24 / LA NOSTRA GUERRA / TRAPPOLA PER LA TEXAS

24 / LA NOSTRA GUERRA / TRAPPOLA PER LA TEXAS


È lunedì 17 gen­naio quan­do ha inizio la pri­ma fase del­la battaglia di Cassi­no, ovvero quel­la che alcu­ni definis­cono la pri­ma battaglia di Cassi­no. In ver­ità, per gli alleati avrebbe dovu­to essere la pri­ma e l’ultima. Ma così non è, vuoi per­ché la “por­ta” da cui si accede a Roma, cioè l’accesso nel­la valle del Liri, rimane ermeti­ca­mente chiusa, vuoi per­ché, in con­seguen­za di ciò man­ca del tut­to la cop­er­tu­ra che l’avanzata allea­ta avrebbe dovu­to dare allo sbar­co di Anzio del 22 gen­naio.

Con l’offensiva con­tro la “lin­ea Gus­tav” e con lo sbar­co di Anzio, altri­men­ti noto come “oper­azione Shin­gle”, i coman­dan­ti alleati si pro­pon­gono due obi­et­tivi: il pri­mo, a breve ter­mine, di allon­tanare le divi­sioni tedesche da Roma; il sec­on­do, a lun­ga sca­den­za, di atti­rare in Italia il mag­gior numero di forze tedesche, dis­toglien­dole e dal fronte ori­en­tale e dall’imminente “oper­azione Over­lord”, in Fran­cia. Quan­to all’offensiva con­tro la “lin­ea Gus­tav”, ques­ta si sarebbe dovu­ta svilup­pare con attac­chi sui fianchi mon­tani e mari­ni del­la lin­ea, ovvero i france­si sulle Mainarde e gli ingle­si alla foce del Garigliano, per poi con­verg­ere i pri­mi ver­so Ati­na e i sec­on­di ver­so la valle del Liri men­tre gli amer­i­cani avreb­bero cer­ca­to di sfon­dar­la pres­so Sant’Angelo in Theodice.

Sono le ore 21 del 19 gen­naio quan­do, non lon­tano da Sant’Ambrogio, inizia l’azione di attra­ver­sa­men­to del Garigliano. Ma la cor­rente del fiume e poi una fit­ta neb­bia con­sigliano di sospendere l’operazione.

Le cose non van­no meglio a Sant’Angelo in Theodice dove il fiume, cioè il Gari, è una specie di trap­po­la che centi­na­ia e centi­na­ia di ragazzi amer­i­cani del­la “Texas”, la 36 divi­sione, sper­i­men­tano tragi­ca­mente sul­la loro pelle ten­tan­do di con­quistare un impos­si­bile var­co nel­la lin­ea Gus­tav.

Nel­la battaglia di Sant’Angelo, che un gior­nal­ista amer­i­cano definì «il mag­gior dis­as­tro delle armi amer­i­cane dopo Pearl Har­bor», in meno di 48 ore, tra il 20 ed il 22 gen­naio, la 36 divi­sione “Texas” viene let­teral­mente dec­i­ma­ta: le perdite assom­mano a 1.681 uomi­ni di cui 875 fra pri­gion­ieri e dis­per­si, com­pre­si i coman­dan­ti dei reg­g­i­men­ti des­ti­nati agli attra­ver­sa­men­ti. Scrive Fred Maj­dalany che «come forza di com­bat­ti­men­to la divi­sione era ridot­ta a un reg­g­i­men­to (quel­lo che era rimas­to di ris­er­va) e ai resti malan­dati di altri due».

Intan­to, nelle prime ore del 22 gen­naio, men­tre sul Gari si ten­tano gli ulti­mi dis­perati sforzi, una flot­ta di oltre 200 navi get­ta le ancore al largo di Anzio. Inutil­mente i 36.000 uomi­ni che sbar­cano da quelle navi atten­der­an­no l’arrivo dei loro com­mili­toni dal fronte di Cassi­no.

