche essi hanno gettata la maschera. Molti uomini sono nel rifugio, dove è esposta la salma di d. Eusebio, chiedendo cosa fare. Il P. Abate consiglia di mettersi in contatto con un ufficiale tedesco perché questi subito possa notificare la cosa al Comando. Due o tre giovani volenterosi alla fine si decidono ad uscire, tra cui il giovane Morra. Questi, accompagnato da qualche altro si dirige verso la via dell’Albaneta per andare a S. Onofrio; ma giunto, credo, all’aia vecchia è fatto segno ad azione di fucileria e mitragliatrice tedesca: è costretto a ritornare precipitosamente. Un secondo tentativo fatto, credo, sul ciglione del Collegio, con una bandiera bianca, è pure frustrato dall’azione di fucileria. “Grande indecisione e sgomento tra la popolazione: domandano cosa faranno i monaci. Alcuni propongono di uscire in massa con una bandiera bianca. Altri dissuadono riferendo uccisioni in massa verificatesi in altri casi simili. Noi diciamo loro che ognuno, assumendosi la responsabilità della propria vita, faccia quel che crede più opportuno per la propria salvezza».

Insomma, lo scompiglio che il volantino crea fra gli occupanti il monastero – alcuni degli sfollati non solo pensano ma affermano anche che essi sono stati messi in circolazione dai monaci per disfarsi di loro – è facilmente intuibile.

«Sul far della sera il giovane Morra con un altro esce di nuovo e riesce ad accostare due soldati carristi dietro la Cappella di S. Giuseppe. Egli fa capire loro la situazione, mostrando il volantino e palesa il desiderio del P. Abate di parlare subito con un ufficiale tedesco». I due soldati rispondono che il loro ufficiale verrà intorno alle 22. Però, si potrà parlare con lui solo alle 5 del mattino seguente. Avvertono, poi che gli interlocutori non dovranno essere più di due, uno dei quali il monaco che parla tedesco, ovvero don Martino Matronola, altrimenti apriranno il fuoco.

Sebbene lasciati liberi dall’abate di fare ciò che ritengono più opportuno, i monaci restano tutti al loro posto; preparano, ad ogni buon conto, «una valigia con effetti personali ed anche con qualche valore».

Don Gregorio Diamare, tra le lacrime, incarica don Martino Matronola di chiedere perdono a suo nome semmai «avesse potuto recar dispiacere a qualcuno» ma don Martino risponde dicendosi fiducioso «che S. Benedetto ancora una volta salverà la vita dei suoi figli rimasti a custodire il suo sepolcro».

Poi, racconta, «recitiamo, come al solito, Mattutino e ‘Laudes de Octava’, nella stanzetta del P. Abate. Poi ceniamo. Ognuno pensa anche a prepararsi al grande passo».

Dopo cena, dalla conigliera, Fulvio De Angelis grida «un po’ in tedesco ai quattro venti che qualcuno si faccia vivo su in Abbazia perché a causa del nostro stato ci urge evacuare». Ma nessuno gli risponde se non don Matronola per informarlo dell’appuntamento con l’ufficiale tedesco fissato per il mattino successivo  cui lui stesso si recherà insieme a Nino Morra.

Intanto, la linea del fuoco arriva sino a Roccasecca.

Cosa accade nella grotta sotto la vaccheria che ospita Vittorio Mielee i suoi, uno dei tanti “accampamenti” di civili intorno al Monastero? «Trascorremmo quella interminabile notte in assoluto silenzio in attesa che spuntasse l’alba. Eravamo, in tutto, ventidue persone. La mia famiglia, la famiglia Volga, dieci persone in tutto, la famiglia Di Ciancio, composta da marito, moglie e due figli, ed un militare italiano di Albano Laziale che, sbandato, si era rifugiato con noi. In una grotta accanto alla nostra si trovavano otto soldati tedeschi addetti ad una stazione trasmittente» (27, continua).

© Costantino Jadecola, 1994


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