Dopo aver fal­li­to sia sul Garigliano che a Sant’Angelo in Theodice, il gen­erale Clark ritiene che quel­la maledet­ta “lin­ea Gus­tav” potrebbe essere sfon­da­ta attac­can­do Terelle e il monte Cairo da Sant’Elia Fiumer­api­do per poi piom­bare sul­la statale Casili­na pres­so Pied­i­monte San Ger­mano o giù di lì. Per attuare il piano viene incar­i­ca­to il Cor­po di spedi­zione francese men­tre, con­tes­tual­mente, il II cor­po d’armata amer­i­cano del gen­erale Keyes, ridot­to alla sola 34 divi­sione, avrebbe dovu­to infi­lar­si tra i france­si e Cassi­no, super­are il Rapi­do nel­la zona di Caira e spinger­si sino a monte Cassi­no.

Le dif­fi­coltà sono notevoli e l’andamento del­la battaglia, che prende il via all’alba del 25 gen­naio, ne è la con­fer­ma: i france­si, già il 26, riescono a con­quistare colle Abate e colle Belvedere; ma il 27 i tedeschi tor­nano su colle Abate che i france­si ricon­quis­ter­an­no di nuo­vo il 31: e via di questo pas­so: colle per colle; pal­mo per pal­mo.

Dice Pietro Grossi, indi­can­do i luoghi del­la battaglia: «Sì, l’attacco iniziale ha avu­to alterne vicende ma i tedeschi non sono mai rius­ci­ti a ributtare giù al fiume, dici­amo così, gli algeri­ni. Cos­ic­ché abbi­amo avu­to la ven­tu­ra di assis­tere dal­la fine di gen­naio e fino a Pasqua ai com­bat­ti­men­ti che di tan­to in tan­to si svilup­pa­vano tra i due schiera­men­ti».

Ed anche qui, come a Sant’Angelo, è una carn­efic­i­na.

Intan­to, gli amer­i­cani del­la 34 il 30 gen­naio riescono final­mente ad attra­ver­sare il Rapi­do ed a con­quistare, quin­di, l’abitato di Caira. Poi è la vol­ta delle alture alle spalle di Mon­te­cassi­no, ovvero tra il monas­tero e monte Cairo (1669 metri): colle Maio­la (491) e monte Castel­lone (771) in pri­mo luo­go. Gli amer­i­cani arrivano anche a colle San’Angelo (601) e, infine, attra­ver­so una cres­ta che chia­mano “Tes­ta di serpe” per via del­la sua for­ma, a monte Cal­vario (593), ovvero pres­so la masse­ria dell’Albaneta. Ma i tedeschi non dan­no loro nem­meno il tem­po di pren­der fia­to e si riap­pro­pri­ano di quel­la posizione. Come pure resp­in­gono un altro attac­co pres­so le cosid­dette case di Sant’Onofrio (445), una col­li­na a non più di 350 metri dal monas­tero.

I rif­lessi del­lo sbar­co

In con­comi­tan­za del­lo sbar­co di Anzio, l’aviazione allea­ta è oltremo­do “gen­erosa” nell’espletamento delle sue fun­zioni per cer­care di incas­trare i tedeschi alle spalle. Ma chi in effet­ti ci rimette real­mente sono, anco­ra e sem­pre, il ter­ri­to­rio e le popo­lazioni dell’entroterra.

Vin­cen­z­i­na Pinel­liscrive: «La Valle del Liri è sot­to un fuo­co con­tin­uo. Il crepi­tio del­la con­traerea ed il fragore delle esplo­sioni rag­giun­gono ogni con­tra­da e dalle colline si può assis­tere addirit­tura allo spet­ta­co­lo delle bombe che cadono ad ondate suc­ces­sive sulle strade del fon­dovalle».

Ma non è solo la valle del Liri a subire i “rif­lessi” di quel­lo sbar­co. Sarà un caso, ma quan­do gli alleati deci­dono di fare un bom­bar­da­men­to di quel­li che las­ciano il seg­no accade che questi siano tal­vol­ta con­comi­tan­ti con i mer­cati set­ti­manali delle local­ità des­ti­nate a bersaglio.

A Fer­enti­no è mer­ca­to il saba­to ed è pro­prio un saba­to quel 22 gen­naio che la bom­bar­dano per la sec­on­da vol­ta: ven­gono dis­trut­ti il “palaz­zone” di via XX Set­tem­bre, alcu­ni edi­fi­ci, tut­ti abi­tati, di via Vale­ria, vico­lo del­la Sen­tinel­la, por­ta Sant’Agata, Sant’Andrea e numerose abitazioni lun­go la via Casili­na ver­so Nord e via Aia San Francesco. Dan­ni anche in San­ta Maria Mag­giore. Le vit­time sono 54. Una vera strage. 

Quel­lo stes­so 22 gen­naio anche Cepra­no è negli obi­et­tivi degli aerei alleati e così pure Frosi­none che subisce l’ennesimo, vio­len­to bom­bar­da­men­to. Tra l’altro, riferisce padre Francesco Tatarel­li, «ne risen­tirono soprat­tut­to le chiese di S. Maria e dell’Annunziata. La pri­ma restò grave­mente lesion­a­ta dall’arco mag­giore fino alla por­ta; la cap­pel­la lat­erale a sin­is­tra fu intera­mente abbat­tuta. La chiesa dell’Annunziata fu rasa al suo­lo e di essa non rimase che un cumu­lo di mac­erie».

A Car­nel­lo, sem­pre per via dei bom­bar­da­men­ti alleati, restano uccisi Vin­cen­zo Camas­troed Enzo Mas­troian­ni;Enri­co Quaglieri, invece, viene fer­i­to ad una gam­ba poi anda­ta in can­cre­na per man­can­za di cure. Morirà sette, otto mesi dopo. A Val­lecor­sa, invece, si assiste, piut­tosto stupi­ti, non solo ad un insoli­to e notev­ole movi­men­to di automezzi tedeschi diret­ti ver­so nord ma, intorno alle 15, anche al pas­sag­gio di uno stor­mo di fortezze volan­ti dirette ver­so il mare. Uno degli aerei, però, quan­do la for­mazione è giun­ta all’altezza di monte Cal­vo, viene col­pi­to dal­la con­traerea: gli occu­pan­ti fan­no in tem­po a lan­cia­r­si col para­cadute men­tre l’aereo sparisce dietro i mon­ti. Un’ora dopo pas­sa un’altra for­mazione ma in direzione nord-est.

Ma lo stu­pore ha un segui­to, dram­mati­co, il giorno dopo, domeni­ca. Una gran bel­la gior­na­ta. Che gli aerei alleati, però, rov­inano con una serie di bom­bar­da­men­ti che alla fine las­ciano al suo­lo, oltre i gravis­si­mi dan­ni provo­cati al pat­ri­mo­nio immo­bil­iare, ben 117 mor­ti oltre a centi­na­ia di fer­i­ti più o meno gravi.

Anche Cec­ca­no quel 23 gen­naio è negli obi­et­tivi degli aerei alleati, intorno alle 10 e qual­cosa. Angeli­no Lof­fre­diriferisce questo episo­dio: «Tere­sa Ciotoliesce dal­la casupo­la ove abi­ta ai mar­gi­ni di bosco Faito per incam­mi­nar­si ver­so il pre­sidio tedesco, accam­pa­to den­tro la fab­bri­ca. Por­ta con sè gli indu­men­ti di alcu­ni uffi­ciali tedeschi che ha scrupolosa­mente lava­to e sti­ra­to; si fa accom­pa­gnare da Gel­trudeAnnaVin­cen­zo Cristo­fanil­li, suoi figli, e da Emil­ia Buc­cia­rel­li, una par­ente. Con il lavoro fat­to, Tere­sa pen­sa di ottenere, così come è già accadu­to anche nelle set­ti­mane prece­den­ti, non del denaro ma del pane, un po’ di sale e forse del­la fari­na. Gli indu­men­ti da con­seg­nare sono tan­ti, per­tan­to occor­rono più brac­cia per por­tar­li. Ma è domeni­ca e il fat­to che Tere­sa por­tasse anche un recip­i­ente fa pen­sare che con la fes­tiv­ità avrebbe potu­to riti­rare anche un po’ di mines­tra. 

«Con pas­so facile e lieto per­ché già immag­i­na che la sua famiglia passerà una felice domeni­ca, si avvic­i­na all’ingresso del­la fab­bri­ca ma improvvisa­mente arrivano due cac­cia alleati. C’è una sola onda­ta, gli aerei scen­dono con una pic­chi­a­ta radente il bosco, lan­ciano una bom­ba ed in baleno le cinque per­sone per­dono la vita, pro­prio in un momen­to in cui pre­gus­tano ore di seren­ità».

Oltre Cec­ca­no è anco­ra la vol­ta di Cepra­no. Nel diario dei Carmeli­tani si legge che intorno alle 10,30 «un grosso grup­po di fortezze volan­ti (ne sono state con­tate 85) ha sot­to pos­to ques­ta zona ad un inten­so bom­bar­da­men­to con bombe di grande poten­ziale. Forse il loro obi­et­ti­vo era il Ponte del­la Vari­ante e il nodo stradale, ma in realtà solo un paio di bombe sono cadute nelle scarpate del­la stra­da cau­san­do un dan­no che in meno di mez­za gior­na­ta è sta­to ripara­to dai tedeschi. Il dan­no più grave lo ha causato al nos­tro Con­ven­to che pure (gra­zie a Dio) non è sta­to col­pi­to in pieno». In con­seguen­za di ciò, il 26 gen­naio, l’ospedale che i tedeschi ave­vano instal­la­to nel con­ven­to viene sposta­to a Stran­go­la­gal­li.

A Cec­ca­no, intan­to, non c’è tregua. Il 25, infat­ti, ver­so le ore 16, altri aerei alleati ucci­dono lun­go via Mara­no quat­tro per­sone, Domeni­co CiotoliGiac­in­to Fer­raioliSalomè NoceAnna Ardovi­ni; il 26, invece, ven­gono bom­bar­dati la chiesa di San Nico­la ed il san­tu­ario di San­ta Maria a Fiume, due antichi tem­pli.

Domeni­ca 30 gen­naio, e anco­ra di mat­ti­na, bosco Faito è di nuo­vo bersaglio di alcu­ni cac­cia alleati. Anto­nio Miche­li, 41 anni, par­ente di una delle cinque vit­time del bom­bar­da­men­to del­la set­ti­mana prece­dente, prende un fucile e incom­in­cia a sparare con­tro gli aerei. Poi fa la stes­sa cosa con­tro alcu­ni sol­dati tedeschi i quali, però, han­no la meglio, lo cat­tura­no, lo car­i­cano su un camion e lo por­tano all’interno del­lo sta­bil­i­men­to di bosco Faito. Scrive Angeli­no Lof­fre­di: «Miche­li durante il per­cor­so si dibat­te, reagisce e colpisce vio­len­te­mente un mares­cial­lo tedesco. Gli ulti­mi momen­ti del­la sua vita nes­suno è in gra­do di rac­con­tar­li ma cer­ta­mente sono sta­ti rac­capric­cianti. Uffi­cial­mente risul­ta essere sta­to fucila­to ma il nipote Gio­van­ni che lo dis­sot­ter­rò per ripor­tar­lo in famiglia e ren­der­gli delle deg­ne ono­ranze fune­bri, tro­vò il suo cor­po pieno di livi­di ed ancor oggi non si esclude l’inquietante ipote­si che il povero Anto­nio sia sta­to sot­ter­ra­to anco­ra in vita». 

Negli ulti­mi giorni di gen­naio anche a Casamari la guer­ra si fa sen­tire in tut­ta la sua vio­len­za. Non è anco­ra l’alba del 25 quan­do, men­tre tut­ta la comu­nità monas­ti­ca è in chiesa a recitare il Mat­tuti­no, un aereo inglese, scrive don Lui­gi De Benedet­ti, «sgan­cia due bombe di pic­co­lo cal­i­bro vici­no al Monas­tero e pre­cisa­mente nei pres­si dell’Amaseno, ver­so la con­tra­da dei Car­bonari, a cir­ca sei­cen­to metri dall’Abazia. Benché le bombe fos­sero di pic­co­lo cal­i­bro, pure il loro scop­pio abbas­tan­za forte spaven­ta­va i monaci che inter­rompe­vano l’Ufficio e smorza­vano le luci per tim­o­re di bersagli sul Monas­tero. L’Ufficio veni­va ripreso dopo un quar­to d’ora a lume di can­dela quan­do si era sicuri che l’aeroplano si era allon­tana­to defin­i­ti­va­mente». (24, con­tin­ua).

© Costan­ti­no Jadeco­la, 1994.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *